Giovanni Guarino racconta la festa della sua giovinezza nei vicoli del centro storico

E’ facile in questi giorni di festa per il Santo Patrono incontrare in Città Vecchia l’operatore culturale ed educatore di strada del Crest Giovanni Guarino, sempre pronto a snocciolare ricordi in tema. “La festa di San Cataldo è sinonimo di storia di un popolo, appartenenza e identità, soprattutto per me che ho vissuto tanti anni nei vicoli – dice – E’ occasione per rinverdire e raccontare i giochi che facevo da bambino con gli altri ’panarjidde’ scivolando pericolosamente sulle piccole rampe (poi demolite) alla base del campanile e in largo arcivescovado, vicino alla Capitaneria. E che dire dei tornei di calcio in vico de Notaristefano e ‘rete o’ Calvarie’? Il tutto, nel ricordo di tanti personaggi, fra cui il vecchio parroco don Michele Grottoli e le suore di Santa Chiara, e dei tempi in cui facevo il chierichetto: così preso dalla parte che mi feci la chierica in testa: quante botte, al ritorno a casa, presi da papà!”. “San Cataldo – continua – mi fa venire in mente la figura dell’anziano sacrestano Nicolino Insogna (entrambi residenti in vico Ospizio) che il 4 dicembre del 1983, appena tornato dal viaggio in Brasile, mi comunicò in lacrime la notizia del furto dell’argenteo simulacro, mai più ritrovato”.

Guarino è un fiume in piena, parlando dei tempi in cui era grande l’attesa della festa e di come si viveva, tra le bande, i fuochi, le processioni, le bancarelle dei torronari in via Garibaldi: particolarmente vivo è il ricordo dell’omicidio che si consumò decenni addietro fra i venditori ambulanti che numerosi per l’occasione giungevano a Taranto. Dalla ricorrenza patronale l’autore ha tratto spunto per diversi lavori teatrali, a partire da quello sulla vita del santo con i ragazzi della chiesa di San Domenico o con i frequentanti del centro anziani in via Duomo. “Con questi ultimi – ricorda – allestimmo una commedia sul ritrovamento della statua del santo nel pozzo, da cui nacque il detto ‘San Cataldo è amico dei forestieri’. Erano gli anni ottanta e realizzammo l’evento con l’aiuto dell’allora assessore alla sicurezza sociale Franco Semeraro. Narrammo di quando i tarantini, per paura dell’epidemia, chiusero le porte della città ai forestieri.

A causa di ciò, San Cataldo sarebbe misteriosamente scomparso dalla sua nicchia, rivelando a un devoto in sogno che si sarebbe fatto ritrovare qualora fosse ripesa l’accoglienza. Così fu: accolta la sua richiesta, sempre in sogno annunciò il luogo del suo rinvenimento: in fondo al pozzo di palazzo Troylo. Al termine, con un San Cataldo realizzato dagli stessi ospiti del centro, inscenammo una piccola processione per i vicoli, con la partecipazione di u piccolo gruppo di anziani musicanti dirett da ‘Cicce’u banniste’, che suonava la tromba”. L’altro lavoro legato a San Cataldo è quello sulla storia di Gennarino il marmoraro, in collaborazione con architetto Augusto Ressa e lo studioso Vittorio De Marco. La breve pièce teatrale riguardava i tempi in cui fu realizzato l’artistico Cappellone, con valenti scalpellini precettati dall’allora arcivescovo in tutto il Meridione.

Fra questi, un personaggio di fantasia, Gennarino, che rimase a Taranto fino al completamento dell’opera, che richiese lunghi anni, tanto da trovar moglie nella figlia di un mitilicoltore, don Ciccio Portulano. San Cataldo non è solo passato, ma anche futuro: quello dei ragazzi della Città vecchia. “Voglio evidenziare l’opera del parroco della cattedrale don Emanuele in favore dei residenti ma in particolar modo della gioventù del quartiere, cui tutta la città guarda con interesse – conclude Guarino – Inoltre presto sarà operativa l’ex chiesa di San Gaetano, ristrutturata dal Comune, in cui (insieme all’associazione “Symbola”, che raggruppa realtà che operano in vari ambiti, vincitrice del bando di Fondazione con il Sud, direttore, Marco Imperiale), intensificheremo l’opera di promozione sociale che ha già ottenuto ottimi risultati nella zona del santuario dei Santi Medici”.

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