​Cercasi ospedali a misura di medici​

Sono vicinissimo alla quarta decade
di lavoro da medico e pressoché lo stesso da medico
ospedaliero nelle diverse cariche istituzionali.
Un tempo il medico in formazione era assistente medico
e poi con la dovuta esperienza e con concorso si
diveniva aiuto, aiuto primario.
L’ultimo gradino era ed è tuttora il raggiungimento
della carica apicale di primario che attualmente viene
chiamato e mi chiamo direttore di s.c.

Sarà questione di età ma preferivo il termine precedente
di primario, perché quello attuale, più giusto e
moderno di Direttore di struttura complessa sottolinea
la gestione di questa complessità dove si esprime tutto
il disagio dei medici degli anni attuali.
Gli ultimi anni hanno fatto registrare un progressivo
inesorabile impoverimento numerico e un preoccupante
invecchiamento della popolazione medica ospedaliera,
per un sistema di sbarramento di iscrizioni a numero
chiuso che ha prodotto due evidenti attuali danni.
Il primo evidente, la mancanza attuale di medici generali
e specialisti di diversi settori per una capacità
previsionale veramente criticabile, il secondo perché
chissà quanti bravi medici potenziali hanno trovato
l’accesso a medicina chiuso da quiz inverosimili ai
quali anche io attualmente dopo tanti anni di lavoro e
di studio, dubito li risolverei con successo.

Si poteva
fare di meglio e si può ancora fare meglio abbandonando
però l’italica moderna consuetudine di piangerci
addosso contro un fato negativo ed oscuro che esiste
solo nel nostro immaginario.
Ma non è solo questo che sta accadendo, negli ultimi
anni si sta assistendo a qualcosa di maggiormente
preoccupante: la fuga dei camici bianchi dagli ospedali
e non più di medici attempati e magari vicino
alla pensione ma soprattutto di giovani. Le ragioni di
questa “silenziosamente assordante” fuga sono facilmente
valutabili anche da un osservatore di sufficiente
capacità critica se pensiamo ai turni massacranti ai
quali sono esposti i medici e gli infermieri (e già anche
gli infermieri il cui attuale ruolo non riceve le giusta
gratificazioni).

Lavorare in ospedale è stato il mio sogno di giovanissimo
medico perché ritenevo a 24 anni e ancora adesso
con molti anni di più, che è il lavoro che ti offre il miglior
osservatorio scientifico, relazionale, comunicativo
e in una unica parola umano, difficilmente acquisibile
in altre professionalità mediche e non.
Ma l’attuale condizione del medico ospedaliero sta
superando i limiti di una umana sopportazione, l’ospedale
diventa l’amante esigente e intollerante che mette
a dura prova le capacità di condurre una vita normale
e portare avanti una vita familiare regolare.
I turni notturni, le reperibilità, la preoccupazione per
quel caso che forse meritava maggiore attenzione, la
necessità di approfondire studiando anche a casa sottraendo
le attenzioni anche ai familiari che non possono
sempre comprendere.
Dico sempre che lavorare in ospedale oggi è appannaggio
solo di 3 categorie: gladiatori pronti a tutto
nell’imperativo del giuramento di Ippocrate, medici
con vocazione quasi religiosa o “squilibrati” non proprio
consapevoli di ciò che li aspetta.

Tra il serio e il
faceto vi racconto che alla laurea del mio primogenito,
per non rubare tempo all’ospedale sono partito con mia
moglie (quasi incomprensibile nella sua sopportazione
delle mie istanze) al mattino prestissimo, quasi all’alba
per poter essere al pomeriggio nell’ateneo romano
per la seduta della tesi. Avevo lasciato tutto quasi in
ordine in ospedale e mi ero raccomandato coi miei
collaboratori (si può dire?) di telefonarmi solo in corso
di urgenze. Ebbene in autostrada, a pochi chilometri
da Foggia, 2 ore appena dalla partenza, le prime chiamate,
con il rischio di tornare indietro per delle gravi
incomprensioni diagnostiche e caratteriali che si erano
create tra i miei collaboratori. Ebbene proprio questo
è uno dei pericoli incombenti quando i ritmi di lavoro
sono improponibili e il livello della qualità di vita si
abbassa pericolosamente, ecco che appare il “burn
out” degli operatori, uno scoppiare di sentimenti e di
emozioni che ti produce intolleranza, incomprensione
e rabbia anche verso i colleghi.

