x

x

Giulio Cesare e le Idi di marzo: l’indagine

Marisa Ranieri Panetta

Marisa Ranieri Panetta dà appuntamento con la storia ai suoi lettori sulle pagine dell’ ultimo libro che ha scritto e che s’intitola: “ Giulio Cesare. Indagine sulle Idi di Marzo”. L’ editore è Bolis di Bergamo, meritevole di aver dato inizio a una Collana dedicata ai giorni memorabili che hanno segnato il corso della storia. Per esempio, il 15 marzo del 44 a.C., ovvero le Idi di Marzo, rimane una data davvero memorabile del mondo antico perché Caio Giulio Cesare, in quel giorno, cadde vittima di una congiura, la più famosa della storia. I congiurati, Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino, Casca e compagni, circa una ventina di senatori che pugnalarono Cesare ventitré volte con un accanimento vergognoso, giustificarono l’assassinio adducendo nobili motivazioni (la difesa della libertà repubblicana, del “mos maiorum” e così via declamando), ma forse si macchiarono del crimine per motivi personali (invidie? rancori?) e sicuramente per difendere i privilegi della loro classe aristocratica che Cesare voleva dominare, ritendendo ormai i tempi maturi per una “monarchia” e favorendo in tal modo la plebe e i militari.

A raccontare questo spaccato drammatico di storia con antefatti, misfatti e conseguenze tumultuose, intorno al focus centrale dell’assassinio di Cesare, è Marisa Ranieri Panetta; il suo libro, pubblicato qualche giorno fa, un anno dopo “Le donne che fecero l’Impero” (ed. Salerno), s’incastona nella Collana di “cronache memorabili” ideata e diretta da Paolo Cesaretti, insigne bizantinista. L’autrice scrive con uno stile che unisce affabilità di scrittura e qualità di ricerca scientifica, chiarezza espositiva e rigore di analisi storica; scrive da saggista e scrittrice ( da non dimenticare il suo romanzo “Vesuvius” del 2013 e la biografia di Messalina del 2016 ) che nella storia, alla maniera di Tito Livio, legge le trame e gli intrighi di un grande romanzo, ma scrive anche da giornalista (è una firma del settimanale “L’Espresso” e di altre riviste specializzate), abile nel divulgare, e cioè rendere accessibili a tutti e piacevoli, la storia, l’archeologia e il mondo antico, senza per questo rinunciare alla serietà della studiosa che sa leggere direttamente gli storici greci e latini -Livio, Plutarco, Svetonio, Cassio Dione etc.- nella lingua originale. Giornalista, studiosa, saggista, scrittrice e ora anche detective. Lo svela il titolo del libro: “Indagine (parola-chiave) sulle Idi di Marzo”. E come un’indagine avvincente, con punte di suspense, Ranieri Panetta sviluppa la narrazione iniziando dalle calende di marzo, cioè dal 1° marzo, per poi spostarsi, con la tecnica del flash-back, all’indietro nel tempo, seguendo passo passo l’incalzare degli eventi culminanti in quella mattina delle Idi di marzo, guardando poi ad ampio raggio le vicende successive al cesaricidio. Importanti gli apparati del testo: la cronologia, il lessico, la bibliografia (che dimostrano la profondità dello studio storico-critico dell’autrice) e l’ excursus sulla fama di Cesare nei secoli. Dirò di più: l’autrice, in queste pagine, sa rendere viva e pulsante la Roma del tempo di Cesare, riuscendo a darci l’impressione di essere anche noi presenti nella Capitale, come se fossimo contemporanei di Cesare e dei congiurati, e lo fa calibrando i ritmi della scrittura e scandendo i tempi in quattordici mirabili capitoli. Un esempio, questo, di “reviviscenza” del passato, davvero non comune.

L’aspetto più originale dell’opera consiste, soprattutto, nell’analisi psicologica dei varî congiurati e nelle nuove, approfondite interpretazioni del loro gesto efferato, al di fuori della comune vulgata. Allora, chi era Cesare? Chi erano veramente i congiurati e perché assassinarono un uomo ambizioso, ma anche di alto profilo che pure li aveva beneficati, specialmente Bruto? E quale fu il ruolo di Servilia, madre di Bruto e amante, un tempo, di Cesare, nelle manovre politiche dei congiurati? Tutte le risposte sono nel libro. Cesare, portato sulle are sotto luci cangianti e ispiratore di pittori, scrittori, musicisti, ancora oggi affascina e fa discutere per la sua personalità sfaccettata. Grande comandante, statista (fu il primo a parlare di perdono e clemenza, doti che manifestò verso Cicerone, all’inizio suo acerrimo avversario politico), scrittore straordinario e ideatore di uno stile “militare” perché conciso, senza fronzoli e paratattico – noi diremmo semplicemente giornalistico “ante litteram”- per raccontare se stesso e le sue fulminanti vittorie nei “Commentarii de bello Gallico” e nei “Commentarii de bello civili” che hanno fatto di lui un “classicus auctor”, Cesare era un uomo di tale personalità da non meritare quella morte atroce. Cesare, Caèsar, che in altre latitudini diventa Kaiser e Czar, è diventato, col passare del tempo, il titolo onorifico per antonomasia degli uomini di potere: un nome che evoca spettacoli e spettri di storia; un nome, anzi un “cognomen” – in latino voleva dire soprannome- affogato nel sangue vivo che sgorgò a fiotti –dicono gli storici- dalle ferite inferte dai congiurati che, pugnali alle mani, si scagliarono come belve su Cesare, proprio “Idibus Martiis”, nella Curia del teatro di Pompeo e precisamente sotto la statua di Pompeo, nemico storico dell’aspirante “monarca”.

Cesare fu idealizzato? Certo, e proprio grazie alla morte che gli conferì il nimbo del martirio e che accelerò la nuova strategia di potere, cioè l’assolutismo e la nascita dell’Impero, prefigurata con lungimiranza da Cesare stesso che diceva, in vista di una futura divinizzazione, di discendere, in quanto “Iulius”, addirittura da Iulus, figlio di Enea e quindi da Venere, madre di Enea. Quando venne ucciso, Cesare era all’acme della gloria e aveva cinquantasei anni, gli stessi che aveva Dante quando morì, e il Poeta che, durante il suo viaggio nell’Inferno, lo incontra nel Limbo, armato e “con li occhi grifagni”, cioè di sparviero, escogitò una condanna spaventosa per Bruto e Cassio, condannati come traditori. Lucifero, conficcato nel centro della terra, ha tre facce: una davanti e due laterali. Ogni bocca maciulla un peccatore: Bruto e Cassio, traditori di Cesare, e Giuda, traditore di Cristo. Proprio una pena esemplare che ha seppellito gli assassini di Cesare sotto l’infamia della loro colpa e sotto le parole inappellabili di Dante, pesanti come macigni.

Josè Minervini