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Astensione o, per molti, impossibilità di votare?

Nel “popolo degli astenuti” c’è anche, putroppo, un elevato numero di studenti universitari e lavoratori fuorisede
Le ragioni della bassa affluenza alle urne

Mai così bassa la partecipazione al voto in caso di elezioni politiche. In Italia per la Camera ha votato il 63,91% (72,94% nelle precedenti elezioni del 2018) degli aventi diritto al voto, che erano 46.127.514; ovvero ci sono stati 16.647.420 non votanti. Limitiamoci a questo dato, visto che, con una discutibile riforma di facciata, il limite di età per l’elettorato attivo per il Senato è stato uniformato a 18 anni, facendo così perdere al Senato la sua caratteristica di Camera di elettori ed eletti più anziani.

Molti superficiali “commentatori”, politici e giornalisti, ma anche accademici, hanno parlato con un certo allarmismo del “partito più grande”, quello degli “astensionisti”, vero “vincitore delle elezioni”. Ma è proprio così? Tanto per usare un linguaggio populista, da chi è composto il “popolo degli astenuti”? Scontenti, disillusi, delusi, arrabbiati? Anche. In buona parte. Protestatari attivi contro un sistema elettorale che impedisce di scegliere da chi farsi rappresentare, fra taglio selvaggio dei parlamentari (che comprime ferocemente la rappresentanza dei territori e delle idee) e listini bloccati, senza possibilità di esprimere preferenze? Anche, sicuramente. Qualche elettore avrà anche avuto problemi dell’ultimo momento, di salute, propria o dei familiari; emergenze lavorative; ritardati rientri per mille possibili cause da altre località.

Ma nel “popolo degli astenuti” c’è anche, purtroppo, un elevato numero di studenti universitari e lavoratori fuorisede. Ai quali è stato praticamente impedito di partecipare al voto. Nella maggior parte delle consultazioni elettorali tenute in Italia dal ritorno della democrazia il voto è stato ripartito su due giornate: domenica e lunedì o domenica e sabato. Cosa che rendeva più agevole votare anche per chi doveva muoversi da molto lontano (peraltro, facendo aumentare fra allestimento del seggio, giornate di voto e scrutinio delle schede i giorni di impegno di presidenti di seggio, segretari e scrutatori, comportava per questi una maggiore retribuzione, che compensava il disagio e rendeva più appetibile l’esercitare questa funzione, ormai scansata invece come la peste), e consentiva ai lavoratori dipendenti di usufruire di un più congruo permesso retribuito.

Oggi invece i permessi sono concessi soltanto ai dipendenti della pubblica amministrazione, e sono esigui e sottoposti a pesanti restrizioni (un giorno per chi lavori ad almeno 350 Km dal Comune di residenza; due per chi lavori ad almeno 700 Km dal Comune di residenza, ma solo se il lavoratore è stato trasferito da poco nella nuova sede e, pur avendo richiesto il cambio di residenza, non lo abbia ancora ottenuto), mentre i dipendenti privati devono usufruire delle ferie. Quanto alle agevolazioni sul viaggio di andata e ritorno fra luogo di lavoro (o di studio) e Comune di residenza, Trenitalia concedeva uno sconto del 70% sulla seconda classe dei treni a lunga percorrenza (senza possibilità di cambio di data), Ita Airways uno del 50% sui voli interni (a tariffa base, sconto non cumulabile con altre offerte). Peraltro, i collegamenti ferroviari, specie nel Centro-Sud, sono stati negli ultimi anni ferocemente tagliati. Prendiamo il caso di Taranto (caso limite per l’isolamento dal sistema di trasporto, ma non isolato): un lavoratore o un universitario fuorisede che si trovi a Torino, Genova, Milano (ma il discorso non cambia con le teoricamente più vicine Bologna, Pisa, Firenze, Roma…) deve affrontare una discreta spesa per il viaggio, che dura (con pochi orari disponibili) da o per Milano da 9 a 12 ore (quasi sempre con almeno un cambio, e rischio di perdere la coincidenza), da o per Torino da 10 a 15 ore (con uno o due cambi), da o per Genova da 10,40 ore (con un cambio) o fino a 14 ore (con due cambi), deve votare solo dalle ore 7 alle 23 di domenica.

