x

x

Una settimana con gli ospiti del Centro di Accoglienza

La testimonianza di Federico, giovane seminarista
I seminaristi con gli ospiti, gli operatori, i volontari e i rifugiati ucraini nel Centro di Accoglienza Caritas di Taranto

“Siamo davvero programmati per la velocità? Viviamo in un mondo veloce, dove il tempo sembra via via contrarsi iper sollecitati dalle immagini, in una frenesia visiva e cognitiva dai tratti patologici. Dimentichiamo così che il cervello è una macchina lenta e, nel tentativo di imitare le macchine veloci, andiamo incontro a frustrazioni e affanni. Perchè, di tanto in tanto non fermarsi per scoprire i vantaggi di una civiltà dedita alla riflessività e al pensiero lento?”

Così Lamberto Maffei nel suo libro “Elogio della lentezza”. Passando dalle pagine del pensiero di Maffei, ci viene da pensare alla vita, anzi alla scelta di vita, di giovani che intraprendono il percorso formativo dei Seminari della Chiesa. Un percorso che, forse, pochi conoscono e pochi approfondiscono. Un percorso formativo di alto profilo non solo religioso in senso stretto ma anche e, soprattutto, in senso umano e sociale. Una figura, quella del prete che ha accompagnato la nostra fanciullezza. Quella che vi proponiamo qui, è la testimonianza di Federico, un nostro giovane conterraneo, al termine degli studi da seminarista nel Seminario Pontificio Pugliese di Molfetta. Federico, insieme a Paolo di Martina Franca ed a Stefano di Taranto ha voluto fare un’esperienza importante vivendo una settimana con gli ospiti, gli operatori, i volontari, i rifugiati ucraini nel Centro di Accoglienza Caritas di Taranto.

****

Quella vissuta negli scorsi giorni al centro diocesano di Accoglienza San Cataldo della Caritas è stata un’esperienza di servizio a dir poco inaspettata. Dovendo scegliere una destinazione per l’esperienza di servizio estiva che il seminario chiede di sperimentare all’interno del nostro percorso formativo, come seminaristi tarantini, quest’anno abbiamo scelto di “non andare troppo lontano”. Ovviamente non è una richiesta che l’istituzione del seminario cala dall’alto, ma lo dice la disposizione maturata negli anni di formazione proprio al servizio, al ministero. Anche se le storie vocazionali di ciascuno sono sempre diverse, sono tantissime le strade ad aver condotto ogni seminarista a prendere questa scelta di vita. Sono certo che in ogni storia ci sia la volontà di mettersi al servizio della Chiesa.

E Chiesa non significa solo pensare a rituali da seguire, ma attingere alla vita liturgica per portare nella vita quotidiana quella comunione di cui nella celebrazione ci nutriamo, in tutti i sensi. È così che oggi tanti giovani e meno giovani scelgono di seguire una via e una vita diversa da quella che magari un genitore o la società potrebbe aspettarsi: quella della consacrazione. Non è però detto e scritto che entrare in seminario, decreti necessariamente finire con l’ordinazione. Anzi il seminario più che essere un luogo, è un tempo privilegiato di discernimento, così piace ripetere spesso il nostro rettore, don Gianni Caliandro. E anno dopo anno è proprio quella disponibilità al servizio a essere chiamata a maturare affinchè con la prima ordinazione, quella diaconale possa diventare una disponibilità fatta ministero. Visto così allora il servizio che noi compiamo non è un compito ma una missione. Possiamo dire di essere stati missionari “a casa nostra”. A prima vista questa potrebbe sembrare una scelta di comodo, ma in realtà non è affatto così. Quello che ci ha spinti a chiedere di poter vivere proprio nella nostra diocesi quest’esperienza è stato il desiderio e la volontà di conoscere e toccare con mano le povertà che un domani ci troveremo ad accompagnare come diaconi prima e presbiteri dopo.

Così è stato. Sin da subito Rosanna, sicuramente con lei tutti gli operatori del centro, ci hanno atteso e insieme abbiamo organizzato quella che doveva essere una nostra presenza fra di loro. Con nostra sorpresa oltre i bisognosi della città, abbiamo avuto modo di conoscere e frequentare un gruppo di ucraine ospitate insieme a chi regolarmente vive nella casa. Man mano che i giorni passavano ero io personalmente a sentirmi quello povero di fronte diverse situazioni che abbiamo visto o conosciuto. Tuttavia abbiamo cercato di essere anche una presenza significativa per tutti loro, nel nostro piccolo. Questo ha significato per noi mettere le mani in pasta, nel vero senso della parola, preparando loro da mangiare o affiancandoci al fiume di volontari che ogni giorno scelgono di spendere il loro tempo per venire incontro alle esigenze di chi sempre più spesso viene dimenticato e abbandonato. Questa presenza significava ascoltare storie, essere semplicemente lì quasi a dire: «noi non vi abbandoniamo» e a volte era proprio il momento dei pasti a diventare il pretesto per condividere storie e tratti di vita, nella maggior parte delle volte anche abbastanza “pesanti”.

Tra i tanti momenti, in particolare, per me, ricordo con emozione l’uscita organizzata a Bari insieme al gruppo delle ucraine e il momento di festa della serata finale. In particolare a Bari, perché è stato bello vedere come la nostra fede, latina per noi, ortodossa per loro, ci abbia uniti in preghiera nella Chiesa di san Nicola, a fronte invece dell’incomprensione linguistica che un po’ ci ha frenava nei dialoghi. La serata finale invece è stata ricca di grazia in quanto attraverso la musica e i balli popolari ci siamo sentiti parte di un’unica grande famiglia, ognuno con le sue diversità, ma come ci ha detto padre Carlo durante un’omelia, “tutti sotto uno stesso cielo”.