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Sessant’anni di convegni sulla Magna Grecia

Attilio Stazio con Giuseppe Mazzarino

C’era una volta Taras, una superpotenza del Mediterraneo antico: ricca, popolosa, potente, colta, rivaleggiava alla pari con le altre grandi potenze dell’epoca: Atene, Siracusa, Cartagine, più tardi anche Roma. Erano i tempi nei quali nel favoloso Occidente i Greci vedevano una Grecia più grande costellata di superbe città; quella Grecia più grande che i Romani, loro succeduti nel controllo delle terre intorno al mare interno, chiamarono, dopo averne distrutto potenza ed indipendenza, Magna Graecia. C’era una volta Carlo Belli, nato a Rovereto nel 1903, suddito absburgico ma italianissimo di sentimenti, che sarà giovanissimo coinvolto, accanto a Fortunato Depero, nell’avventura futurista, e sarà poi eclettico intellettuale, critico d’arte, pittore, musicista, giornalista.

Fu uno dei massimi propagandisti e teorici dell’Avanguardia e dell’astrattismo; diede alle stampe nel 1935 il volume Kn, che uno che se ne intendeva, Vasilij Kandinskij, ebbe a definire “il vangelo dell’arte detta astratta”. Nel secondo dopoguerra fu cronista parlamentare ed inviato del quotidiano Il Tempo, ed in tale veste fu spesso a Taranto negli anni ’40. C’era una volta l’Ept, Ente provinciale del turismo, uno degli enti motori della ricostruzione e del boom, poi sacrificato in nome di un rozzo e brutale neo-centralismo regionalista. A Taranto l’Ept svolse un ruolo eccezionale di promozione del territorio: non solo in senso strettamente turistico ma anche promuovendo la cultura, da un lato (esemplare la storia della galleria Taras, che andrebbe indagata, nella promozione dell’arte contemporanea: azione permanente e di lunga durata), ed il progresso economico-sociale, dall’altro (fu uno dei primi enti ad aderire al Consorzio per l’Area di sviluppo industriale, la cui azione di progettazione e pianificazione dello sviluppo portò nel volgere di pochi anni Taranto dagli ultimi posti per reddito e lavoro a diventare la prima realtà del Mezzogiorno, superando la media italiana).

C’era una volta Angelo Raffaele Cassano, un imprenditore edile di salda cultura, che dell’Ept era il presidente, coadiuvato dal suo direttore generale un manager di grandi qualità e di immensa capacità di lavoro, Mario Costa. Insieme avevano fatto dell’Ept un centro propulsore di cultura e di sviluppo. E con loro aveva collaborato da subito Carlo Belli. Il quale era decisamente un avanguardista sui generis: non pentito, certo, ma innamorato, per esempio, e a livello non dilettantistico, dell’Archeologia. Il roveretano Belli aveva un pallino: ridare vita dopo due millenni abbondanti al cancellato splendore della Magna Grecia. Ed intendeva farlo con un convegno internazionale di studi, da tenere con cadenza annuale a Taranto. Città che si stava faticosamente rialzando dalle ferite della guerra: non tanto i morti e le devastazioni dei bombardamenti, ma la perdita della Marina imperiale, della quale e con la quale Taranto viveva da molti decenni, perlomeno da quando era stata elevata a sede del Dipartimento militare marittimo e vi si era realizzato l’Arsenale. Il visionario Carlo Belli lanciò la sua proposta, nel 1960, dalle colonne di uno dei tanti effimeri foglietti del tempo. E tutto sarebbe finito lì, se l’idea non avesse conquistato Angelo Raffaele Cassano. Dopo l’Arte contemporanea (figurativa e no: Cassano e la Taras giocavano sui due tavoli…), l’Archeologia, per accendere fari su Taranto; meglio ancora, per usare le parole di Belli, per mettere in commercio il nome di Taranto nei circoli internazionali dell’alta cultura”. “Si può fare”, decise Cassano.