Il pericolo attuale e l’evoluzione di molti medici ospedalieri
diventa proprio questo ed è una condizione che
altera lo spirito col quale si comincia questa mission,
lo spirito necessario di ogni professione di aiuto.
Certo sembra fuori luogo parlare di etica nel lavoro
nella attuale frontiera ospedaliera in una società “Liquida”
come direbbe Bauman o nichilista e relativista
come direi io stesso, ma non può che avere connotati
di alto profilo etico. E questo accade in tutto l’ospedale
con una commovente abnegazione di medici e infermieri
insieme ad altri operatori, ma soprattutto nelle
terapie intensive, nelle unità di emergenze e in tutti
quelle situazioni dove sono richieste decisioni rapide e coraggiose.

Ebbene coi numeri attuali di operatori l’utenza globale
è sempre solidale e comprensiva con gli sforzi degli
operatori di questi tempi? Oggi ci sono due grandi
paradossi a mio avviso.
Il primo: in una società “della qualunque” e pressapochistica
si chiede invece agli ospedali la perfezione,
sottolineo la perfezione, dalla cartella clinica fino ad
ogni comunicazione efficace con i pazienti. Istanze
certamente sacrosante ma non accettabili quando i
limiti che il turnover dei medici ha imposto negli
ultimi 20 anni ha stravolto ogni possibile adeguata
organizzazione, producendo arrangiamenti continui e
impossibilità di offrire tutta la perfezione.
Ma quale sistema complesso è perfetto? E se così fosse
non esiterebbero i sistemi di controllo e il risk management.
In verità vedo nel mio ospedale tanti medici
e infermieri che con grande trasporto fanno un lavoro
difficile e adeguatamente remunerato spesso solo dalla
gratitudine dei pazienti e dell’utenza, che ne vede gli
sforzi e devo dire io stesso oltre alle critiche ricevo
anche gratificazioni di grande vicinanza.

Il secondo paradosso: le normative europee ci impongono,
a giusta ragione, di assolvere a turni di riposo
adeguati e che non possono essere fatti turni prolungati,
ma senza queste modalità non avremmo potuto
portare avanti i ritmi di molte strutture.
L’età dei medici ospedalieri è cresciuta in maniera
esponenziale e preoccupante e anch’io vivo la professione
da trentenne con energie che, ancora grazie a
Dio, conservo, ma che non appartengono alla mia età
anagrafica.
Sappiamo tutti quanto costa la malattia di un collega,
un incidente, una malattia di figli… una gravidanza di
una collega, che invece di farti gioire umanamente ti
fa solo pensare… “e adesso come faremo per i turni
mantenendo uno standard assistenziale adeguato?”
E il numero di bravi medici donne ha oramai superato
quello degli uomini per cui questo “problema”
sta diventando impegnativo e molto frequente senza
i giusti correttivi per poter sostituire una giusta e riconosciuta
necessità.

E allora? allora quando proprio
non ce la si fa più ecco che anche i giovani pensano di
allontanarsi e di fare un passo prima impensabile: il
“cartellino rosso” della autoespulsione dall’ospedale
ossia l’autolicenziamento.
Lavorare fuori dall’ospedale, riguadagnare una accettabile
qualità di vita e un contatto gratificante con la
famiglia, diventa l’unica possibilità dopo interminabili
momenti per decidere se continuare o cambiare.
L’Italia tutta ha bisogno di rivedersi,
Bisogna salvare gli ospedali e supportare i professionisti
e gli operatori tutti perchè il problema non è più
relegato all’angustia di un ospedale in particolare o
di una provincia ma interessa tutta l’Italia.
Per salvare gli ospedali si possono fare dei correttivi e
non dipende dai medici, né dai vertici quali i Direttori
Generali, spesso portatori incolpevoli di decisioni non
autonome, ma serve una svolta che possa riportare questo
lavoro alla sua centralità nelle cure e nella ricerca.
Bisogna aumentare il numero dei medici con una
migliore programmazione, aumentare gli specialisti
con un seria elaborazione dei bisogni specifici e con
una università che insegni il saper fare e soprattutto il
saper essere. Medici scollati dall’etica e da un bagaglio
di umanesimo ad insostituibile corredo personale, non
possono piu esistere. Pensate che da tanti anni avevo
una semplice ricetta personale che potrebbe essere un
modesto suggerimento.

La medicina, come sappiamo,si
esercita nelle università, negli ospedali e sul territorio.
E allora credo opportuno un controllo di qualità dei 3
ambiti e poi fare in modo che ci sia per i giovani medici
che ambiscono alla medicina di base e alla pediatria di
base una fase di obbligatoria preparazione ospedaliera.
La mia proposta è che per i medici che vorranno fare i
medici di base ci sia non il corso attuale, valido solo se
sono veramente seguiti nelle strutture dove ruotano, e
che i giovani specialisti di pediatria prima di diventare
pediatri di base facciano 10 anni di ospedale.
Con questa riforma isorisorse avremmo un arricchimento
degli ospedali, con giovani medici preparati e
capaci di rinvigorire le motivazioni dei più anziani, per
poi restituire al territorio professionisti molto esperti
e con tanta capacità gestionale.

