x

x

Grido d’allarme per il siderurgico

All’Ilva siamo al punto di non ritorno.

Sebbene si sia appena aperto, per la prima volta, il canale di dialogo sul caso Ilva tra il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e il Presidente della Puglia, Michele Emiliano. Diciamo: speriamo in bene, seppure, il quadro d’insieme sia drammatico. Produzione al minimo storico, produttività idem, protrarsi della crisi economico – finanziaria internazionale del settore dell’acciaio, mancata manutenzione e sicurezza, operai e management in crisi depressiva, risorse finanziarie scarse in compenso sperpero di queste in numerosi contratti di collaborazione, indotto moribondo e, infine, il patteggiamento di là da venire. In più, ci sono i 4.984 esuberi la cui sorte dipende dal finanziamento degli ammortizzatori sociali. Ragionando per assurdo, a marzo si troverebbero sul lastrico se non ci fosse il rifinanziamento.

Basta e avanza per dare degna sepoltura al più grande stabilimento siderurgico europeo. Nel caso in cui si dovesse arrivare al patteggiamento, dovrebbe portare nelle casse vuote dell’Ilva 1 miliardo e 330 milioni di euro della famiglia Riva, Regina d’Inghilterra permettendo. E la Regina Elisabetta, diciamo così non permette, visto che la somma di denaro, che dovrebbe essere messa a disposizione per il risanamento ambientale, è stata bloccata nell’isola – paradiso fiscale – di Jersey, appartenente proprio alla regnante inglese. Con questi chiari di luna, al momento, non c’è alcuna certezza che la somma possa partire dall’isola inglese e arrivare sana e salva a Taranto.

La situazione si è acuita per colpa della lungaggine del processo di privatizzazione. Il piano ambientale è stato approvato fuori tempo massimo e il piano industriale dio solo lo sa quando sarà approvato. In questo quadro chi sta pagando il prezzo maggiore sono le maestranze con la riduzione delle ore lavorative. Di conseguenza, la diminuzione del salario, che si aggirerebbe a circa il 60% di euro rispetto alla busta paga base. A conti fatti, con una perdita secca del 40%. La famiglia targata Ilva dovrà stringere ancora di più cinghia, sottoponendosi a una cura dimagrante senza precedenti, non prescritta dal medico bensì dal governo. Il sindacato se ci fosse dovrebbe battere un colpo, ma, finora, in verità, non l’ha fatto e non si capisce perché. Il colmo dei colmi è che i fornitori delle materie prime non vendono più all’Ilva non avendo questa nemmeno un soldo bucato, ragion per cui hanno deciso di non far più credito, essendo «i tre tenori», ossia i commissari: Gnudi, Laghi e Carruba, cattivi pagatori. Ai tre si aggiunge un quarto: un giovane Carneadeche impazza nello stabilimento, facendo il bello e il cattivo tempo.

Per conto di chi non si sa, però, una cosa è certa: si muove con spavalderia come un padrone delle ferriere. Figure a contratto ce ne sono a iosa ma con una completezza siderurgica pari a zero. Per recuperare professionalità e know -how i commissari, trovandosi con l’acqua alla gola, hanno tirato fuori dal mazzo un manager invischiato in “Ambiente svenduto”. Intanto, le aziende dell’indotto sono state falcidiate dalla crisi Ilva, quelle ioniche innanzitutto. Quest’ultime hanno dovuto subire un doppio colpo attacco: la crisi industrial – finanziaria dell’Ilva e grazie alla complicità dei commissari sono state sostituite le aziende locali con quelle del Centro-Nord.

L’attenzione prevalente, però, si concentra, in primo luogo, sulla bonifica ambientale che procede a stop and go per mancanze di risorse e, in secondo luogo, sulla privatizzazione dell’Ilva alla cui gara partecipano due cordate: da una parte, Marcegaglia – Arcelor – Mittal, dall’altra, Arvedi – Cdp – Luxottica e gli indiani di Jindal. Quest’ultima ha una impronta italiana e, a nostro parere, in pole position. Di fronte a ciò Antonio Gozzi, presidente della Federacciai, invece di polemizzare con Emiliano sulla de-carbonizzazione, dovrebbe sollecitare il governo per accelerare il passaggio dalla disastrosa gestione pubblica a quella privata.