Apulia Film Commission, in onda il degrado

All’inizio, la carcassa di una mucca è alla deriva in un mare che si intuisce devastato dall’inquinamento. Alla fine, la fuga dalla città come unico mezzo per salvarsi.

La città è Taranto; in mezzo a questo inizio e a questa fine c’è un film, Marpiccolo, la cui trasmissione nel pomeriggio su RaiTre ripropone il tema del rapporto tra il capoluogo ionico e Apulia Film Commission, fondazione nata nel 2007, sotto il governo regionale di Nichi Vendola, e che annovera tra i soci 33 tra Province e Comuni pugliesi.

L’obiettivo è quello di “attrarre le produzioni audiovisive”, che poi restituiscono al grande pubblico l’immagine del territorio. Apulia Film Commission ha “sostenuto” la produzione del film di Alessandro Di Robilant, apprezzato cineasta che ha scelto di ambientare a Taranto una storia di disagio morale e sociale, tra malavita e inquinamento, con il protagonista che ha come unica via di salvezza quella della fuga, destinazione Bologna. Il giudizio sull’opera, tra i cui interpreti spiccano attori tarantini di livello come Michele Riondino e Giulio Beranek, spetta ai critici cinematografici.

Ma già sette anni fa, quando il film arrivò nelle sale, più di una voce criticò non tanto l’immagine di una Taranto disperata e senza futuro che ne ricavava, e ne ricava, lo spettatore, quanto quel “sostegno” alla produttrice Overlook da parte proprio dell’Apulia Film Commission, che ha sostenuto e sostiene altre produzioni che danno un’immagine del Salento, piuttosto che della Valle d’Itria, decisamente più attraente. Polemiche feroci accompagnarono poi, lo scorso anno, l’uscita di Belli di Papà, pellicola fortunata al botteghino, con Diego Abatantuono, anch’essa ambientata in città.

A prendere posizione anche Confcommercio. Il film «delude quei tarantini che si aspettavano il bel promo della città dei due mari, come del resto avviene per tutti i film girati in Puglia e sostenuti da Apulia Film Commission. La crudezza dell’immagine della Taranto rappresentata, con la sua Città Vecchia un po’ male in arnese, a molti spettatori non è andata giù. Non è di fatto la prima volta che Taranto viene individuata come location ideale per rappresentare contesti socio-ambientali degradati. Fatto salvo il principio che vada rispettata l’autonomia del regista dell’ opera cinematografica, trattandosi di un’attività dell’ingegno, non si discutono i criteri che hanno suggerito l’ambientazione e la scelta della location, bensì il ruolo svolto dalla Fondazione- Apulia Film Commission e sull’utilizzo dei contributi pubblici.

La Fondazione sostiene le produzioni, le produce direttamente e distribuisce le opere audiovisive realizzate in Puglia. In pochi anni Afc ha messo in piedi un’importante struttura che ha contribuito non poco a rilanciare l’immagine della Puglia (la Cinecittà dei giorni nostri, secondo la nuove generazioni di registi che vengono a girare nel Salento e nel Barese), grazie anche all’attività dei tre cineporti di Bari, Foggia e Lecce. Insomma un’attività che porta ricadute economiche dirette ed indirette notevoli, ma non per Taranto, salvo quelle poche isolate occasioni, allorquando si parla di emarginazione, povertà, degrado, inquinamento». Così l’associazione dei commercianti. Parole che tornano d’attualità ogni volta che, come oggi, i film made in Taranto – quasi tutti, almeno – passano dal grande al piccolo schermo.

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