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Il tartarugaio? La terrazza era già nel progetto

Il progetto del tartarugaio prevedeva già la terrazza collegata alla ringhiera della Città Vecchia. Lo sostiene l’associazione Tarenti Cives, a proposito dell’articolo pubblicato nei giorni scorsi da Taranto Buonasera, nel quale alcune associazioni, tra cui Wwf e Università Popolare proponevano, appunto, un collegamento di questo tipo per poi installare sulla terrazza opere di artisti tarantini in modo da rendere più gradevole il paesaggio oggi deturpato da quello che in larga parte dell’opinione pubblica è definito ecomostro, peraltro sotto sequestro giudiziario.

Tarenti Cives cerca di dissolvere le perplessità dei cittadini che vedono questo manufatto incompiuto, ormai abbandonato ed esposto al degrado e spiega: «La stessa amministrazione comunale è ferma avendo visto azzerati i suoi margini decisionali e di operatività fino al giudizio dle tribunale; c’è stato infatti il diniego della magistratura al dissequestro e, inoltre, i necessari interventi volti alla salvaguardia dell’immobile sarebbero da farsi a cura dell’Aurotià Portuale che ne ha la custodia giudiziale. In conclusione c’è solo da aspettare l’esito del processo, con i tempi necessari per dipanare aspetti giuridici di non poca complessità».

Tarenti Cives vuole però rimarcare come il progetto del tartarugaio già all’origine «prevedeva il collegamento stabile tra il lungomare e la terrazza dell’edificio. Era, anzi, proprio questo uno dei punti di forza, socnosciuto ai più, per assicurare all’opera la necessaria integrazione funzionale, spaziale e architettonica con il lungomare retrostante, lasciando tuttavia inalterato il contesto fisico a meno della demolizione di due vetuste palazzine e la profilatura della banchina».

«L’accessibilità alla terrazza del lungomare – spiega Tarenti Cives – avrebbe infatti consentito: la vista su tutta la rada di Mar Grande con un affaccio proteso in avanti rispetto alla ringhiera del lungomare e certamente più sicuro rispetto ad ora dal momento che si può camminare solo in fila indiana e sempre con gli occhi rivolti al sopraggiungere degli autobus; la possibilità di osservare a pochi metri di distanza la fauna marina nello specchio d’acqua antistante l’edificio destinato, a sua volta, a clinica veterinaria di livello universitario. L’affaccio dalla terrazza dell’edificio sarebbe, così, uno dei pochi punti di visuale dell’intera rada di Mar Grande che non è possibile avere, se non per scorci, neppure dallo stesso lungomare della Città Nuova».

Infine, alcuni cenni storici: «L’opera sorge in gran parte sull’area di risulta della domolizione di uno dei due corpi di fabbrica, a suo tempo realizzato quale abitazione dei faristi; questo edificio, a sua volta era stato realizzato sulle aree di risulta rivenienti dalla demolizione, in epoca fascista del bastione Carducci. Prima della realizzazione dell’opera, la vista da mare e da terra della palazzina faristi, come può rilevarsi dalla foto d’epoca,lungi dal risultare decorosa, si è mostrata in bella vista per oltre sessant’anni con le sue persianette in anticorodal e gli stendini sotto le finestre». Edifici per i quali, a detta di Tarenti Cives, anche il Piano Blandino prevedeva la demolizione. «Ma Viene da chiedersi – conclude l’associazione – è mai possibile che gli enti che hanno dato il proprio assenso alla realizzazione dell’opera (demanio marittimo, autorità portuale, amministrazione comunale, soprintendenza) non si fossero resi conto di che cosa sarebbe stato realizzato, facendo finanziare l’opera nel Por regionale?» L’associazione ritiene che tutti gli enti coinvolti avessero piena consapevolezza della linearità delle scelte compiute e chiosa: «La Città Vecchia va via via sempre più degradandosi fisicamente; a tutto questo si aggiunge un’opera pubblica rimasta incompiuta con il pericolo della sua demolizione e della perdita di finziamenti che ne hanno resa possibile la costruzione».