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Soluzioni urgenti contro la chiusura dei negozi

TARANTO – «La marea di saracinesche abbassate, negozi anche storici che restano chiusi, una desertificazione commerciale ed artigianale che è ormai l’emblema del nostro borgo che si è estesa, quasi per contagio, a tutto il resto della città».
Da qui parte l’analisi di Fabio Paolillo, segretario provinciale della Confartigianato che chiede soluzioni urgenti per fermare la moria di attività del commercio e dell’artigianato tarantino.
«Numeri e cause di tutto ciò sono stati ormai abbondamente sviscerati ma non si può continuare ad aspettare la reazione di questa Amministrazione comunale, i ripetersi degli ormai rituali “racconti ed auspici di cambi di passo” continuano a restare lettera morta, non succede nulla, non si muove una foglia, la città continua a morire anche commercialmente. Confidavamo tutti nella ingegnosità del Sindaco e della sua squadra, ma nonostante le tante rivoluzioni non sembrano prodursi gli effetti aupiscati. Del resto anche il grande Mourinho negli ultimi anni sembra arrancare.
Allora come provare a fermare questa continua “moria” di esercizi commerciali  e di eccellenze dell’artigianato che non sopportando più il peso di un’interminabile crisi e di una sempre più ingerente tassazione e soccombono al destino di  dover chiudere battenti? – si domanda Paolillo. La storia che ci viene esposta da parte degli operatori è pressochè unanime: i costi sono più alti delle entrate. Indiziato numero uno il caro affitti, figlio degenere di una speculazione degli anni di inizio secolo (2000/2010) che ha inquinato il mercato con rendite di posizioni che hanno fatto la differenza fra profitti e perdite, che hanno devastato, quale voce predominante e fissa, il bilancio di un’impresa.
Gli esercizi commerciali, i negozi, le aziende non riescono a sopportare più il peso dei canoni e d’altra parte i proprietari sono sempre più esposti al rischio di una grave morosità. Dove trovare le necessarie soluzioni per aiutare le aziende? Cosa fare per il contenimento degli alti costi? Una proposta per i nostri politici, che si sta già facendo a livello nazionale. Estendere  la cedolare secca anche alle locazioni commerciali e prevedere l’istituzione del contratto a canone agevolato con l’estensione della formula degli affitti calmierati anche all’impresa. Si otterrebbe in questo modo un risultato efficace e al contempo indolore, anche per le casse dello Stato. Con un minimo investimento si permetterebbe a tanti imprenditori di ridurre notevolmente i pressanti costi fissi».
«Quello che si propone – afferma il segretario provinciale della Confartigianato – è una semplice estensione della normativa del canone concordato, un’efficace meccanismo che si basa su una mappatura delle diverse zone del territorio, per una valutazione degli immobili alla luce un canone minimo e massimo.
Tale valutazione sarebbe effettuata dalle principali associazioni di proprietari immobiliari (UPPI, etc) e dalle associazioni di categoria piu rappresentative (CNA, Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, etc) riunite a un tavolo di coordinamento alla vigile mediazione del Comune interessato a questa revisione in veste super partes. Attivando questo meccanismo si genererebbero due differenze fondamentali: la prima formale è che durerebbero meno, tre anni più due di rinnovo automatico alla prima scadenza o altri tre previa intesa, la seconda, più importante, sarebbe l’attivazione delle agevolazioni fiscali. Il risultato sarà infatti che, applicando questi parametri alla definizione del prezzo del fondo da locare, si potrebbero attivare delle agevolazioni fiscali, permettendo da una parte al proprietario di accedere alla cedolare secca del 10% (anziché al 21%) rendendo così appetibile la scelta, dall’altra all’imprenditore di avvalersi di un costo dell’affitto decisamente contenuto e sicuramente inferiore a quello di mercato. Come si potrebbe perfino arrivare a chiedere anche l’estensione di ulteriori agevolazioni come quelle di aliquote più basse per l’Imu o anche maggiori detrazioni previste secondo le diverse peculiarità territoriali.
Si permetterebbe così ai locatori di usufruire del regime fiscale della cedolare secca, evitando l’assoggettamento di tale reddito all’imposizione fiscale Irpef, che risulta un’aggravante per i proprietari ricadenti negli scaglioni più elevati e si consentirebbe al contempo agli affittuari-imprenditori di beneficiare di una riduzione dei costi d’affitto. L’estensione di una normativa ad oggi riferita ai soli privati porterebbe, senza bisogno di grandi manovre finanziarie, a un immediato beneficio che agevolerebbe un mercato oggi dominato da locali sfitti, da locazioni a nero, da esorbitanti costi. La combinata cedolare secca e canone concordato – conclude Paolillo – ha generato innegabili effetti positivi nel mercato tra privati, come quello di calmierare i canoni sul mercato e la domanda nasce spontanea: perché non estenderlo anche ai casi di inquilini in forma di azienda per riattivare i centri urbani e per far ripartire uno stagnante mercato immobiliare? Si ritiene infatti, necessaria una riforma delle locazioni commerciali, per una materia a oggi ancora regolata dalla legge 392/1978, una normativa che ha necessità di essere aggiornata».