«Con il parco eolico progetti per la città»

È ormai certo: il primo parco eolico offshore del Mediterraneo sarà inaugurato il 21 aprile. In questi giorni si stanno installando le ultime pale in modo che tutto sia pronto per il taglio del nastro. Lo annuncia a TarantoBuonasera, Riccardo Toto, il direttore generale di Renexia, la società del progetto Beleolico che sta prendendo forma in Mar Grande: «Per quella data il parco sarà finito, collegato alla rete e in funzione »

Direttore, parliamo dell’investimento: quanto è costato questo impianto e con quali fondi è stato finanziato?
L’impianto è costato circa 80 milioni, finanziati totalmente con fondi privati, nulla di pubblico, e gode di una tariffa vinta all’asta da Beleolico anni e anni or sono. L’investimento è stato finanziato attraverso un project financing della banca francese Natixis, più fondi propri del Gruppo Renexia

Quale è la specificità dell’impianto di Taranto?
È il primo off shore o near shore nel Mediterraneo. Per noi rappresenta un inizio e siamo certi che sia un inizio anche per la città di Taranto e per l’eolico off shore in Italia. È un progetto da 30 Mw che potrà dare energia a 60mila famiglie con la produzione di 58mila Mw/ora all’anno per 25 anni. Questo impianto farà risparmiare 730mila tonnellate di Co2, quindi è un progetto sicuramente verde, anche perché, completato il ciclo, l’impianto può essere totalmente smontato e tutti i materiali utilizzati, soprattutto acciaio, sono riciclabili. Per noi è un primo passo deciso verso questa nuova tecnologia nella quale investiamo tanto perché ci crediamo. Non c’è occupazione del territorio, che notoriamente è la nota dolente per ottenere le autorizzazioni. Anche questo parco ha avuto un iter molto lungo, dodici anni, ma è il primo di questo tipo in Italia e ci sta. Non possiamo recriminare nulla. Questo progetto ha coinvolto tantissime parti, molti stakeholder: Autorità Portuale, Marina Militare, Capitaneria di Porto. Ognuno ha fatto il suo lavoro, noi abbiamo cercato di concertare le necessità di tutti. Sì, è stato un iter lungo, speriamo che per il secondo sia più breve.

Dove?
Abbiamo un iter in corso per un parco galleggiante a 60 km dalla costa di Mazara del Valle. Si tratta di un impianto da 2,9 gigawatt. Un altro iter è avviato in Sardegna per un impianto da 1,5 Gw. Parliamo quindi di impianti più grandi di quello Taranto. L’iter questa volta può essere più spedito. Vanno messe in ordine le carte e ascoltare le necessità.

Come sa, a Taranto ci sono state critiche per l’impatto visivo delle pale nel contesto paesaggistico.
A Taranto non siamo lontani dalla costa, è vero che siamo in un contesto industriale e non credo che le pale diano più di tanto disturbo visivo visto il contesto nel quale ci troviamo. Allo stesso modo crediamo che possa esserci un importante sviluppo per Taranto e per la Puglia intorno all’eolico offshore. Lo crediamo davvero e per questo stiamo lavorando con società locali e barcaioli per cercare di aprire una filiera che riguarda principalmente la manutenzione dell’impianto. In Puglia ci sono altri progetti di altri competitor e quindi se Taranto parte per prima può avere sviluppo in questo settore. Stiamo lavorando con l’Università, stiamo avviando progetti col mondo accademico a favore dell’ambiente anche per dare una prospettiva di lavoro ai giovani tarantini, nella speranza che possano trovare nella loro città lavoro e la soddisfazione dei propri interessi. Così abbiamo sempre pensato e agito ovunque abbiamo investito.

Ritiene che queste argomentazioni siano sufficienti per convincere quella parte di città che ha sollevato perplessità rispetto a questo investimento?
Convincere qualcuno è sempre complicato. Noi siamo per la condivisione e per ascoltare le esigenze di tutti. Se poi ci sono problemi oggettivi che non si riescono a risolvere, allora vuol dire il problema esiste, ma noi a Taranto questo non lo abbiamo riscontrato: non abbiamo contenziosi in piedi e abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni. Questo significa che non c’è una opposizione ferma al progetto, anzi siamo contenti dell’accoglienza che abbiamo ricevuto. Abbiamo fatto anche dei corner in centro, con materiale informativo, coinvolgendo imprese del luogo. Per fare un esempio: abbiamo avuto un incontro con Confindustria al quale era presente un rappre sentante dell’ospitalità alberghiera e mi diceva che hanno già registrato riscontri positivi per la presenza di quest’opera. Poi starà a noi portare avanti questa linea. Saremo a Taranto 25 anni e per questo stiamo creando un legame col territorio: con l’università, le scuole, le imprese, le associazioni ambientaliste. Con la Ionian dolphin, stiamo studiando tutta una serie di attività. Stiamo studiando progetti sulla raccolta della plastica, sui delfini e sulla cura ittica. Da questo parco possono nascere tantissime opportunità per il territorio e anche per noi, ovviamente. Da questo impianto può essere prodotto anche idrogeno che è una delle fonti alle quali si fa riferimento per alimentare lo stabilimento siderurgico. C’è la possbilità che questa energia green possa servire anche la grande industria? Stiamo completando un progetto che andremo a presentare all’ex Ilva e all’Eni per veririficare possibilità di collaborazione. Allo stesso modo stiamo elaborando un progetto per la mobilità elettrica a idrogeno per il trasporto pubblico cittadino, come fatto già in altri comuni attraverso il partenariato pubblico- privato. Presenteremo questo progetto al Comune non appena si sarà insediata la nuova amministrazione. Quindi abbiamo preso in considerazione il grande tema dell’idrogeno per l’Ilva e per la mobilità cittadina. Ci siamo detti: perché non utilizzare l’idrogeno per mobilità e per industria pesante? Crediamo che questo possa essere lo sviluppo futuro del parco eolico e che tutto ciò possa fare da apripista per questa tecnologia nel tessuto sociale di Taranto.

