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Dal terrorismo politico a quello internazionale

TARANTO – Il terrorismo politico italiano dei cosiddetti Anni di Piombo ha molti punti di contatto con il terrorismo internazionale del nuovo millennio.
Del resto spargere terrore per imporre le proprie idee presenta delle forme di ritualità ormai ben individuate e studiate.
Profondo conoscitore di tali dinamiche è il giudice Armando Spataro, tarantino, che ha svolto quasi tutta la sua carriera di magistrato al Tribunale di Milano dove si è interessato di processi ai terroristi, alla mafia e all’eversione politica dal 1976 e che dal 2014 è Procuratore della Repubblica a Torino.
A Taranto per un ciclo di incontri dedicati alle vicende politico giudiziarie degli ultimi tempi, Spataro ha incontrato soci e ospiti dei club Rotary Taranto e Magna Grecia per iniziativa dei rispettivi presidenti, Renato Frascolla e Marcello D’Ippolito, per discutere di terrorismo italiano e internazionale, argomenti dei quali si è interessato nel corso di tutta la sua lunga attività professionale.
Punti vincenti della lotta al terrorismo brigatista degli ultimi decenni del secolo scorso fu, secondo il relatore, il verificarsi di una serie di fortunate circostanze sapientemente indirizzate dagli stessi operatori della giustizia e dalla politica dell’epoca: innanzitutto l’incrocio dei dati di tutte le procure che indagavano su fatti di terrorismo ed eversione che all’indomani dell’omicidio Moro permise di scambiare notizie e strategie operative ancor prima che computer e telefonia mobile rendessero accessibile tutta una serie di dati fino ad allora proibitiva. Il pentitismo adeguatamente valutato e valorizzato e una legislazione di emergenza varata tempestivamente completarono il processo di sconfitta definitiva del terrorismo italiano.
E la scuola d’indagine italiana è stata presa a modello successivamente in tutto il mondo per la lotta al terrorismo internazionale di carattere religioso.
“In realtà – ha spiegato Spataro – non acetto la denominazione diffusa di terrorismo islamico che allude all’automatica trasmissione dei principi religiosi nel terrorismo politico”.
“Ma neanche si può parlare di jaidismo o di altre forme che volta per volta vengono coniate per spiegare questo complesso fenomeno. Chiamiamolo dunque terrorismo internazionale”.
Come per la lotta ai brigatisti italiani, così anche per la guerra fra Oriente e Occidente punto di forza è stata la legislazione di emergenza che si spera possa portare ad una rapida e definitiva sconfitta del terrorismo internazionale, in particolare tre leggi restrittive emanate all’indomani dell’11 settembre 2001, dopo gli attentati di Londra del giugno 2005 e infine a febbraio 2015 dopo i fatti tragici francesi di Charlie Hebdo Paris.
Ma in realtà la paura e le limitazioni non sono efficaci e servono solo, ha concluso il relatore, a farci accettare una diminuzione dei nostri diritti e delle nostre libertà, per esempio negli aeroporti. “Questo terrorismo non si finanzia col traffico di esseri umani, e neanche con gli stupefacenti, non ha bisogno di tanto denaro, anche se in mezzo ci capitano tanti delinquenti comuni, ma questo è un altro discorso”.
Fondamentale a questo proposito sarà invece una convinta capacità di integrazione, di rispetto delle nostre leggi cui dobbiamo obbedire anche tutti quanti noi, e la strategia dei servizi che intervengono e indagano.