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Il “metodo Ilva” e i rapporti fra Archinà e Vendola

La Corte: L’ex governatore ha confessato in aula le pressioni su Assennato
Il processo Ambiente Svenduto

Benevolo nei confronti dell’Ilva dei Riva e di contrapposizione con l’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente. Così viene descritto l’atteggiamento dell’ex governatore Nichi Vendola nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Taranto del maxi processo sul disastro ambientale del Siderurgico contro 47 imputati, di cui 44 persone fisiche e tre società.

Nel capitolo dedicato ai reati contro la pubblica amministrazione vengono ricostruiti i rapporti con gli esponenti istituzionali di vari livelli, dal sindaco di Taranto Ezio Stefàno, al presidente della Provincia Gianni Florido, al governatore Vendola, dell’addetto alle relazioni esterne dell’Ilva Girolamo Archinà. Vendola è finito sotto processo ed è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione per concussione in concorso con Archinà, Fabio Riva, Francesco Perli e Luigi Capogrosso. Secondo la Corte che ha sposato la tesi accusatoria, Vendola, in contrasto con l’Arpa e col direttore generale dell’Agenzia Giorgio Assennato, e insieme ai vertici dell’Ilva avrebbe ideato un “piano finalizzato a eludere le criticità riscontrate da Arpa e da Assennato al fine di evitare la chiusura o comunque la prospettata riduzione della produzione”. Secondo i giudici, Vendola intendeva gestire in prima persona la questione Ilva “con intento punitivo nei confronti dell’agenzia regionale”.

“Il metodo Ilva – come viene testualmente scritto nelle motivazioni depositate il 29 novembre – trova in tale vicenda l’ennesima conferma. Anche i progetti della Regione erano scritti da Ilva”. Secondo i giudici della Corte fra Vendola e Archinà c’era un rapporto definito “confidenziale” come conferma la famosa conversazione intercettata e la risata su “uno splendido balzo felino”, come nel 2010 Vendola definiva il gesto di Archinà di togliere il microfono ad un giornalista che cercava di intervistare Emilio Riva. Gesto ripreso dalle telecamere di un’emittente locale. Per il suo atteggiamento Vendola, ritengono i giudici, era entrato in collisione con Assennato. Quest’ultimo sarebbe stato visto come un nemico dell’Ilva, soprattutto dopo una nota Arpa sul benzopirene del 21 giugno 2010 che aveva destato le preoccupazioni dei vertici dell’Ilva. Quindi, secondo i giudici, Assennato era da rimuovere dalla direzione dell’agenzia per la tutela dell’ambiente. Il professor Assennato nel processo è coinvolto nella duplice veste di imputato per favoreggiamento, per aver mentito, secondo la Corte, sulle pressioni di Vendola, e di parte offesa del governatore in quanto vittima di concussione. In riferimento alla vicenda, le dichiarazioni in aula di Vendola, che si è sottoposto a interrogatorio, sono state ritenute di “evidente carattere confessorio” poiché “in altri termini avrebbe ammesso di aver concusso Assennato”.

Sulla concussione non ha alcun dubbio la Corte, “richiamare le battaglie ambientaliste sostenute nel corso della sua carriera davvero sposta poco in merito alla questione della concussione in danno di Assennato”. Il direttore generale dell’Arpa sia in aula sia alcuni anni prima quando è stato sentito a sommarie informazioni dai militari della Guardia di Finanza, ha ribadito di non aver subito pressioni da Vendola. Ma quanto ha riferito, secondo la Corte (presidente Stefania D’Errico, giudice togato a latere Fulvia Misserini), non sarebbe veritiero e sarebbe stato finalizzato ad agevolare Vendola per consentirgli di eludere le indagini. Secondo la Corte, che ha accolto in toto la ricostruzione dell’accusa, il presidente della Regione dell’epoca, come quello della Provincia Gianni Florido, anche lui imputato per concussione, come il sindaco di Taranto Ezio Stefàno, sarebbero stati tutti inclini ad assecondare la volontà dell’Ilva. “La figura di Stefàno – scrive la Corte – come si delinea dalle conversazioni intercettate, è quella di una persona molto più che incline alla mediazione e al compromesso, come lo ha descritto Marescotti, ma addirittura supina o quasi alla volontà dell’Ilva”. Secondo la Corte, la quantità di conversazioni intercettate fra l’ex sindaco di Taranto e Archinà e il numero dei contatti dimostrerebbero che “Stefàno prima di intraprendere qualsiasi iniziativa, si consultava col portavoce dell’Ilva”.

Comunque, malgrado la descrizione di un sindaco remissivo nei confronti dell’Ilva, come afferma la stessa Corte, l’ordinanza contingibile e urgente a tutela della salute pubblica “veniva comunque emessa a notificata all’Ilva”. L’ordinanza è stata poi annullata dal Tar di Lecce che ha ritenuto insussistenti i presupposti dell’emergenza. Ma non per questo, spiegano i giudici della Corte d’Assiste, si configura il reato di abuso d’ufficio che, quindi, è da escludere. Infatti Stefàno è stato assolto. I massimi esponenti istituzionali dell’epoca in Puglia, anche secondo la Corte, sarebbero stati complici della gestione dell’Ilva definita illegale. A fare da collegamento fra il mondo politico ritenuto compiacente e i Riva, sempre secondo la sentenza di primo grado, era Archinà. L’addetto alle relazioni esterne è finito sotto processo anche per disastro ambientale, come Fabio e Nicola Riva e il direttore generale dello Stabilimento Luigi Capogrosso, pur non avendo competenze gestionali, in quanto la sua attività sarebbe stata finalizzata a consentire all’Ilva di produrre indisturbata milioni di tonnellate di acciaio in barba alle norme, diffondendo quindi emissioni ritenute dai periti nocive per la salute degli abitanti di Taranto e dei lavoratori del Siderurgico. Per questo l’area a caldo è stata confiscata dalla Corte d’assise. Ma è ancora in funzione.