x

x

“A noi, compagno!” …e il cittadino paga

Il caso risale ad
un paio di anni fa. Di buon
mattino un dipendente, autista
comunale, come era
solito fare salutò l’arrivo del
sindaco a Palazzo di Città
con un saluto somigliante a
quello romano. E pronunciò
scherzosamente la frase “A
noi, compagno”.

Ippazio Stefàno quel mattino
non la prese bene e per l’incredulo
dipendente scattò la
sanzione disciplinare: quattro
ore di multa «per aver salutato
il sindaco con il tipico
saluto fascista alzando il
braccio sinistro verso l’alto
accompagnato dalle parole
a noi compagno e tanto
all’interno del Palazzo di
Città, sede istituzionale del
Comune».
Dopo due anni, però, per il dipendente
è arrivata giustizia.

Il Tribunale, in funzione di
Giudice del Lavoro, ha accolto
il suo ricorso e ha condannato
il Comune al pagamento delle
spese legali, quantificate in
milleduecento euro.
Il giudice monocratico Maria
Leone ha accolto la tesi difensiva
degli avvocati Anna
e Filippo Condemi, legali
dell’autista.
Il giudice, in particolare, ha
riconosciuto la illegittimità
della sanzione disciplinare in
quanto «la condotta tenuta
(dall’autista, ndr) era abituale
e sempre tollerata» proprio
perché quel dipendente «ha
sempre scherzosamente salutato
il sindaco e i colleghi
in tale modo».

Un saluto
goliardico, insomma.
Ma il Tribunale è andato oltre,
accogliendo anche un altro
aspetto del ricorso dell’autista:
non poteva trattarsi
di saluto fascista, perché
espresso con modalità diverse
da quelle proprio del
saluto romano. Il dipendente
comunale si sarebbe limitato
a piegare il braccio sinistro
all’altezza della propria spalla
e non di averlo alzato teso.
«Ebbene – scrive il giudice –
già dalla stessa contestazione
si comprende che vi siano
delle incongruenze in quanto
è noto come il saluto fascista
o romano, preveda di alzare il
braccio destro teso e non certamente
il sinistro. Singolare
è anche che al predetto saluto,
qualificato quale fascista,
siano affiancate le parole “a
noi compagno”, tipiche di
altri schieramenti politici».

Insomma, se di saluto fascista
trattasi non può esserci
la parola “compagno” ad
accompagnarlo. Saremmo di
fronte ad una contraddizione
in termini.
«E comunque ad abundantiam
– scrive sempre il giudice – pur a voler ritenere per assurdo
trattarsi effettivamente del
contestato saluto fascista
(…) è anche emerso pacificamente
come tanto avvenisse
in un clima goliardico e scherzoso
sia tra colleghi che con
il sindaco stesso tanto negli
uffici comunali che al di fuori
degli stessi, In particolare
è emerso come in numerose
altre occasioni il sindaco era
solito scherzare sul modo in
cui il ricorrente salutava,
addirittura raccontando barzellette».
E proprio una barzelletta
sembra essere questa storia
kafkiana. Fa sorridere, ma con
amarezza. Perché a pagare
quei milleduecento euro a cui
il Comune è stato condannato
saranno i cittadini con le loro
tasche.