C’era l’ideatore, Belli; c’era il braccio operativo, l’Ept, con Cassano e Costa. Ci voleva la garanzia scientifica (anche intorno all’idea del convegno iniziavano a ronzare aspiranti mosche cocchiere tanto velleitarie quanto incompetenti). Belli consultò il direttore generale delle Antichità della Pubblica Istruzione (all’epoca l’Istruzione era ancora pubblica), suo amico, che gli suggerì il nome adatto per il ruolo di segretario generale del Convegno: Attilio Stazio, napoletano, classe 1923, laureato in Lettere classiche a vent’anni, all’epoca già direttore del Museo archeologico nazionale di Napoli: un autentico enfant prodige dell’antichistica. Fra faticose telefonate (non c’era la teleselezione, da una città all’altra ci si doveva prenotare per collegarsi tramite centralino) e lettere, e poche riunioni in presenza, i quattro si misero al lavoro. Si era sul finire del 1960: in pochi mesi si varò la prima edizione, posta sotto la presidenza di uno storico di reputazione internazionale, Giovanni Pugliese Carratelli, con approfondite competenze in campo archeologico, linguistico (aveva collaborato alla decifrazione della Lineare A e della Lineare B) e di etnologia religiosa. Perché non un “archeologo puro”, per quanto le credenziali archeologiche di Pugliese Carratelli fossero notevoli? Perché fin dall’inizio i Convegni Magna Grecia si mossero sull’orizzonte della interdisciplinarietà: cosa non scontata, anche se man mano accettata nei decenni seguenti, ma allora assolutamente innovativa.

Quale tema della prima edizione fu accolta la proposta, anch’essa fortemente innovativa, avanzata da Belli: “Greci e Italici in Magna Grecia”. Perché nella peraltro scarsa bibliografia sui Greci d’Occidente le popolazioni italiche erano state sempre trascurate, accomunate in una sorta di indistinta barbarie. Stazio completò la caratterizzazione dei Convegni con l’attenzione ai giovani, favorendo con borse di studio la partecipazione ai lavori di laureandi o neolaureati in discipline antichistiche. Enti locali, associazioni, persino i giornali dell’epoca largheggiarono nel sottoscrivere assegni, e così dalla prima edizione alla sessantesima, quest’anno (l’edizione 2020 è saltata causa Covid, altrimenti la cadenza annuale è stata sempre rispettata), oltre tremila giovani si sono avvicendati da borsisti a Taranto; e fra di loro ci sono quasi tutti coloro che, nel mondo, si occupano, in Università, Musei, Soprintendenze, di colonizzazione greca e Mediterraneo antico, insieme a molti altri che a Taranto sono tornati da relatori. Domani, 30 dicembre, si apre a Palazzo d’Aquino (pendio La Riccia, in Città Vecchia), sede dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, l’istituzione di alta cultura che organizza, tra l’altro, i Convegni, una mostra documentaria su “Sessant’anni di Convegni di Studi sulla Magna Grecia”, realizzata nell’àmbito della “Programmazione Custodiamo la cultura in Puglia” promossa da Regione Puglia e Teatro pubblico pugliese. Inaugurazione alle ore 11.

La mostra visitabile gratuitamente su prenotazione (obbligo di green pass) contattando la segreteria dell’Isamg via mail isamg@ libero.it o telefonando allo 0997375747. Ampio risalto è dato ai padri fondatori, ma anche alle vicissitudini di Convegno e Isamg, che dopo la scomparsa di Stazio ha visto e vede alla presidenza uno dei suoi più stretti collaboratori, Aldo Siciliano: ospitato da una banca locale, la Popolare di Taranto, l’Istituto rischiò di dover esulare quando l’istituto di credito fu assorbito da altra banca che non aveva interesse nel promuovere cultura; ospitato nel Palazzo degli Uffici, sfrattato perché doveva cedere il posto ad una pizzeria, l’Isamg trovò accoglienza prima nella Cittadella delle Imprese (auspice Emanuele Papalia), poi a Palazzo d’Aquino, ospite dell’Università di Bari, mentre qualche amministratore locale tifava per la sua fine o il suo esilio. Così non è stato.

Giuseppe Mazzarino