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Vincono il centrodestra e il reddito di cittadinanza

Il commento ai risultati di Taranto e provincia
Dario Iaia

Taranto avrà quattro parlamentari a rappresentarla in Parlamento: Dario Iaia e Giovanni Maiorano, entrambi di Fratelli d’Italia alla Camera e Mario Turco (M5S) al Senato. A loro si aggiunge Ubaldo Pagano (Pd) che, pur provenendo anagraficamente e politicamente da Bari, già nella precedente legislatura era stato eletto a Taranto. La sorpresa è stata quella di Maiorano, vicesindaco di Maruggio, eletto per i meccanismi legati ai capolista scattati in più collegi. Nel collegio senatoriale uninominale di Taranto è stata eletta un’altra candidata di area barese: Maria Vita Nocco (Fratelli d’Italia) che fino ad oggi non ha avuto alcuna relazione politica col territorio tarantino. Nella legislatura appena conclusa Taranto poteva contare su una pattuglia di sette parlamentari, oggi invece i numeri sono più esigui: questo è il risultato dello scellerato e populistico taglio dei parlamentari che ha finito per impoverire la rappresentanza dei territori politicamente più deboli, come appunto Taranto. Al di là di questo aspetto, le elezioni politiche ci consegnano un quadro locale radicalmente diverso rispetto alle comunali del giugno scorso.

Tre mesi dopo la situazione è profondamente mutata: il centrodestra ha saputo approfittare della frattura tra Pd e M5S e quest’ultimo si è rilanciato dopo il modesto 4,18% delle comunali. Nei collegi uninominali la vittoria dei candidati dello schieramento che comprende Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati è stata infatti schiacciante. Dario Iaia ha praticamente doppiato Giampiero Mancarelli (Pd) e ha dato circa dieci punti di distacco ad Annagrazia Angolano (M5S). Ma se il centrodestra elegge i suoi candidati nei collegi uninominali grazie al risultato dell’intera coalizione, per quanto riguarda i risultati di lista è il Movimento Cinquestelle a rivelarsi primo partito del capoluogo (oltre il 32% alla Camera e oltre il 34% al Senato) e dell’intera provincia, di gran lunga superiore alla pur ottima affermazione di Fratelli d’Italia che a Taranto capoluogo supera il 22% contro il misero 6,7% ottenuto alle comunali di giugno. Certo, per il M5S siamo lontanissimi da quel 50% sfiorato nelle elezioni politiche del 2018, ma quello ottenuto in queste elezioni resta comunque un risultato ragguardevole. Segno che più dell’imbarazzante voltafaccia sulla questione Ilva, hanno fatto breccia nel cuore degli elettori tarantini certamente il consenso personale di cui gode Giuseppe Conte e senza dubbio l’irresistibile appeal del reddito di cittadinanza.

In una terra povera di lavoro, poverissima di buon lavoro e ricca di disoccupati e lavoro nero, questa misura gioca un ruolo determinante per chi è in difficoltà e per i furbetti di vario genere. Dove in Italia il reddito di cittadinanza attecchisce meno, il M5S raggiunge percentuali assai modeste. È anche il segno, questo, di una mentalità assistenzialista ancora profondamente radicata a Taranto: da far riflettere quando, forse con eccessiva disinvoltura, si parla di cambiamento e di transizione. Sono ancora troppi i nodi culturali e strutturali da sciogliere prima di poter davvero parlare di autentico mutamento. La sconfitta del Partito Democratico: nel capoluogo non raggiunge neppure il 18% (aveva superato il 19% alle comunali), con una percentuale che si abbassa addirittura al 16% nell’intera provincia. Il problema qui è soprattutto nazionale. Al Pd di Enrico Letta viene rimproverato di non aver stretto alleanza col M5S.

E se, al contrario, il seme politico di questa sconfitta fosse germogliato, almeno in parte, proprio nell’alleanza di governo stretta col M5S nel Conte 2? Il partito più governista alleato del partito più populista e trasformista che la Repubblica ricordi. Non proprio un incentivo per chi crede in una politica liberale e riformista. Quanti elettori moderati non hanno accettato questo matrimonio così innaturale? Così come non deve essere stato incentivante assistere ad una campagna elettorale incardinata sulla demonizzazione dell’avversario, nella fattispecie Giorgia Meloni, provando anche a terrorizzare gli elettori agitando lo spettro di scenari foschi con un governo guidato dalla presidente di Fratelli d’Italia. Stesso errore commesso per vent’anni con Berlusconi. La solita supponenza e il solito vizio della presunta superiorità morale. Gli elettori hanno detto cosa ne pensano.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile