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Quando “La Sferza” passò in tipografia

La sferza (anno 1971) e Galaesus (anno 1971)

L’anno scolastico 1971/72 era quello in cui si sarebbe celebrato il primo centenario della fondazione del Regio Liceo-Ginnasio Archita, la prima scuola di Taranto. Ed era anche l’anno in cui il manipolo di scavezzacolli che aveva realizzato in copie uniche manoscritte un estroso, fantasioso e feroce giornale studentesco, “La Sferza”, nato in II C ma preso allargatosi a tutto il liceo ed a molte altre scuole tarantine, avrebbe frequentato il III liceo, l’ultimo anno del classico di allora. Il successo riscontrato dalla “sana frustata di alto sfottimento”, come noi redattori la definivamo, parafrasando Arbore & Boncompagni (“Alto gradimento” era per noi un mito, e Renzo Arbore sedeva per noi in trono nell’empireo, insieme con Dante e con Platone), ci portò a concepire un progetto megalomane: fare della Sferza un “vero” giornale, stampato e distribuito in un alto numero di copie.

Oggi con computer e stampanti ognuno può realizzare a basso costo, persino in casa – ammesso che ci tenga alla carta, e non gli basti un giornale telematico – un giornale. Mezzo secolo fa (…) la cosa era un po’ più difficoltosa. Era tra l’altro l’epoca del piombo: per realizzare uno stampato bisognava fondere il piombo e, con una linotype, realizzare delle barrette metalliche, ognuna lunga quanto un rigo di libro o di colonna di giornale, che poi venivano rinserrate in un telaio fino a comporre, come una specie di grande timbro, una pagina. Il telaio veniva inchiostrato, e su di esso veniva pressata la carta, sulla quale le lettere inchiostrate imprimevano il testo. Procedimento lungo, e costoso. Esisteva beninteso una tecnologia “alternativa”, meno soddisfacente ma molto più economica, oggi nota solo agli appassionati di modernariato o a chi studia i movimenti di protesta degli anni 60-70-80: il ciclostile.

Consentiva di realizzare copie multiple, rozzamente inchiostrate, di volantini e comunque di fogli che, spillati con la cucitrice (attrezzo che con graffette metalliche che si ripiegavano consentiva di fascicolare permanentemente più fogli, in una sorta di rozza ed elementare rilegatura), diventavano simili ad un giornale. Ma noi non volevamo un ciclostilato: volevamo un giornale stampato. All’inizio dell’anno scolastico, nei primi giorni d’ottobre, si tennero le elezioni studentesche. All’Archita stravincemmo noi. In III C fummo eletti io ed il mio compagno di banco Marcello Cometti, e pochi giorni dopo, nella prima riunione dell’Assemblea (il “parlamentino” studentesco), fui rieletto alla guida di un triumvirato “di governo”. E in quella veste, insieme con Cometti, mi recai dal preside Medori per chiedergli un contribuito della scuola alla realizzazione della Sferza. Il preside Felice Medori, un galantuomo di stampo ottocentesco, studioso di pedagogia e fautore di una allora mitica scuola a tempo pieno, era innamorato del liceo che era giunto a presiedere, e con le scarse risorse disponibili stava mettendo su un notevole programma di iniziative e manifestazioni per il centenario, compresi un doppio numero di “Galaesus”, la rivista annuario della scuola, ed il varo di una associazione di ex alunni, da lui faticosamente rintracciati uno per uno (non c’era Internet, ma una rudimentale Arpanet che ancora non era riuscita a trasmettere da un computer all’altro una parola intera ma solo poche lettere… e peraltro non lo sapeva nessuno; era dei mi litari americani), che sarebbe stata “lanciata” alla presenza del più illustre di loro, Aldo Moro, in quel tempo ministro degli Esteri.

