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Dai “moradores de rua” di Rio alla Taranto dei Riti e della siderurgia

Mons. Filippo Santoro

Cinquant’anni di sacerdozio per l’arcivescovo mons. Filippo Santoro (li festeggerà stasera, venerdì 20 maggio, in Concattedrale alle ore 19) dei quali ben 27 in Brasile, durante i quali si ritrovò a camminare per le favelas, impartendo catechesi pittoresche ai “moradores de rua”, i senza fissa dimora, insegnando ai giovani dell’Università Cattolica di Rio de Janeiro e promuovendo progetti sociali in tutta l’America latina. Mons. Santoro esprime gratitudine per il dono del sacerdozio, nella donazione totale a Cristo e a quello che la Chiesa chiede, raccontando la scoperta della vocazione avvenuta in famiglia, grazie a due zii sacerdoti: “Da piccolino non capivo bene di cosa si trattava ma ero entusiasmato dal loro modo di essere e volevo imitarli”. Da qui, il periodo formativo in seminario concluso con l’ordinazione da parte dell’arcivescovo di Bari mons. Nicodemo.

“La celebrazione si svolse nella cappella del seminario arcivescovile di Bari – ricorda – Entrando in chiesa, ricambiai il saluto di amici e parenti che facevano ala dai banchi, meditando sul fatto che nella sequela del Signore, con il mio ‘sì’, l’amore alla gente non sarebbe diminuito, ma si sarebbe addirittura potenziato. In quei momenti, inoltre, comprendevo che quello con Dio è l’incontro con ciò che è necessario alla pienezza della mia vita, come la salvezza, la luce e la bellezza di cui il nostro cuore ha bisogno”. Successivamente mons. Nicodemo gli fece completare la formazione all’Almo Collegio Capranica di Roma per studiare teologia alla Pontificia Università Gregoriana e successivamente Storia e Filosofia alla Cattolica di Milano, di cui era rettore il famoso Lazzati. Suo primo incarico pastorale fu quello di vicario cooperatore nella chiesa madre di Carbonara, suo paese natale, contemporaneo all’insegnamento all’Istituto teologico di Santa Fara e a quello di Cultura cristiana, divenuto poi Istituto Superiore di Scienze Religiose, di cui successivamente fu nominato Preside. Un altro impegno che lo avrebbe segnato fortemente fu quello di docente al liceo Salvemini di Bari, negli anni turbolenti della contestazione.

“Gli studenti facevano sciopero in maniera continuativa, auto-organizzando i cosiddetti corsi alternativi ai quali, con indubbia audacia, presi parte assieme a una professoressa d’Italiano, deputata nell’allora Pci e poi in Rifondazione Comunista – racconta – Nell’affrontare questa incombenza mi fu da stimolo l’appartenenza a Comunione e Liberazione, da me fondata con altri amici a Bari. Strinsi anche amicizia con uno degli alunni fra i più vicini alla professoressa marxista, il quale maturò a poco a poco la vocazione sacerdotale, tanto che ora è missionario in Messico”. Mons. Filippo Santoro evidenzia come quel periodo, seppure violento, fu fecondissimo dal punto di vista del protagonismo dei cattolici. “Nel periodo delle elezioni studentesche – riferisce – rischiavamo di brutto di essere aggrediti per difendere i nostri manifesti dagli extraparlamentari, che volevano coprirli con i loro. Eravamo in pochi, noi di Cl, perchè eravamo proprio agli inizi, ma riuscimmo ugualmente ad aggiudicarsi un seggio su quattro, divenendo così una presenza significativa nel liceo”. Altrettanto caratterizzante si rivelò l’esperienza in parrocchia, quella della Madonna della Stella, ad Adelfia-Canneto.