La crisi energetica ha evidenziato la necessità di investire in energie rinnovabili e più autonome rispetto ad altri approvvigionamenti. L’Italia come è messa in questo ambito?
L’Italia non è messa malissimo, ha bisogno secondo me di modificare il mix energetico, c’è bisogno di un piano di transizione, che per il momento passa ancora attaverso l’utilizzo del gas, magari diminuendo in modo costante nel tempo i 60 miliardi di metri cubi l’anno di consumo. Soprattutto con l’eolico off shore si può dare all’Italia ciò di cui ha bisogno. Poi dipende da come andranno le auto elettriche: la mobilità elettrica è sicuramente importante per lo sviluppo di questa tecnologia. Con un altra società del nostro Gruppo siamo impegnate ad installare le prime stazioni di ricarica da 350 kw, una potenza che consente alle auto di ricaricarsi, nelle nostre stazioni, in 6-7 minuti, il tempo di prendersi un caffè. Si tratta di una nuova tecnologia già presente sul mercato italiano e anche in questo caso non appena si insedierà la nuova amminstrazione provvederemo a offrire questo servizio alla città.

In un altro vostro investimento avete lanciato i cosiddetti green bond. Di cosa si tratta?
Per finanziare un parco eolico in Campania, invece di ricorrere ai canali finanziari tradizionali, abbiamo deciso di lanciare questo green bond sulla borsa di Piazza Affari. Per i buoni progetti i soldi si sono sempre trovati anche nei periodi di crisi e questo, come abbiamo detto, è un momento di grande attenzione verso le rinnovabili. Per dire, l’investimento nel Canale di Sicilia ammonta a 9 miliardi di euro e questo ha un fortissimo impatto sul tessuto sociale non solo del luogo dove è l’opera ma anche nella filiera delle manutenzioni che potrà interessare tutto il territorio italiano.

Quanto possono essere utili i fondi del Pnrr per investire in questi settori?
Per quanto ci riguarda noi non abbiamo nei piani di utilizzare i fondi Pnrr. Diverso il discorso per le società che lavorano con noi che presumibilmente lo utilizzeranno per preparare le aree di cantiere. Abbiamo deciso di non fare ricorso a quei fondi perché se nel mercato finanziario normale le risorse si trovano non vediamo perché occupare spazi che possono servire ad altri.

Torniamo all’iter burocratico. Renexia ha investito anche negli Stati Uniti: ci sono differenze con l’Italia nel peso della burocrazia?
Negli Usa c’è un criterio diverso. C’è un unico ente federale che rilascia tutte le autorizzazioni, ha una disponibilità massima e se fissiamo un appuntamento vi troviamo tutti i soggetti coinvolti. E poi i termini sono perentori e vengono rispettati. C’è chiarezza di interlocuzione con un unico soggetto e le regole sono stabili: una legge non cambia nell’arco di 12 o 24 mesi. Il problema dell’Italia è che le leggi cambiano a distanza di pochi mesi. A Taranto, ad esempio, abbiamo avuto la polemica sulla cosiddetta “pala nera”.

Ce ne vuole parlare?
Dopo aver completato l’iter autorizzativo ci è stato chiesto di installare questa pala nera in modo da dare un segnale ulteriore di avvertimento agli uccelli. Poi è arrivata al’Enac: la pala doveva essere bianca con le bande rosse. Alla fine, seguendo pedissequammente il testo delle prescrizioni, ne abbiamo fatta una nera e le altre bianche. Ma una azienda non può entrare in queste differenze di vedute tra Enac e Mite e soprattutto non posso scoprire che serve una pala nera dopo aver ordinato le turbine e dopo che la pala è già arrivata a Taranto. Se le regole cambiano ogni dodici mesi diventa un problema starci dietro e non si dà solidità all’investimento e all’investitore. Questa è la causa per cui determinati investimenti a volte saltano. Il sistema delle conferenze di servizio è giusto e noi, sulla base della nostra esperienza americana, abbiamo imparato ad anticipare i tempi: prima di arrivare alla conferenza abbiamo già sentito tutti gli interlocutori. Lo facciamo affinché la conferenza sia più snella. Ci vorrebbe uno strumento che dia certezza a questo.

Una grande impresa, come quella del progetto Beleolico, deve saper interagire col territorio per non ripetere i tragici errori già commessi dalla grande industria. Con quale tipo di approccio vi affacciate alla realtà tarantina?
Noi siamo a disposizione della città e io lo sono in prima persona, soprattutto per avere confronti con chi non condivide il progetto per valutare come poterlo migliorare e come poterlo sfruttare per far crescere una industria verde all’interno del tessuto di Taranto. Vogliamo rimanere lì per 25 anni e non vogliamo farlo a dispetto dei santi. Non vogliamo assolutamente essere percepiti come quelli che occupano un’area, non è nel nostro modo di fare, non l’abbiamo mai fatto e non intendiamo certo cominciare ora.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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