Ascoltò con attenzione il progetto esposto da me e Marcello, che della Sferza aravamo direttore e redattore capo, fu prodigo di incoraggiamenti e consigli, ma di lire (era la valuta dell’epoca, lo dico per i Millennials) non poteva scucirne nemmeno una. Però, per contribuire in qualche modo alla causa, ci consentì di tenere riunioni di redazione in orario di lezione e di vendere il giornale nella scuola. Con grave sacrificio delle nostre scarsissime paghette, io e Marcello, con pochi altri amici, costituimmo un fondo cassa e nominammo amministratore Marcello De Giorgio. Partì anche, sulla fiducia, una campagna di abbonamenti, e in breve tempo il fondo cassa raggiunse una discreta consistenza. Eravamo in cerca di una tipografia: ne trovammo una economica, ubicata oltretutto in una strada del centro, vicino alle nostre case ed alla scuola. Pattuimmo il costo, comunque non indifferente, la veste tipografica – carta patinata, un elegante inchiostro seppia ed un formato oblungo che richiamava il foglio protocollo ripiegato in due in verticale che si usava allora per le prove in classe, temi o versioni che fossero – ed incaricammo Marcello De Giorgio di consegnare al tipografo, battuti a macchina, gli articoli da noi amorevolmente redatti, compreso il mio editoriale. Io e Cometti non avevamo infatti a disposizione a casa macchine per scrivere, e l’amministratore si era offerto di ricopiarli lui. Fu solo a giornale stampato che scoprimmo che l’infido amministratore aveva stravolto, censurandoli e bruttandoli, i nostri articoli, per paura di reazioni avverse degli sbeffeggiati docenti nei confronti dell’intero staff redazionale, lui compreso. Un primo assaggio di che fine fa la libertà di stampa quando è in mano a chi amministra invece che a chi scrive… Né fu questo – il giornale era comunque nel complesso venuto bene… – l’unico contrattempo: nel momento di ritirare le copie, il viscido tipografo sparò una richiesta di ulteriori danari, rispetto a quelli concordati e già versati in anticipo. Ci fu un momento di gelo. Comunque, anche grazie agli abbonamenti, i soldi c’erano.

“La Sferza” fu un successo. Per farsi perdonare la censura, l’amministratore fece anche realizzare da suo padre – un grafico ed incisore di vaglia, Emanuele De Giorgio – un fregio raffigurante una mano che impegna una sferza da sovrapporre alla testata del giornale. E da allora la testata fu impreziosita ed ancora più sferzante. Come era avvenuto con La Sferza manoscritta, il successo dell’iniziativa stimolò la partecipazione di studenti di altri licei; un nucleo molto numeroso si costituì nel Quinto Ennio, ma c’erano anche il Battaglini, l’Andronico, l’Istituto salesiano, e c’era anche qualche inserzione pubblicitaria che dava una mano… Non solo: a partire dal terzo numero, riducendo fortemente le spese di stampa (anche se non quanto sarebbe stato giusto), la fusione del piombo fu realizzata a titolo gratuito dal “Corriere del Giorno”, storico quotidiano di Taranto, poi purtroppo scomparso nel 2014: all’esoso tipografo dovevamo pagare solo carta ed inchiostro, oltre alle poche ore di lavoro. Del primo numero erano state tirate 400 copie, del secondo mille, del terzo millecinquecento, del quarto duemila, con una ristampa di altre duemila… collaboratori ed area di diffusione si moltiplicavano; ma l’apparente successo del quarto numero conteneva i germi di una crisi devastante.

Un losco figuro si era offerto infatti di raccogliere pubblicità, che gli era stata affidata in esclusiva, e di occuparsi lui delle vendite al Quinto Ennio. Solo che si appropriò tanto dei ricavi delle vendite in quella scuola quanto di tutti gli incassi pubblicitari. Di far morire il giornale, però (ripianato il debito), non ce la sentivamo: un giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno”, Dino Lopane, che editava un periodico satirico-politico, “Il Pierino”, si offrì di provvedere alla stampa della Sferza come inserto studentesco del suo periodico. “La Sferza” numero cinque, abbinata al “Pierino”, schizzò così a cinquemila copie; la numero 6, abbinata al “Pierino” gonfio di propaganda elettorale (e con una grave scorrettezza che colpì anche “La Sferza”) ad ottomila. Quello fu l’ultimo numero; il 7°, che pure era pronto, non uscì mai. D’altronde, l’anno scolastico era agli sgoccioli, e si avvicinavano gli esami. E dopo la maturità noi esulammo per le città universitarie.

Giuseppe Mazzarino