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Buonasera

Aldo Moro fu assassinato per un paradosso

Il 9 maggio ricorreva il 44° anniversario dell’assassinio di Aldo Moro e puntualmente si ripropongono le stesse ipocrite celebrazioni dello statista democristiano proprio da parte di coloro che sono stati i responsabili morali della sua morte. Io sono stufo di questa ipocrisia celebratoria rituale e falsa e non ci sto. A costo di scontentare qualcuno e attirarmi le critiche e le reprimenda di coloro che ipocritamente si battono il petto voglio dire come la penso. Moro è stato un grande leader, un grande statista, un grande cattolico, un grande studioso ecc.. ecc. La domanda nasce spontanea “e allora perché avete lasciato che lo assassinassero? Perché si è lasciato assassinare abbandonandolo ai suoi carnefici l’unica testa pensante della Democrazia Cristiana?”.

Moro fu assassinato a seguito di un paradosso, per aver cioè anticipato e costruito pazientemente l’incontro tra cattolici e comunisti e paradossalmente saranno proprio cattolici e comunisti, nella convergenza di un’alleanza incestuosa e innaturale, a far sì che si consumasse quell’assassinio. Moro era un leader che era attrezzato per un’operazione politica di portata storica. Superato il dossettismo egli si era reso conto che la democrazia nata dal 18 aprile del 48 era una democrazia zoppa, bloccata, imperfetta, un “bipartitismo imperfetto”, come recitava il titolo di un fortunato libro di Giorgio Galli che si andava pubblicando in quegli anni. Per uscire dal pantano Moro suggeriva di distogliere lo sguardo dal passato, superare gli steccati e aprirsi ai tempi nuovi. Con ciò, attraverso quella che fu definita la strategia dell’attenzione nei confronti del PCI, proponeva di inaugurare una nuova stagione politica, la cosiddetta terza fase della nostra democrazia, nella quale il PCI sarebbe stato sdoganato definitivamente, avrebbe accettato le regole della democrazia borghese (la svolta di Salerno era stata solo una tregua nella strategia rivoluzionaria della conquista del potere), avrebbe abbandonato i cascami del rivoluzionarismo, superato la logica della lotta di classe e reciso i residui legami col terzinternazionalismo a direzione sovietica. La terza fase della nostra democrazia, nella intuizione di Moro, avrebbe integrato il più grande partito comunista d’Europa nella democrazia italiana correggendone l’anomalia. Era questa un’operazione di alto profilo politico e storico poiché intendeva recuperare alla partecipazione democratica una grande fetta del popolo italiano che si riconosceva nel PCI, costretta in una sorta di riserva indiana, sottratta al libero gioco dell’alternanza al governo del Paese da un antistorico fattore K che “i tempi nuovi che si annunciano e avanzano” si stavano incaricando di dimostrare inconsistente. In ciò Moro non faceva in verità niente di nuovo sul piano storico, poiché la sua operazione era sostanzialmente, mutatis mutandis, la stessa tentata ai primi anni del secolo da Giovanni Giolitti con i socialisti di Filippo Turati.

Sia il disegno di Giolitti, sia quello di Moro, beninteso, non avevano niente di rivoluzionario né erano un’operazione di sinistra ma erano l’intuizione lucida e coerente di due grandi borghesi che tendevano ad “ammansire il toro proletario”, integrarlo nella democrazia borghese conservando comunque il potere alla borghesia. In Moro c’era in più e di diverso la scommessa e il rischio dell’alternanza. Ci soccorre in questa analisi ciò che diceva di Moro una grande intellettuale della sinistra italiana come Rossana Rossanda la quale definiva Moro come “Il più lucido esponente della borghesia italiana, l’unica testa pensante di una classe che intendeva perpetuarsi nel potere e continuare ad essere partito-stato”. Questo disegno non lo capirono i democristiani e Moro fu considerato uno spregiudicato filocomunista, il cavallo di Troia del PCI, non lo capirono i comunisti che nutrirono nei suoi confronti sempre una sorta di naturale diffidenza preferendo dialogare con uomini più pragmatici come Andreotti. Invece lo capirono, e bene, le Brigate Rosse. Esse intuirono che il disegno di Moro avrebbe reso inoffensiva la carica rivoluzionaria del PCI che avrebbe definitivamente messo in soffitta qualsiasi progetto di rivoluzione e questo per delle avanguardie rivoluzionarie e professionisti della rivoluzione quali si ritenevano le BR, era pericolo da esorcizzare con ogni mezzo.

Per quanto riguarda il PCI e la DC la convergenza di interessi politici tra i due maggiori partiti italiani, antagonisti storici che per la prima volta nella storia si parlavano, portò all’assassinio di Moro. Il PCI era alla conclusione della sua lunga marcia di avvicinamento al potere e con l’appoggio al governo Andreotti si apprestava a varcarne la soglia. Esso doveva necessariamente presentarsi al primo appuntamento come il partito garante delle istituzioni, capace di prendere le distanze da ormai antistoriche tentazioni rivoluzionarie, leale nei confronti della democrazia borghese. Fu così che il PCI divenne il partito della fermezza in buona compagnia con La Malfa ed Almirante che persero la bussola ed evocarono la pena di morte. Le istituzioni non trattano con i brigatisti e chi lo fa è un fellone che non ha il senso dello Stato. Questo è l’atto di fede in nome del quale Moro venne sacrificato e che dietro i tronfi e retorici “senso dello Stato e salvezza della democrazia” nascondeva interessi ben più meschini e volgari. Ci si chiede infatti come mai dalle stesse forze politiche e segnatamente nella Democrazia Cristiana anni dopo quegli stessi valori non furono invocati quando si trattò con le medesime Brigate rosse per salvare, come fu salvata, la vita a Ciro Cirillo personaggio politico democristiano di ben più modesta levatura o quando si trattò di salvare la vita al giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo.

