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Il mondo politico del dopoguerra nel volume di Gianluca Calvosa

Il mondo politico del dopoguerra nel volume di Gianluca Calvosa

Il libro me lo hanno regalato da qualche giorno, non ho finito di leggerlo, il mio modo di leggere è mutevole, ci sono cose che ho letto tutte d’un fiato, per poi tornare a leggerle, o magari no: in una tragica notte di 45 anni fa, in cui avrei voluto uscire da me stesso, lessi tutto intero “Cento anni di solitudine” per poi tornare più volte negli anni a rileggerlo, sempre affascinato dalla grande scrittura di Marquez. Ci sono libri che riesco solo a sorseggiare per la grande quantità di sensazioni, magari pensieri, talvolta ricordi che suscitano – indipendentemente dal loro valore letterario, assai soggettivo, che mi astengo dall’interpretare. Certamente quello di Giuseppe Calvosa è un ulteriore libro su ciò che è stato – e non potrà ritornare – il mondo politico del dopoguerra, quello delle forze politiche che si definivano Partito, sapendo e avendo la consapevole umiltà di poter rappresentare una parte della società, e non tutta; una parte della cultura e non tutta. Avendo però, insieme l’arroganza di pretendere che la propria parte fosse la migliore, quella che avrebbe segnato la storia.

Nel PCI Togliatti veniva chiamato: “Il migliore” ma forse nella DC si pensava diversamente di De Gasperi? E siccome si stava da una parte ben definita ogni attività politica aveva i suoi riferimenti internazionali (lo stato guida che per motivi dichiarati o nascosti cercava di influire sulla politica italiana attraverso i partiti dell’epoca). Una storia nota, forse non nei dettagli, ma del legame del PCI con Mosca, della Democrazia cristiana con Washington, del MSI con i colonnelli Greci, tutti sapevano. La satira politica quando parlava dei socialdemocratici usava scrivere: “soCIAlismo” e … potremmo continuare. I movimenti politici erano macchine complesse, insediamenti territoriali (sezioni), associazioni culturali centri studi , scuole di formazione, associazioni economiche , cooperativi, giornali e riviste, non solo quelli ufficialmente di partito, il bilancio di Paese Sera grande e moderno quotidiano rientrava nel bilancio nazionale del PCI, ma lo stesso Corriere del Giorno, quotidiano tarantino, che molto mi manca per il ruolo svolto in questa città, per decenni è stato ufficialmente di proprietà della DC. Funzionava così, e non sto parlando di un giudizio di valore, né di etica, racconto ciò che ho visto. Certo molte cose non mi piacevano e se ho avuto una parte, sebbene piccolissima nella vita politica, quella parte non è stata per conservare quello che c’era ma par cambiare.

Ancor meno mi piace l’esistente: la politica dei capibastone e dei salta fossi, le scelte dei trasformisti e del tutto possibile. La generazione di militanti di cui parla il libro è quella che ha preceduto la mia, quella dei Gianni Cervetti citato nei ringraziamenti, dei Cossutta, dello stesso Berlinguer, di Giuseppe Dalema, La generazione che ebbe uno stretto legame con l’URSS , quella del periodo in cui i giovani del partito erano mandati a studiare all’università di Mosca. La FIAT costruiva la 124 in Russia in una città rinominata al leader dei comunisti italiani Togliattigrad -per inciso anche un dirigente importante per Taranto, come Peppino Cannata, certamente uno dei sindaci più significativi della nostra città, aveva studiato a Mosca. La mia generazione era entrata in campo quando o poco dopo che il PCI aveva iniziato la sua presa di distanza da Mosca, dopo la condanna della invasione di Praga. I ragazzi della FGCI di cui ero segretario andando alle manifestazioni celiavano: “il compagno Amendola andò a Mosca per Natale – partì riformista e tornò liberale”. La rottura politica con Mosca era consumata.

A Berlinguer segretario del più grande partito comunista dell’occidente, ad un congresso fu concesso di parlare solo in una saletta secondaria, per pochi intimi. Quello che mi sento di dire è: quando si racconta di qualcosa quando la si studia ed analizza molto dipende dagli occhiali che inforchiamo, i fatti di per se sono inoppugnabili, ma non possiamo davvero comprenderli se non analizziamo anche motivazioni, idee e sentimenti. La storia umana non ha solo un meccanismo che la fa funzionare, gli uomini hanno anche fini e speranze un telos insomma. Se dobbiamo trarre un bilancio di quel periodo non è il caso di farlo con la retorica della nostalgia, ma neppure con la meccanica sequenzialità degli avvenimenti. Altrimenti non stupiamoci del fatto che esistano giovani che sentendo suonare “bella ciao” pensano soltanto alla colonna sonora della “casa di carta”.

Mario Pennuzzi