x

x

«Noi in prima linea: così affrontiamo il Covid-19»

Medici e infermieri del Reparto di Rianimazione del Moscati

Intervista alla dottoressa Maria Luciana Tancredi, dirigente medico del reparto di Anestesia e Rianimazione, a Taranto da oltre dieci anni, impegnata oggi in prima linea nel reparto di riani­mazione covid del Moscati. I toni sono quelli professionali e gentili di un medico abituato sì a fronteggiare l’emergenza, ma che ha dovuto fare i conti, come i colleghi, con una realtà nuova e prorompente, di fronte alla quale è stato necessario unire scienza, conoscenze, collaborazioni e an­che inventiva.

Quando è iniziata l’emergenza covid in reparto?
“È stato il 6 marzo, il giorno del primo ricovero della paziente di Torricella, ar­rivata in condizioni cliniche respiratorie molto critiche, poi fortunatamente guarita e dimessa”. Con uno sguardo alle settima­ne passate, forse numericamente poche ma molto intense, la dottoressa Tancredi ripercorre l’inizio dell’emergenza nella te­rapia intensiva. “Da quel momento in poi si è avuto un tour de force di ricoveri di pazienti covid abbastanza critici e com­plessi da gestire, sia dal punto di vista dia­gnostico che terapeutico, come la maggior parte dei pazienti covid”.

Qual è stata la difficoltà maggiore che avete riscontrato?
“Di questo virus covid-19 si sa ancora molto poco, è in via di studio. Abbiamo dovuto richiamare tutte le nostre cono­scenze – come penso sia successo in tutte le strutture sanitarie covid – e abbiamo do­vuto capire come improntare la gestione dei malati, che è davvero critica quando arrivano in terapia intensiva. I nostri pa­zienti sono ipossiemici, hanno cioè poco ossigeno nel sangue: presentano una satu­razione molto bassa, quasi incompatibile con la vita. Ciò è dovuto alle polmoniti in­terstiziali che, a livello radiografico e nel quadro diagnostico, si presentano come un vetro smerigliato. Queste forme di polmo­niti sono molto gravi perché riducono al massimo le superfici di scambio tra ossi­geno e anidride carbonica: la respirazione così compromessa non consente loro l’os­sigenazione tessutale, periferica e centra­le”.

A questo punto, come intervenite?
“Sono pazienti che devono essere pronta­mente spostati in terapia intensiva, intu­bati in totale sicurezza perché hanno una bassissima riserva respiratoria, posti in modalità di ventilazione protettiva. Per far sì che questi pazienti traggano il massimo beneficio dal ventilatore di rianimazione, devono essere mantenuti sedati, analge­sizzati, curalizzati. Si tratta di condizioni ideali dal punto di vista del dolore, della coscienza, della paralisi muscolare respi­ratoria, soprattutto per far sì che si adat­tino al ventilatore e traggano il massimo beneficio dal punto di vista terapeutico. La ventilazione protettiva è contemplata nelle ultime Linee Guida della SSIARTI (So­cietà Italiana di Anestesia Analgesia Ria­nimazione e Terapia Intensiva) approntate per il paziente covid”.

Alla terapia meccanica ventilatoria si affianca una terapia farmacologica. Qui diviene importante il gioco di squadra, come anche da suoi colleghi impegnati in altri reparti ma sullo stes­so fronte.
“Sì, verissimo, la collaborazione è fonda­mentale. È prezioso il contributo, come sempre, degli infettivologi nello stilare la terapia più adeguata per ogni paziente: en­trambi ci rifacciamo ai protocolli attual­mente vigenti dettati dall’esperienza del Cotugno di Napoli, dallo Spallanzani di Roma, dai centri milanesi, istituti nazio­nali di ricerca e università. È un gioco di squadra non solo tra i reparti dello stesso Moscati, ma anche tra varie strutture na­zionali e internazionali, dato che si tratta di pandemia: confrontando le reciproche esperienze, si può studiare e progredire verso il meglio, per salvare pazienti e di­metterli. È tutto a vantaggio della prognosi dei pazienti”.

Per quanto riguarda invece la correla­zione tra patologie pregresse e covid-19: in base alla sua esperienza, questo può definirsi un denominatore comune per i casi covid in terapia intensiva?
“È comune a diversi pazienti ma non a tutti. Stiamo osservando che non sempre è così: nelle ultime settimane, l’età media dei ricoveri si è portata sui 50/60 anni, più bassa rispetto a quello che si credeva all’i­nizio e non tutti erano affetti da patologie pregresse o concomitanti importanti. È un virus insidioso, come il quadro polmo­nare che ne deriva: va studiato e si dovrà continuare a studiarlo per tanto tempo. Si tratta inoltre di un virus RNA soggetto a mutazioni diverse, il che rende più diffi­cile l’individuazione di un’unica modalità terapeutica e la ricerca di un vaccino”.

Nell’interpretazione dei bollettini na­zionali, il livello di ‘riempimento’ delle terapie intensive è considerato un fatto­re sentinella dello stato epidemiologico. Cosa può dire in merito al suo reparto?
“Il trend è sicuramente in discesa. Da quel primo caso del 6 marzo, abbiamo regi­strato giorni di picco con 20-22 pazienti ricoverati contemporaneamente. Oggi in reparto vi sono solo due pazienti covid: è certamente un buon segno”.

Quello della terapia intensiva è un re­parto a forte impatto emotivo già in tempi ‘normali’: cosa è cambiato con il covid?
“È cambiata l’interazione tra noi operato­ri sanitari, con i parenti e con i pazienti. La maggiore emotività, inevitabile perché umana, non ha impedito a noi sanitari – so­prattutto agli infermieri che sono in trin­cea 24 ore su 24 e agli Oss – di fare del proprio meglio. Sappiamo che si tratta di una patologia diversa da altre, più letale in reparti come il nostro. C’è una consa­pevolezza diversa e nuove difficoltà, con i familiari per esempio. Eravamo abituati a rapportarci di persona con loro, a modula­re la comunicazione verbale con una certa gestualità per dare le notizie, che da noi spesso sono delicate. Ora dobbiamo fare tutto telefonicamente, è cambiata la mo­dalità della comunicazione, ci siamo rein­ventati da questo punto di vista. Il virus ha cambiato anche il rapporto con i pazienti, privati dell’affetto e della vicinanza dei cari: sa quanto fa una carezza, un saluto o anche solo ‘sentire’ la vicinanza di una persona cara? È stato tutto stravolto: da un lato, forse, ha unito di più le persone, dall’altro ci ha divisi fisicamente. La spe­ranza è che, uscendo da questa emergen­za generata dal covid-19, possiamo tutti riscoprire e comprendere i veri valori e i veri principi della vita, ciò che davvero conta”. Un augurio che sa di buon auspicio per il prossimo futuro, per non dimentica­re.