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Dante Torraco, un pioniere della ricerca, cura, assistenza e integrazione dei disabili

Oggi ricorre il centenario della nascita dell’affermato chirurgo
Dante Torraco

Il 22 settembre del 1997 si spegneva in Taranto, da tempo ormai sua città adottiva, il dottor Dante Torraco, un pioniere della ricerca, cura, assistenza ed integrazione dei disabili, del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita.

Affermato chirurgo con un breve ma fruttuoso trascorso di docenza e ricerca in Università, originario di Ortanova (FG), dove era nato il 20 febbraio del ’22, si era trasferito da Bari a Taranto con moglie e figli nel 1960, per dar vita, con altri colleghi, ad una clinica privata che si impose presto come una eccellenza nel campo della chirurgia, la Santa Rita. Come da chirurgo si trasformò in studioso della disabilità ed artefice di fenomenali interventi di assistenza, cura ed integrazione? Per una tragedia familiare: l’encefalite virale che colpì a 7 anni, dopo la prima elementare, il figlio Vincenzo, nel 1968. Il bambino entrò in coma. Ricoverato immediatamente in rianimazione, nel Policlinico di Bari, non diede segni di risveglio. Dopo due mesi, i colleghi ed amici del Policlinico consigliarono a Torraco di riportarlo a casa: non c’era più speranza.

Durante il tristissimo trasporto in ambulanza da Bari a Taranto, però, Vincenzo diede segni di risveglio. La gioia si trasformò in desolazione quando però ci si rese conto che l’encefalite aveva trasformato il vivace, brillante, intelligente ragazzino in un “ritardato”, un “subnormale”, come si diceva nel crudele linguaggio dell’epoca. Vincenzo è regredito: non è capace di leggere, anche i centri del linguaggio funzionano poco e male, il ritardo cognitivo lo ha trasformato in un’altra persona. Ma Dante Torraco non si dà per vinto; nello strazio, reagisce come padre e come medico. Consulta i maggiori specialisti di neuropsichiatria ed inizia a studiare le questioni dell’handicap lui stesso. E conosce un mondo nuovo, sommerso: la disabilità, tanto fisica quanto mentale, congenita o acquisita, non è un fatto di nicchia ma un fenomeno molto più esteso di quanto appaia.

Per “vergogna”, molte, troppe famiglie “nascondono” i bambini, e non solo i bambini, con handicap. Quelle che soffrono di più sono le famiglie disagiate, ma il tabù della disabilità colpisce anche quelle più evolute, culturalmente, socialmente, economicamente. Mentre si dedica ad assicurare a Vincenzo ogni tipo di cura e di assistenza, in particolare con processi rieducativi, Torraco torna a fare ricerca: scientifica ma anche sociologica. Con l’ausilio del Provveditorato agli studi e di vari direttori didattici, scopre nel territorio tarantino una notevole presenza, in particolare nel versante orientale, di bambini e ragazzi con gravi deficit cognitivi, il più delle volte tenuti nascosti dalle famiglie, “perché vissuti come un’onta da rimuovere, da cancellare”, ricorderà in seguito. E’ così che, d’intesa con alcuni genitori che è riuscito a sensibilizzare, convincendoli che bisogna uscire dal cono d’ombra della vergogna, fonda nel 1971 la sezione tarantina dell’Anffas, l’Associazione nazionale famiglie fanciulli subnormali (nata a Roma nel 1958, dal 1997 ha conservato la sigla ma ha assunto il nome di Associazione nazionale famiglie di disabili intellettivi e relazionali), ottiene dalla Provincia in comodato d’uso uno stabile in abbandono, lo ristruttura e vi insedia il primo centro diurno per disabili di tutta la Puglia; e lì organizza, grazie anche alla disponibilità dell’Università di Milano, il primo corso di formazione per educatori professionali. Nel giro di un anno i ragazzi che frequentano il centro diurno passano da 40 a 150.

Comprendendo l’importanza della pratica sportiva, costituisce il gruppo sportivo “I Delfini”, i cui ragazzi partecipano alle competizioni per disabili in Italia ed all’estero, che cominciano ad affermarsi a partire dai Giochi della XVII Olimpiade, a Roma, ai quali fece seguito la prima edizione della Paralimpiadi. E ancora, fonda la prima casa-famiglia, a San Giorgio, quindi si lancia in una impresa di dimensioni ancora maggiori: costituisce nel 1982 con famiglie di disabili la cooperativa Amici, liquida le sue quote della clinica, e con quelle, insieme con un oneroso mutuo, acquista una fattoria in agro di Grottaglie, nei pressi di San Marzano (centro con una alta percentuale di disabili) per ospitarvi disabili da avviare ad attività ludiche, sportive, culturali ma anche lavorative; fra le attività rieducative, per la prima volta si dà spazio all’ippoterapia. Il progetto è di destinare la Fattoria Amici al “Dopo di noi”, il progetto per assicurare una vita dignitosa ai disabili parzialmente autosufficienti dopo la scomparsa dei genitori e dei parenti presso i quali vivono. Nel 1996 superati non pochi impacci burocratici Fattoria Amici viene riconosciuta dall’Asl competente come centro diurno per attività socio-educative e riabilitazione equestre; l’anno successivo, a 74 anni, Dante Torraco scompare. I figli Savino, con la moglie Lucia, e Marisa, coadiuvati poi dai nipoti, si adoperano perché il grandioso progetto, nel quale Dante Torraco ha coinvolto anche i Lions (era stato presidente del più antico club pugliese, il Lions club Taranto, odierno Taranto Host, e la casa famiglia, oltre a diventare un service distrettuale pugliese permanente, era stata anche finanziata dalla Lcif, la Fondazione del Lions International; e i Lions e i Leo non hanno mai fatto mancare il loro contributo), non si areni. Il “Dopo di noi” è stato inaugurato nel 2005, ed è andato a regime nel 2011.

Oggi, sia pure gestito da una società privata subentrata per difficoltà economiche, ospita 10 disabili senza sostegno familiare. L’Anffas di Taranto, intitolata a Dante Torraco, prosegue nella sua attività, e gestisce tra l’altro un centro diurno. La figlia maggiore, Marisa, presiede l’Associazione Fattoria Amici Dante Torraco, con la finalità di onorare la memoria del padre “proseguendo la sua opera, e continuando a trasmettere serenità a tutti quei genitori, ormai avanti negli anni, affannati, stanchi e angosciati da mille dubbi sulla sorte del loro figlio, il più debole e per questo il più amato, proprio come lo è stato mio fratello Vincenzo”. Per il quale, va anche ricordato, l’affetto e le azioni di sostegno hanno ottenuto risultati eccezionali. Al dottor Dante Torraco è stata intitolata una strada, nel quartiere Paolo VI.