Questo studente, o lavoratore, se non si reca al seggio, lo possiamo definire “astensionista”? Ma nemmeno per sogno! E’ un cittadino italiano al quale è stato negato il diritto di voto. I sistemi per ovviare a questa pericolosa ferita inferta alla democrazia sono molti. Riguardano le modalità di voto ma anche la legge elettorale, che è pessima e da riformare. Magari adesso, subito, ad inizio legislatura, prima che altre cure ed altri interessi prendano il sopravvento. Per chi studia o lavora fuorisede può essere ipotizzato il ricorso al voto “postale”, come si fa per gli elettori italiani residenti all’estero (che però votano, e con le preferenze, per liste specifiche che riguardano quattro grandi circoscrizioni geografiche); essendo in pieno XXI secolo, si può ipotizzare il ricorso al voto elettronico, come si fa per esempio (specie dopo l’emergenza Covid) per gli Ordini professionali o le casse previdenziali professionali. Tutti e due i sistemi presentano però un grosso problema. Nelle democrazie occidentali (giusto per distinguerle dalle caricature delle votazioni in uso in certi Paesi) il voto dev’essere personale, libero e segreto. Ed uguale. Tanto il voto per corrispondenza quanto quello in via telematica (possibilità di hackeraggio a parte, per quest’ultimo) rischiano di non garantire la libertà e la segretezza del voto, cosa che la cabina elettorale invece fa. E questo è un problema serio. Si può ovviare anche senza toccare la orrenda legge elettorale in vigore? Sì, con un correttivo, che però snatura il già molto allentato legame territoriale del voto: già adesso, militari, agenti delle forze dell’ordine, vigili del fuoco, naviganti ed aviatori che si trovino fuori sede possono votare (dando un minimo preavviso) fuori del Comune (e della circoscrizione elettorale) di residenza, e così i ricoverati in ospedali o case di riposo per anziani ed i tossicodipendenti in comunità terapeutiche, oltre ai detenuti (quelli ai quali non siano stati tolti i diritti politici); ovviamente, votano per le liste ed i candidati della circoscrizioni dove si trovano in quel momento.

Una forte presenza di studenti e lavoratori fuorisede potrebbe alterare i risultati geopolitici delle circoscrizioni in cui si trovano (così come, ma in minor misura, delle circoscrizioni dove avrebbero dovuto votare). Ancora, se si riformasse in senso democratico pluralista e partecipativo la legge elettorale (col ritorno al proporzionale e col voto di preferenza), si potrebbe affiancare alle circoscrizioni elettorali un Collegio unico nazionale per il quale potrebbero votare i fuorisede (senza alterare i risultati territoriali). Le soluzioni, insomma, non mancano. Come si diceva un tempo, quel che manca è la “volontà politica” (in alcuni casi, banalmente, manca purtroppo preliminarmente un minimo di intelligenza). Gli universitari fuorisede in Italia sono circa 600mila (su 1.700.00 circa, anche se alcuni dei 600mila, circa 200mila, sono iscritti in Atenei che distano meno di quattro ore di spostamento dal Comune di residenza, stando ad una recente ricerca – aprile 2022 – del dipartimento per le Riforme istituzionali della presidenza del Consiglio dei ministri).

I lavoratori fuorisede sono circa 4.300.000 (stando alla citata ricerca). Insomma, quasi 5 milioni di elettori italiani (su un totale, come su riportato, di 16.647.420) hanno serie difficoltà ad esercitare il diritto di voto. Per almeno 4 milioni di loro votare è invece proprio impossibile. La nostra Costituzione afferma solennemente (art. 3) che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Per quanto riguarda i fuorisede, la Costituzione è ancora incompiuta, in uno dei suoi principi fondamentali.