Con questa semplice modifica delle attuali condizioni
potremmo attendere la condizione di più definitiva correzione
delle attuali carenze, programmando maggiori
numeri ai bisogni reali.
Per la medicina dell’infanzia invece i cambiamenti dovrebbero
andare di pari passo coi bisogni e le richieste
che gli ultimi anni ci hanno suggerito.
I bambini sono tanto diminuiti, pericolosamente diminuiti
nel numero e nelle loro patologie. A fronte
di una felice diminuzione di tante patologie acute e
di tante emergenze infettive, che oggi sono solo un
ricordo sfocato, ci sono invece tanti bambini speciali
dai bisogni pluridisciplinari e tanti bisogni della sfera
relazionale, della sfera cognitiva e motoria. Anche i
bisogni psichiatrici maggiori nei bambini sembra che
non esistano o che ci fa comodo pensare che siano degli
altri. Ebbene ci sono e lo sanno le eroiche e silenziose
famiglie di quei bambini che avrebbero certamente
necessità di tanti aiuti. E allora le frontiere della pediatria
sono queste e di questo abbiamo oggi bisogno
a mio avviso, di una riprogrammazione dei bisogni e
dell’offerta.
Il pediatra di ieri non può essere quello di oggi e l’offerta
qualche volta assistenziale deve riportarsi alle
reali e più complesse necessità.

E quando dico questo
penso ai miei anni passati quando un neonato di 1500
grammi ci faceva paura e la prematurità con la quale
ci confrontavamo negli anni 80 erano 34-35 settimane,
mentre adesso i limiti riguardano pochi grammi e 23
settimane. Penso alle epidemie di morbillo di quegli
anni e alle brutte conseguenze di questa malattia e
penso adesso ai ciarlatani del pensiero che parlano di
calcio o di vaccini con la stessa enfasi e competenza
malamente ostentata.
Spazio dunque a nuove figure e a nuove riproposizioni
di offerte “tailored”, cioè tagliate su misura per i
bambini attuali.
Tutti noi abbiamo bisogno di abiti su misura, tutti meritiamo
le giuste attenzioni e la giusta programmazione
di chi ha una consuetudine di vita con i problemi per
poi risolverli.

Per quanto mi riguarda da tanti anni
soffro di una malattia grave, ma poco infettiva e trasmissibile,
che si chiama campanilismo e per questo
penso alla mia città che vede la fuga di tanti medici
nonostante i riconosciuti bisogni. Se saremo capaci di
questo, magari cominciando dal prossimo Ospedale
“San Cataldo” che i miei cari collaboratori dell’Utin
vedranno e vivranno, potremo essere modello di riferimento
di un circolo virtuoso per tutta la Nazione.

Porto e aeroporto di Taranto, «La logistica farà crescere la Puglia»

«La Puglia può crescere e favorire lo sviluppo socio economico dei pugliesi se gioca, come sta già facendo, due importanti partite: quella della green economy e quella della blue economy, strettamente legata al settore strategico della logistica». Lo ha sottolineato l’assessore allo Sviluppo Alessandro Delli Noci. «La Puglia – ha aggiunto – conta 4 grandi […]

Coronavirus, in Puglia 2.407 contagi e 14 decessi. Ma i reparti si svuotano

Nelle ultime 24 ore in Puglia sono stati effettuati 17.522 test per l’infezione da Covid-19 coronavirus e sono stati registrati 2.407 casi positivi, così suddivisi: 830 in provincia di Bari, 169 nella provincia BAT, 189 in provincia di Brindisi, 311 in provincia di Foggia, 482 in provincia di Lecce, 394 in provincia di Taranto, 22 […]

Donna muore dopo tre interventi, dalla Asl Taranto risarcimento da oltre un milione

Dopo due gradi di giudizio, la famiglia di una donna di 77 anni, deceduta all’ospedale SS Annunziata ha ottenuto un risarcimento danni di un milione e 250mila euro. I familiari della vittima sono stati assistiti da Giesse Risarcimento Danni, che li ha accompagnati, con il contributo dei suoi legali fiduciari, lungo tutto il complesso iter […]

Accelerata all’innovazione dei servizi al cittadino

A distanza di due settimane dalla richiesta della Cisl Fp al Comune di Taranto, di valutare lo stato di digitalizzazione dei servizi offerti dall’Ente e di avviare il processo di transizione digitale con i fondi del Pnrr, sviluppato in totale coerenza con il NextGenerationEU, il segretario aziendale della Cisl Fp Fabio Ligonzo, apprende «con favore […]