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«Dimostrato il grave stato di deturpamento dei Tamburi»

L’impatto delle emissioni dell’Ilva sul quartiere
Una veduta del quartiere Tamburi

Gli elementi emersi dal dibattimento “sono sufficienti a far ritenere dimostrato il grave stato di deturpamento del Rione Tamburi”. Le motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Taranto del maxi processo Ambiente Svenduto evidenziano, al netto delle conseguenze sulla salute degli abitanti, l’impatto delle emissioni dell’Ilva dei Riva sul quartiere più vicino e sulla quotidianità dei suoi abitanti.

“Le prove raccolte in questo dibattimento – si legge nelle motivazioni – hanno positivamente dimostrato che lo spolverio proveniente dallo stabilimento siderurgico di Taranto ha continuato a deturpare il Quartiere Tamburi con i suoi edifici, non rilevando in questa sede l’aspetto afferente alla salute dei suoi abitanti”. Le oltre 3700 pagine contengono anche la testimonianza della pediatra dei bambini dei Tamburi. La dottoressa Grazia Parisi che in aula, durante il dibattimento, ha riferito della presenza di polveri minerali sul corpo dei bambini che visitava.

“Mi vengono portati sporchi di minerale soprattutto nelle giornate in cui c’è il famoso vento – il minerale si alza – quindi i bambini che hanno il minerale qui nell’orecchio, da un lato e non dall’altro. Infatti con le mamme le prime volte ci chiedevamo come mai, perché… all’osservazione di questa cosa che all’inizio dicevamo ‘Che è sta roba nera?’, tantissimi anni fa. Poi ci siamo abituati tutti quanti – in maniera pragmatica – a osservare certe cose e abbiamo capito quello che era. Oppure i bambini che d’estate vengono portati nei passeggini con i piedini scoperti, c‘è il minerale tra un dito e I’altro, nelle pieghe delle dita oppure il minerale nelle pieghe delle cappottine dei passeggini o sulle visiere dei cappellini”. Secondo i giudici di primo grado, che hanno accolto la tesi accusato ria, i proprietari dello stabilimento, i fratelli Fabio e Nicola Riva e il padre Emilio Riva, deceduto ad aprile del 2014, condannati insieme ai dirigenti dello stabilimento per diversi reati, i più pesanti dei quali disastro ambientale doloso e avvelenamento di sostanze alimentari, non avrebbero adottato le misure necessarie a contenere le emissioni inquinanti nocive per la salute dei cittadini di Taranto.

“Dal 1995 al 2007 – si legge nelle motivazioni – I’azienda ha proseguito, pertanto, indisturbata I’attività industriale, senza limiti, senza controlli, se non le indagini settoriali della magistratura requirente, cui hanno fatto seguito Ie sentenze ormai definitive che si sono in più occasioni richiamate (sui parchi minerali, Ie cokerie, il mobbing). che pur hanno consentito di illuminare brevemente una realtà altrimenti del tutto sommersa”. A parere della Corte presieduta dal giudice Stefania D’Errico (giudice togato a latere Fulvia Misserini), “lo sfruttamento degli impianti, già obsoleti e con gravi criticità dal punto di vista delle emissioni e più in generale sotto il profilo ambientale, emerge” in relazione a diversi reparti e soprattutto le cokerie. Sempre secondo i giudici, i vertici del Siderurgico avrebbero pensato unicamente al profitto senza preoccuparsi di effettuare gli interventi sugli impianti. I difensori dei Riva, dei dirigenti e dei fiduciari dello stabilimento hanno prodotto faldoni di documentazione tecnica e contabile che indicava gli investimenti effettuati sin dagli anni ’90 per oltre 4 miliardi di euro.

Ma i giudici della Corte, come il pubblico ministero, hanno ritenuto incerta l’attendibilità della documentazione: “L’argomento della dimostrazione meramente ‘cartolare’ degli investimenti, infatti, è uno degli argomenti che ha caratterizzato questo processo. Sin dall’udienza del 28.6.2017 la Difesa – è scritto nelle motivazioni – ha cercato di produrre sic et simpliciter ona serie di fotocopie di ordini e fatture, consistenti in decine di faldoni, che avrebbero dovuto dimostrare gli investimenti effettuati da Ilva nel periodo di cui alle imputazioni”. “Con la conseguente osservazione del P.M. – si legge ancora nelle motivazioni – circa la incertezza della provenienza dei documenti: se, quindi, quei “documenti” non erano stati estratti dagli estratti autentici dei libri contabili, poiché, come osservato dalla Difesa ormai la società era stata commissariata e quindi non vi era più possibilità di un accesso diretto ai libri contabili la osservazione del P.M. circa l’origine di quei ‘documenti’ allora non può dirsi affatto pretestuosa”. Secondo i giudici, in sintesi, l’Ilva di quegli anni, dal 1995 al 2012, non avrebbe effettuato gli interventi necessari per contenere le emissioni di sostanze inquinanti ma avrebbero cercato una sponda nelle istituzioni, Regione, Provincia e Comune, per aggirare le norme e i controlli e corrotto periti e anche un esperto del Cnr per falsificare le analisi.

L’episodio più pesante contestato è quello a carico di Fabio Riva, del direttore generale Luigi Capogrosso, dell’addetto alle relazioni esterne Girolamo Archinà e del perito della Procura nell’inchiesta sulla diossina, il professor Lorenzo Liberti. Lo scenario delineato della fabbrica e della città, quindi, per la Corte, non poteva avere come conclusione che la confisca dell’area a caldo e condanne pesanti nei confronti di gran parte dei 44 imputati e delle tre società.