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Romano Prodi: «Ilva, azienda necessaria al Paese»

Romano Prodi

«L’Ilva? Un’azienda in cui il Paese ha bisogno, punto. Il Governo deve avere un’attenzione particolare e mi auguro che ci sia». Sul siderurgico di Taranto sono più che chiare le parole di Romano Prodi, presente ieri in città per una iniziativa nella scula Maria Pia. Premier nei governi di centrosinistra, quindi presidente della Commissione Europea, Prodi è stato anche presidente dell’Iri nella fase della privatizzazione dello stabilimento. «Ai miei tempi era ancora acceso il forno numero 5.

Era il momento della grande attività, c’era ancora grande solidarietà, poi sono arrivati gravissimi problemi di carattere ecologico ed ambientale. Dall’ultimo giorno della mia presidenza all’Iri ad oggi, non ho più seguito direttamente. La privatizzazione veniva da politiche europee e nazionali. In quelle per le quali ho avuto la responsabilità, la mia idea era quella di metterle soprattutto nelle mani che tenessero il filo in Italia e così è stato, poi i nostri imprenditori le hanno subito vendute. Quella è stata la debolezza del capitalismo italiano e adesso di grandi imprese non ne abbiamo quasi più». Prodi ha affrontato anche i temi legati all’attualità ed alla crisi internazionale. «La parola recessione, prima di pronunciarla, bisogna aspettare ancora. L’inflazione é già cominciata prima della guerra e intensificata dopo la guerra, sta provocando ovunque dei problemi molto seri. In Italia soprattutto sta turbando molto anche i rapporti sociali perché è una perdita forte di potere di acquisto. Da noi, e un po’ negli altri Paesi europei – ha aggiunto – è soprattutto dovuta al costo dell’energia.

Negli altri Paesi, come gli Stati Uniti, è molto più generalizzata. Sotto quest’aspetto noi stiamo un po’ meglio, però il problema è ancora un gran punto interrogativo, perché nessuno ci può garantire che il costo dell’energia cali e quindi anche se nella restante parte dell’economia abbiamo una inflazione un po’ meno violenta degli altri Paesi, il problema è molto, molto serio. E se durerà nel tempo, obbliga certamente a dei provvedimenti di economia nuovi».

CONFINDUSTRIA: TUTELARE LA PRODUZIONE D’ACCIAIO
Fare il punto sul “polso” delle nostre imprese, quelle che operano a Taranto e provincia, e cercare di valutarne condizioni e prospettive: sono il vicepresidente di Confindustria Taranto Vladimiro Pulpo ed il presidente della sezione metalmeccanica di Confindustria Taranto Antonio Lenoci, ad analizzare il momento delle aziende ioniche. Un passaggio necessario, dicono, «in questi mesi di grande confusione, in cui alle incertezze già palesatesi in autunno riguardanti il rincaro delle materie prime e dell’energia, si sono aggiunti i pesanti effetti del conflitto in Ucraina. Più di altre, a soffrire degli attuali scenari sono sicuramente le aziende cosiddette energivore, ma riteniamo che una menzione a parte meriti chi opera nel settore della metalmeccanica, un comparto strettamente legato alle sorti della grande industria siderurgica ed allo stesso tempo tutt’altro che immune rispetto agli effetti derivanti dalla terribile guerra in corso». Pulpo e Lenoci spiegano che «il conflitto va ad aggravare la già compromessa situazione della filiera, che subisce il blocco delle importazioni di materie prime di cui l’Ucraina, in particolare, è grande esportatore. Per ovviare al blocco dell’import di materie prime, l’unica soluzione è rivolgersi ad altri mercati: una soluzione che non risponde a nessuna logica quando la produzione di acciaio è, come nel nostro caso, a chilometro zero. La premessa è d’obbligo per affermare che mai come in questo momento la produzione del nostro centro siderurgico va tutelata, perché i venti di guerra non consentono di tracciare prospettive di alcun genere.

Attualmente, sul fronte acciaio, sia la Russia (con 2,4 milioni di tonnellate) sia l’Ucraina (2,8 milioni di tonnellate) sono responsabili, ciascuna, di poco più del 20% dei prodotti di base destinati all’industria siderurgica e meccanica italiana (la fonte è IlSole24ore). Una parte del settore siderurgico italiano, a sua volta alla testa dell’intera filiera della meccanica del secondo paese manifatturiero d’Europa, si potrebbe trovare pertanto, a breve, di fronte ad un complesso percorso di diversificazione dell’import». «In questo clima di estrema incertezza, rischiamo, noi imprenditori del settore ma non solo (quella della siderurgia e della meccanica è una lunga filiera) di fermare parte delle nostre attività per mancanza di prodotti indispensabili alla nostra produzione» continuano da Confindustria. «E’ per questo che non condividiamo, al di là delle motivazioni, lo sciopero proclamato dai sindacati per il prossimo 6 maggio, e che riteniamo invece che in un momento come l’attuale sarebbe opportuno fare massa critica e rivendicare risposte alle tante istanze ancora in piedi richiedendo un tavolo di discussione al Mise senza compromettere ulteriormente la produzione e creare ulteriori fratture. Un tavolo dal quale emergano chiaramente risposte sui piani industriale e ambientale, sui processi di decarbonizzazione, sulle risorse da mettere in campo e quindi sul futuro dello stabilimento. Un futuro che è già oggi, perché alle già molteplici incognite che gravano sulla fabbrica, si legano, come già detto, le ripercussioni di un conflitto di cui non possiamo conoscere, al momento, né durata né conseguenze, che potrebbero protrarsi nel tempo con effetti non più gestibili».

FIOM: NESSUNO SCONTO
«Rischiamo che la situazione diventi sempre più complessa, noi sulla salute e sulla sicurezza non facciamo sconti a nessuno. Lo deve sapere l’azienda, lo deve sapere il Governo»: così Michele De Palma, segretario generaledella Fiom Cgil, a margine di una iniziativa a Taranto. De Palma ha sottolineato come «l’incontro su Acciaierie d’Italia, ex Ilva, nella prefettura di Genova è andato malissimo. Il problema è che in questo momento non abbiamo interlocutori perchè l’azienda si è presentata con figure di secondo piano, senza nessun mandato a poter discutere, trattare e decidere». In fabbrica «il pericolo che c’è si è determinato negli anni con la mancanza di investimenti sullo stabilimento. Noi siamo il presidio per verificare che quegli investimenti nello stabilimento si facciano» ha quindi dichiarato De Palma. «La cosa che contestiamo nettamente è che al posto di esserci una partecipazione, una chiamata a corresponsabilità da parte di tutti, c’è invece qualcuno che sta minando anche gli spazi di confronto necessari ad una situazione così difficile. L’azienda si sta assumendo una grande responsabilitaà nel non discutere col sindacato e penso che una grande responsabilità se la stia assumendo anche il Governo che fa finta che la questione Taranto non ci sia».

Per il leader della Fiom Cgil «ci vogliono i lavoratori per fare la transizione ecologica. E per ridurre l’impatto ambientale al minimo possibile, è evidente che ci vuole un protagonismo delle persone che dentro la fabbrica ci sono. E in questo momento nella fabbrica le persone non ci sono perchè messe unilateralmente in cassa integrazione da parte dell’azienda. Noi abbiamo bisogno del lavoro per produrre l’acciaio – ha concluso De Palma – ma anche per determinare l’ambientalizzazione e ridurre l’impatto dal punto di vista sanitario».