Queste parole di Moro suonano sinistre ed assumono il sapore della beffa se si pensa al fatto che la stessa Democrazia Cristiana in seguito non esiterà un attimo a trattare con le Brigate Rosse e con la camorra di Cutolo per salvare la vita all’assessore regionale campano Cirillo e in epoca più recente i post comunisti riterranno giusto trattare con Bin Laden per salvare la vita del giornalista di Repubblica Mastrogiacomo in cambio della liberazione di cinque terroristi tagliagole. In questi casi la fermezza e lo Stato sono andati a farsi fottere. La Democrazia Cristiana che si apprestava ad avere in Parlamento i voti del PCI per il Governo Andreotti, sposò anch’essa la linea della fermezza compiendo come sostiene Luigi Pintor “l’unico atto bolscevico che il movimento dei cattolici ha compiuto in mezzo secolo della sua storia….” Ha ragione Pintor. Il leninismo non appartiene né alla cultura socialista né tanto meno a quella cattolica. In quell’occasione, in quell’unica occasione cruciale nella quale essa avrebbe dovuto dare testimonianza della cultura della pietà e della centralità dell’uomo secondo il messaggio evangelico e cristiano, scelse invece lo Stato rispetto all’uomo, rinnegò se stessa e tradì la propria storia. Non fu fatto nulla per salvare la vita di Moro né dalla Democrazia Cristiana nè dalla Chiesa. Anche l’appello di Paolo VI agli “uomini delle Brigate Rosse di liberare l’onorevole Aldo Moro semplicemente e senza condizioni”, messo così di fatto consegnava anch’esso Moro ai suoi carnefici. Solo i socialisti assunsero una posizione trattativista.

Craxi fu l’unico a capire che la posizione del partito della fermezza non aveva niente di nobile ma nascondeva un compromesso vile il cui prezzo sarebbe stata la vita di Moro. Il compromesso storico, la stagione del consociativismo, un incestuoso e innaturale abbraccio tra le bandiere rosse del PCI e quelle bianche della DC è stato l’altare sul quale l’agnello sacrificale Aldo Moro è stato immolato. Ecco perché le lacrime di coccodrillo di comunisti e democristiani di allora e dei loro epigoni moderni mi infastidiscono per la loro ipocrisia e falsità. Craxi e i socialisti ruppero la linea della fermezza. I socialisti lo poterono fare poiché erano il terzo incomodo tra DC e PCI, non avevano pedigree democratici da esibire né testimonianze di lealismo da dare nei confronti della democrazia. La loro storia parlava per loro non avendo conti in sospeso con la loro storia alla quale la concezione leninista dello Stato è sempre stata estranea. E poi per il socialismo umanitario di Turati, Treves e Matteotti la centralità della persona umana è preminente anche di fronte allo Stato. Essi si dichiararono subito pronti a trattare per salvare la vita di Moro. La giustificazione? Se, come affermato da tutti, lo Stato era in guerra con le BR, in guerra forse che non si tratta con il nemico per salvare la vita dei propri prigionieri?

I socialisti fecero seguire alle parole i fatti. Claudio Signorile incontrò Franco Piperno esponente della contigua autonomia operaia e furono presi contatti con Giannino Guiso avvocato dei brigatisti. Si delineò l’ipotesi dello scambio con Paola Besuschio, una brigatista in cinta accusata di associazione sovversiva ma non di omicidio. Ma l’accelerazione degli avvenimenti fu tale che tutto divenne inutile. Il 9 maggio di venticinque anni fa in Via Caetani, a metà strada tra Via Delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, una Renault rossa restituì il corpo di Moro crivellato dei colpi della mitraglietta di Moretti e Gallinari. Era necessario tutto ciò? Io sono convinto di no. La fermezza è stata la copertura ad una operazione di potere e non è vero che lo Stato era destinato a soccombere. Il terrorismo sarebbe stato sconfitto ugualmente poiché la proposta delle Brigate Rosse era datata e storicamente impraticabile. La classe operaia e il popolo italiano avevano metabolizzato in maniera definitiva la democrazia, la magistratura e le forze dell’ordine avrebbero smantellato, come poi avvenne con la collaborazione dei pentiti, le cellule del terrorismo e il Paese ne sarebbe uscito ugualmente vittorioso. L’unica variante sarebbe stata una brigatista in cinta liberata e Aldo Moro vivo, restituito alla sua famiglia e al Paese. Se fosse accaduto questo il Paese sarebbe andato allo sfascio? Io sono convinto di no.

E’ lo stesso Moro a dirlo nella lettera alla moglie quando, vedendo appressarsi la fine, scrive “Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore in un paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto…Con la sua inerzia, con il suo tener dietro in nome della ragion di Stato, l’organizzazione statale mi condanna a morte…” “Da che cosa si può dedurre, si chiede ancora Moro con disperazione nella lettera a Zaccagnini del 22 aprile, che lo Stato va in rovina se una volta tanto un innocente sopravvive e a compenso altra persona va invece che in prigione in esilio?”. Già da che cosa si può dedurre? A questo quesito a venticinque anni di distanza non c’è ancora una risposta e Moro che, nella sua disperata solitudine, chiedeva questa risposta al suo partito, al Parlamento, al suo Paese non fu creduto. Quella risposta la attendono da venticinque anni anche gli italiani.

Mario Guadagnolo

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