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Parla l’ex Pm Matteo Di Giorgio: «Mi hanno distrutto, sono vittima di un complotto»

«Voglio innanzitutto chiarire una cosa: Italo Pontassuglia non è mai stato mio amico; è stato solo una persona informata sui fatti che io, come magistrato, ho sentito alla presenza degli ispettori della Digos. Parliamo del 2000-2001».

Matteo Di Giorgio replica così alle dichiarazioni rilasciate al nostro giornale dal suo grande accusatore, Italo Vito Pontassuglia, ex gestore di servizi di vigilanza e autore della denuncia dalla quale è scaturito il procedimento che ha portato alla condanna dell’ex pubblico ministero: 12 anni e mezzo che gli sono stati inflitti dalla Corte d’Appello di Potenza. A Di Giorgio si contestano i reati di corruzione e concussione e, in sostanza, di aver approfittato della sua posizione di magistrato per determinare le vicende politiche e amministrative di Castellaneta, paese dove vive tuttora.

Pontassuglia aveva affidato qualche giorno fa il suo amaro sfogo proprio a TarantoBuonasera: «Sono un uomo solo – aveva detto – da quando ho fatto quella denuncia il paese mi ha voltato le spalle, perché ho denunciato un sistema che faceva comodo a tutti».

«Non so quali siano le sue vicende personali nei rapporti con Castellaneta – replica oggi Di Giorgio – non mi piace però l’accostamento tra la mia persona e il presunto ostracismo di cui Pontassuglia sarebbe vittima». È proprio Di Giorgio, invece,a sentirsi vittima: «Contro di me – dice a TarantoBuonasera – è stato costruito un processo fondato su congetture e illazioni. In primo grado ci sono stati circa sessanta testimoni a mio favore, ma si è preferito dare credito a soli tre testimoni d’accusa. Tutti e tre, per loro stessa ammissione, animati da motivi di risentimento nei miei confronti. I testimoni che mi scagionano sono invece persone a me estranee, di ogni ceto sociale e di diversa provenienza geografica e non si capisce per quale interesse avrebbero dovuto testimoniare a mio favore».

Oggi Matteo Di Giorgio è un uomo provato dalla sua lunga e pesante vicenda giudiziaria: «Mi accusano di aver provocato il tracollo imprenditoriale e giudiziario dei fratelli Dibattista (titolari del villaggio turistico “Il Catalano, ndr), ma proprio loro mi hanno scagionato, sia in fase di indagine che in dibattimento. Peraltro io non faccio il magistrato da sei anni, quindi che potere di intimorire i testimoni potrei avere? E poi io con la politica di Castellaneta non c’entro proprio nulla. Non lo dico io, lo dicono i carabinieri: è agli atti del dibattimento che non ci sono atti dell’amministrazione comunale a me riconducibili.

La sentenza di primo grado è fondata su un assunto aberrante: una persona per il solo fatto di essere magistrato genera timori e paure. In pratica si associa la figura del magistrato a quella del mafioso. Sconvolgente». Ma perché pubblici ministeri, giudici di primo e secondo grado avrebbero dovuto accanirsi contro un loro stesso collega? «Io me lo spiego, le mie ragioni le farò valere in altre sedi. Posso dire che c’è stato un evidente pregiudizio nei miei confronti. Lo stesso pregiudizio che avverto da parte dei miei ex colleghi quando entro nei palazzi di giustizia».

L’ex pubblico ministero (Di Giorgio è stato sospeso dal Csm) è certo di essere al centro di un complotto: «Tra il processo di primo e quello di secondo grado sono venuto in possesso di nuove prove a mia discolpa. Non le hanno ammesse, in palese violazione di legge. Io ho paura, a me è stato negato l’esercizio del diritto alla difesa. Ci sono testimonianze, registrazioni, documenti non acquisiti. L’ho sempre detto: contro di me è stato ordito un oscuro disegno. L’entità della pena dice tutto». Sullo sfondo di questa vicenda resta lo scenario di Castellaneta. «In paese la gente ha capito. Ricevo centinaia di attestazioni di stima e solidarietà. La mia vita, però, è stata distrutta. Ho subito un danno professionale ed economico irreparabile e vivo con l’assegno alimentare».

Il tarlo resta quello dell’andamento del processo: «Non si parla di un centesimo che avrei intascato, non si parla di tangenti, di mazzette. Niente. Dov’è allora la corruzione? E i processi truccati? Nulla di tutto questo. Purtroppo sono vittima di un sistema che ha trasformato la fantasia in verità processuale». Frasi accompagnate da una affermazione sibillina: «La politica è una falsa chiave di lettura». Le parole che chiudono il colloquio con il nostro giornale sono rivolte al suo grande accusatore: «Pontassuglia non ha denunciato un sistema, come dice. Lui ha denunciato me e io sono disposto ad un confronto con lui. Pontassuglia è stato strumentalizzato. In fondo anche lui, come me, è una vittima: vittima di un grande abbaglio del quale alcuni si sono innamorati e che altri hanno strumentalizzato».

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile