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Ex Ilva, il corto circuito

Nessuno la ama, ma tutti la vogliono. Tutti contro Arcelor Mittal, ma tutti a pretendere che Arcelor Mittal resti a gestire l’Ilva. È il corto circuito della spinosa e sempre più complicata vertenza che mette in gioco il destino della più grande acciaieria d’Europa. Una vicenda tipicamente italiana, ora resa ancora più intricata dal doppio intervento delle Procure di Milano e di Taranto. La multinazionale è diventata la nemica numero uno di Governo, Sindacati, Imprese dell’indotto, Regione e Comune.

Tutti a darle addosso, ma tutti – sebbene con sfumature e da angolazioni diverse – vorrebbero che restasse a garantire il funzionamento della fabbrica d’acciaio. Il leit motiv è il “rispetto degli impegni”, vale a dire il rispetto di quel contratto dal quale Arcelor Mittal vuole recedere perché, a suo dire (sarà la magistratura ad accertare se ne esistano i presupposti), sono venute meno le condizioni che l’avevano indotta a sottoscriverlo. Da una parte allora si dichiara d’essere pronti a scatenare «la più grande battaglia legale del secolo» (parole del presidente del consiglio Giuseppe Conte), dall’altra lo stesso governo dello stesso presidente del consiglio è pronto a confezionare un nuovo decreto per garantire lo scudo penale e convincere Arcelor Mittal a restare. Perché questo corto circuito? La risposta sembra fin troppo banale: non c’è un Piano B. Sul tavolo, al momento, oltre a qualche congettura, talvolta persino fantasiosa, non esiste nulla di concreto per assorbire il colpo dell’eventuale disimpegno dei franco-indiani.

Tutti hanno paura della deflagrazione e degli effetti devastanti che potrebbe innescare sul piano economico e sociale. E a trovarsi in difficoltà è proprio quella politica che questo enorme pasticcio è riuscita a produrre. L’esempio principe è quello dello scudo penale: prima confezionato per tutelare i commissari che hanno gestito l’azienda prima dell’arrivo di Mittal, poi abrogato dal governo Conte 1 sull’onda delle pulsioni populiste del M5S, quindi reintrodotto dallo stesso governo Conte 1 quando è stato chiaro che senza scudo sarebbe esplosa una bomba sociale, infine di nuovo abrogato questa volta dal governo Conte 2 che ora è però pronto ad offrirlo nuovamente a Mittal. In tutto ciò resta la presenza al governo Conte 2 di un partito, il Pd, che ha subìto senza colpo ferire questo saliscendi da montagne russe, sconfessando apertamente il percorso tracciato dai suoi stessi precedenti governi: Renzi prima e Gentiloni dopo.

Se in questo delirio politico-istituzionale vogliamo creare un capro espiatorio allora mettiamo pure Arcelor Mittal sull’altare sacrificale. La multinazionale – che certamente non è una missione gestita da frati cappuccini – per quanto in un modo che può essere considerato spregiudicato, ha semplicemente approfittato di questa confusione per costruirsi abilmente una exit strategy allo scopo di dribblare la congiuntura negativa del mercato e la difficile gestione dello stabilimento di Taranto: ma la chiave per uscire gliel’hanno gentilmente infilata nella toppa della serratura.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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