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“Fine vita”, adesso è guerra a sinistra

Amati (Pd) durissimo con Emiliano: «Siamo al capolinea di un’esperienza di governo»
Michele Emiliano a Taranto - archivio

Rischio crisi in Regione. «In Puglia siamo al capolinea. Facendo sponda con l’opposizione di destra, il Governo regionale boccia il diritto civile al fine vita, nonostante sulle regioni incombe il dovere di assicurare ogni tipo di assistenza in base a una sentenza della Corte costituzionale e a una circolare del Ministero della Salute. Un non senso politico e giuridico, ispirato e messo in atto dal presidente Emiliano, ponendosi fuori dagli interessi delle persone, dal programma elettorale e da tutte le carte d’intenti del Partito Democratico. Siamo dunque al capolinea di un’esperienza di governo. E lo dico con notevole serenità perché so che potremmo disporre sin da subito di un’alternativa seria, credibile e altamente competitiva». Lo dichiara il consigliere regionale del Partito Democratico Fabiano Amati. Parole pesantissime, quelle dell’esponente del Pd.

«Ci sono momenti in cui bisogna prendere atto che ogni sforzo e ogni tentativo di governare al meglio risultano vani. In questi due anni tutte le iniziative di governo che contano sono venute dal Consiglio regionale attraverso proposte di legge e atti d’indirizzo o controllo, però spesso ostacolate dalla Giunta per risibili motivi di narcisismo, vanità e invidia. Tutte le riforme in ambito sanitario o economico degne di queste nome sono nate dall’iniziativa consiliare. Le leggi sugli screening neonatali per curare al più presto e al meglio i bimbi; le leggi sulla genetica come forma avanzatissima di prevenzione e cura; le leggi sul potenziamento degli screening sui tumori alla mammella e al colon; le leggi sugli obblighi vaccinali; le leggi sul contenimento della spesa farmaceutica; le leggi sull’edilizia e sul Piano casa; le leggi sull’energia; le leggi di semplificazione amministrativa; gli atti di indirizzo e controllo sulla costruzione dei nuovi ospedali; gli atti di controllo sulla gestione della Protezione civile ed economato; gli atti di controllo sulla gestione dei fondi sullo spettacolo; gli atti di controllo sulla spesa finalizzata al dragaggio dei porti. E questo è solo un piccolo elenco esplicativo, che dimostra lo squilibrio tra la produttività governativa del Consiglio regionale e l’inerzia e gli ostacoli della Giunta».

Amati sferza Emiliano, dicendo che «l’inerzia costante del Presidente si è trasformata in sabotaggio su argomenti fondamentali del nostro essere in politica, la Costituzione e il suo rispetto, esercitando anche un insopportabile condizionamento su decine di colleghi, persone per bene e di certo non contenti di essere trattati come pedine per inutili giochi di potere. Un sabotaggio realizzato cercando l’alleanza con l’opposizione di destra e negando il dovere della pubblica amministrazione di assicurare alle persone l’esercizio dei diritti irrevocabili. Una questione politica enorme, dunque, non più eludibile per chi ha a cuore il futuro della Puglia e vorrebbe riconciliare con il voto maggioritario delle persone il Partito Democratico e il centrosinistra». Le parole di Amati sono destinate a lasciare il segno all’interno del centrosinistra pugliese. Ad intervenire dopo il suo j’accuse è stato il Movimento Cinquestelle: «Non può essere una singola Regione a legiferare su una materia così delicata come quella del ‘fine vita’. Siamo assolutamente consapevoli che in Italia ci sia un vuoto normativo sulla questione che deve essere colmato, ma a farlo deve essere il legislatore nazionale, il solo competente a legiferare su questa materia. Abbiamo votato contro la proposta di legge sul fine vita presentata, perché riteniamo che la stessa sconti concreti profili di incostituzionalità.

In commissione ci eravamo astenuti perché auspicavamo che in aula ci venissero chiariti i profili di incostituzionalità della PdL sui quali abbiamo posto l’attenzione, ma così non è stato e invece di dare vita a un dibattito costruttivo (anche da punto di vista giuridico) si è preferito trasformare l’esame della proposta nell’ennesima occasione per esibirsi in aula»: così il gruppo di maggioranza del M5s dopo il consiglio regionale in cui è stata bocciata la proposta di legge sul fine vita. «La sentenza della Corte Costituzionale integralmente richiamata proprio nella relazione della proposta di legge – continuano i pentastellati – interviene solo in ambito penale (reato di cui all’art. 580 c.p.). La proposta di fatto ha provato ad anticipare il contenuto della futura disciplina statale, peraltro invocata dalla stessa Corte, proprio sul presupposto che si tratta di una materia di competenza legislativa esclusiva dello Stato. La natura additiva della sentenza della Corte non è un invito alle Regioni a legiferare sulla materia, ma ai giudici, nell’attesa della norma nazionale, ad applicare direttamente le integrazioni normative nell’eventuale procedimento penale per il reato di aiuto/agevolazione materiale al suicidio, per poter riconoscere al suo autore la causa di non punibilità prevista dalla sentenza. La Corte di certo non ha detto (né avrebbe mai potuto) che le Regioni debbano legiferare singolarmente sul tema, e ciò in quanto il trattamento deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale. Tesi ribadita anche dal costituzionalista audito in Commissione che, al pari dei giuristi con i quali è stato aperto un costruttivo confronto, aveva manifestato più di una perplessità sulla proposta sotto il profilo della incostituzionalità della stessa. In questa delicata materia non vi è ‘giusto’ ed il ‘non giusto’, ma ciò che si può fare e ciò che invece è contrario alla nostra Carta Costituzionale ed in tal senso si è espresso il voto responsabile in Consiglio».

Da destra, a parlare è Ignazio Zullo, capogruppo di Fratelli d’Italia. «Avevamo già paventato il rischio non solo di incostituzionalità, perché non è competenza delle Regioni ma dello Stato, ma che affrontare in Consiglio regionale un dibattito su ‘fine vita’ fosse sdoganare, con legge regionale, il diritto alla morte». Per Zullo, «in una materia così delicata non si può giocare con la sofferenza più grande dell’uomo, qual è la morte, per appuntarsi inutili medagliette e titoli di giornale. Senza contare che la ‘voglia di vivere o morire’ è legata anche alla qualità dell’assistenza sanitaria che il paziente e l’ammalato ricevono. La sofferenza non dobbiamo estirparla perché fa parte di noi ma dobbiamo alleviarla e dobbiamo chiederci se in Puglia sono efficienti i servizi di assistenza ai malati terminali e se siamo in grado di assicurare le cure palliative e la terapia del dolore. Se una Regione è incapace di sostenere la vita con i servizi sanitari e di integrazione socio-sanitaria è allora vuol dire che sul piano sanitario ha fallito la sua mission che è tutelare e promuovere la salute e quindi la vita. Un ringraziamento va non solo ai colleghi che bocciando l’articolo 1 hanno bocciato l’intera proposta di legge Amati, ma va al professor Raffaele Rodio (costituzionalista) e al professor Filippo Boscia (ginecologo) che in commissione regionale hanno, il primo, smontato giuridicamente la possibilità dell’eutanasia regionale (come dire: in Puglia sì e nelle altre regioni no), il secondo il valore della vita sempre, in qualsiasi momento anche in quelli dolorosi».