Processo Japan, chiesti vent’anni per Cosimo Cesario

Processo “Japan” chiesti vent’anni di reclusione per Cosimo Cesario, detto “Giappone” e per Filippo Sebastio . Nel processo che si sta celebrando dinanzi al gup di Lecce nella sua requisitoria il pm Milto De Nozza ha chiesto dodici anni per Patrizio Pignatelli, Alessandro Chiulli e Alessandro Dabbicco; dieci anni per Roberto Mazzuti; otto anni e otto mesi per Giuseppe Benefico e Cosimo Simonetti; otto anni e quattro mesi per Ernesto Latagliata; sei anni per Francesco Di Pietro; quattro anni e otto mesi per Umberto Leone, Vincenzo Masiello, Cosimo Pavese, Giovanni Pedone e Francesco Quarto; quattro anni per Cristiano Di Pietro ed Emanuele Capuano. Nel collegio di difesa tra gli altri gli avvocati, Salvatore Maggio, Angelo Casa, Nicola Cervellera, Pasquale Blasi, Luigi Danucci ed Enzo Sapia.

Le indagini, avviate nel 2017 hanno fatto emergere una organizzazione dedita al traffico di stupefacenti che aveva come base il quartiere Paolo VI, con ramificazioni nel rione Tamburi e in Città Vecchia. Secondo l’accusa a capo c’era Cosimo Cesario, detto “Giappone”, il quale, aveva assunto il comando del traffico di droga, con compiti di gestione dei contatti con i fornitori della droga e di supervisione delle operazioni utili a reperire il denaro necessario per l’approvvigionamento di ingenti quantitativi di cocaina, eroina e hashish. A dare supporto al gruppo, altri uomini di fiducia di “Giappone” che si occupavano, mettendo anche a disposizione i loro mezzi di trasporto, del ritiro delle sostanze stupefacenti dagli abituali fornitori e della successiva distribuzione nei quartieri della città. Secondo la tesi accusatoria, il presunto gruppo malavitoso gestiva lo spaccio di sostanze stupefacenti, soprattutto cocaina e hashish, al quartiere Paolo VI, una piazza di spaccio molto redditizia e per questo anche molto contesa. Infatti i contrasti della criminalità a Taranto in alcuni casi sono sfociati in sanguinosi scontri finalizzati a scalzare i sodalizi avversari nella zona. Anche le intercettazioni contenute nelle carte dell’inchiesta lasciano ipotizzare la presenza di gruppi in competizione sui quali il gruppo di Cesario si sarebbe imposto.

Una frase captata dagli investigatori, pronunciata da uno egli indagati, “quelli di Paolo VI a noi ci devono rispettare o siamo animali?!” induce a pensare, secondo gli inquirenti, alla presenza di altri gruppi malavitosi contrapposti e quindi in competizione. L’espressione “quelli di Paolo VI” sarebbe un riferimento probabilmente a clan rivali della zona ai quali la vecchia malavita non intendeva concedere alcuno spazio sul fiorente mercato della droga capace di assicurare cospicui proventi. La presunta associazione, stando alle indagini, avrebbe tentato di imporre la sua supremazia nella gestione dell’attività illecita nel rione, spesso luogo di approvvigionamento di pusher provenienti anche da centri della provincia. Nel corso delle indagini, i poliziotti hanno sequestrato alcuni quantitativi di stupefacenti destinati allo smercio e anche armi.

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