“Lavorando in armonia con tutti i gruppi parrocchiali – dice – m’impegnai a fondo con la comunità affinchè passasse da una devozione personale al protagonismo nella vita sociale. Il mio campo di azione si estese poi a tutta la Puglia e, in dodici anni vissuti intensamente nell’insegnamento e con i giovani studenti e lavoratori di CL, ci furono risultati incoraggianti. In seguito dovetti cedere la mano al mio successore a causa del mio invio in missione in Brasile”. Si trattò, spiega mons. Santoro, di una decisione presa a seguito di una richiesta (per mezzo di don Giussani) da parte del cardinale di Rio De Janeiro che necessitava di un sacerdote per insegnare teologia all’Università Cattolica di Rio de Janeiro e soprattutto per stare con i ragazzi e i giovani. “Fu questa una delle grazie più grandi della mia vita – racconta – Esperienza entusiasmante fu in particolare quella con ‘I piccolini di Gesù’, un gruppo di senza fissa dimora legato alla comunità d’impostazione carismatica “Buon Pastore”, che incontravo una volta la settimana per rispondere alle domande più difficili in materia di fede. Ogni mattina questi poveri facevano la doccia, prendevano il caffè e poi, liberamente, partecipavano a un momento di evangelizzazione. Avvertii così come particolarmente essenziale e indispensabile l’opzione dei poveri.

Vivendo intensamente l’appartenenza a CL, ebbi modo di apprezzare il rapporto con altre realtà ecclesiali, quali quelle di Neocatecumenali, Cursillos, Focolarini, Scout, Azione Cattolica e in particolare dei gruppi carismatici in occasione di ritiri e meditazioni. Ho vissuto anche il problema delle sette, anche se preferisco definirle ‘nuove denominazioni religiose’, che annunciavano in modo entusiasta il Vangelo, facendo però spesso entrare in gioco interessi politici ed economici. Ma il nucleo essenziale di quei gruppi manteneva una certa genuinità nella fede. Insomma, si andava a tutto vapore! Dopo essere stato nominato Vescovo ausiliare di Rio de Janeiro sono diventato Vescovo della di Petrópolis, una bella città ad ottanta km da Rio che ho seguito con intenso amore. Quando nel 2011 una terribile inondazione causò la morte di circa 500 persone, costituii un comitato per la ricostruzione umana ed urbanistica della città”. Dopo gli anni in Brasile, ecco Taranto.

“Dopo l’arrivo dal mare, la gente mi riservò un’accoglienza straordinaria che mi conquistò subito – dice – Rammento ancora il caloroso saluto dei giovani in piazza Castello, che, per tanto entusiasmo, si trasformò in una piccola Rio De Janeiro. Ricordo ancora con commozione, dopo essere stato in cattedrale, la visita alle famiglie povere della Città vecchia, agli ammalati, agli ospedali, al carcere: toccavo le fragilità umane, sentendomi accolto e vivendo appieno e con passione l’incontro con Cristo. Lanciai il motto “Consumare la suola delle scarpe”, divenuto lo slogan del mio episcopato e che ha dato il titolo al libro scritto da me assieme a Fabio Zavattaro: significa che la vita cristiana si svolge prevalentemente percorrendo tutto il territorio”. Un altro aspetto da cui rimase colpito fu quello delle manifestazioni della pietà popolari, con le processioni e i Riti della Settimana Santa. L’arcivescovo osserva, a tal proposito, che a una intensa esperienza di fede e di devozione pubblica non corrispondesse in città un adeguato impegno sociale. “Attualmente i cattolici si sono per lo più occupati di pregevoli attività caritative per i bisognosi, i migranti e le famiglie ucraine ecc.

Ma in questo periodo storico è necessario recuperare una più esplicita presenza della Chiesa nel campo culturale e politico, possibile solo con un’attenta opera formativa. Perciò ho cercato di istituire una scuola di formazione socio-politica, andata avanti con don Antonio Panico e che auspico si sviluppi sempre più – spiega – Per quanto mi riguarda, sono stato molto interessato dei problemi sociali della città, che ho seguito passo passo, cercando sin dall’inizio le strade di una risposta per mettere fine alla devastazione ambientale e allo stesso tempo senza sacrificare il posto di lavoro”. Infine, i suoi propositi per il futuro. “Compirò 74 anni a luglio, quindi mi resta un altro anno di permanenza come arcivescovo di Taranto, più un periodo di possibile proroga – conclude – A Dio piacendo e salute permettendo, per tutto il tempo dell’episcopato che rimane desidero continuare la mia opera con il medesimo entusiasmo con cui ho cominciato, anzi, con maggior slancio nel rapporto con sacerdoti e laici per rendere sempre più familiare l’incontro con Cristo e quindi per rendere possibile alla nostra Taranto una vera svolta in campo ambientale, lavorativo, sociale e culturale. Tutto ciò, con l’obiettivo di essere veri artigiani di pace e di fraternità”.

Angelo Diofano