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L’inno nazionale: Mameli fra Verdi e Carducci

Goffredo Mameli

Noi, oggi, celebriamo l’inno nazionale sui versi di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro. La celebriamo cantando e l’Italia, in quell’inno, si ritrova nella sua unità risorgimentale per la quale vissero e morirono combattendo gli uomini che fecero libera la patria. Fu, per desiderio di Giuseppe Mazzini incontrato a Londra nel 1847, che Verdi mise in musica i versi patriottici di un giovane poeta romantico del Risorgimento: Goffredo Mameli che ha 22 anni sarebbe caduto a Roma, nel 1849, sotto le mura del Gianicolo. L’inno “Suoni la tromba e intrepido io pugnerò da forte” giunse a Mazzini, mentre Verdi stava lavorando a “La battaglia di Legnano”.

L’inno fu pubblicato da Mazzini e piacque parecchio per la sua carica patriottica. Mameli aveva pure scritto Fratelli d’Italia con musica di Michele Novaro. È l’inno che è diventato il Canto degli italiani. Verdi nel 1862 lo volle includere nell’Inno delle Nazioni a rappresentare l’Italia alla Esposizione di Londra. Per tenore, coro ed orchestra. E Mameli divenne l’immagine di una Italia libera, indipendente e fiera dei suoi eroi. Nella storia della letteratura italiana Giosuè Carducci fece di Mameli l’Eroe che, a ventidue anni, moriva per l’Italia libera da stranieri e da altro potere, quello temporale dei Papi. Alla fine del suo saggio “Del Risorgimento italiano” (vedi Letture del Risorgimento” Bologna, Zanichelli, 1895) Giosuè Carducci scriveva parole che oggi tutti gli italiani dovrebbero tenere a mente (i leghisti avanti tutti): “né mai unita di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero con sentimento di tutte le parti sane del popolo”. Tra quelle sane e pure intelligenze v’era Goffredo Mameli, poeta e soldato morto a Roma il 6 luglio 1849, nell’ospedale della Trinità dei Pellegrini. Colpito a una gamba a Villa Panphilj, dall’assedio di Roma sul Gianicolo, morì serenamente dopo che gli era stata amputata la gamba gravemente compromessa. Con lui cadeva la mazziniana repubblica romana: cadeva Mameli sotto piombo francese. Con lui finiva un sogno e col sogno anche il poeta. Aveva scritto le parole (11 novembre 1847) per un inno patriottico: “Fratelli d’Italia” che sarà musicato a Torino da Michele Novaro. Nello stesso 1847 cominciarono le relazioni epistolari con Giuseppe Mazzini.

L’idea di una Italia libera e sovrana nella sua indipendenza era nel programma del grande Apostolo genovese, e Mameli, fresco dei suoi fiorenti anni, lo assorbì interamente: Roma doveva diventare la capitale di una patria che dovevasi ancora fare. Mazzini, dopo la morte eroica di Mameli, scrisse: “Avresti detto che ei dovesse morire per Roma… come il fiore della flomìde egli sbocciò nella notte, fiorì pallido, quasi a indizio di corta vita, sull’alba. Il sole del meriggio, del meriggio d’Italia non lo vedrà”. Ma ancora una volta il cantore della fine così giovanile di Mameli fu il Carducci che nella lirica “Avanti! Avanti!” che chiude la prima parte della raccolta “Giambi ed Epodi” espresse il senso della tragedia italiana, la prima del Risorgimento, con la resa della Repubblica romana ad opera dei francesi accorsi alla chiamata del Pontefice romano Pio IX. “Oh popolo d’Italia, vita del mio pensier, / vita, io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo; / e dei miei versi funebri t’incoroni il bicchier”. I versi funebri erano quelli che, poco prima, nella stessa lirica, Carducci aveva scritto per Mameli. Versi assai belli e commossi per andamento lirico e per sentimento di sincera tristezza. Versi usciti dell’anima del poeta ormai “Vate d’Italia alla stagion più bella”.

Roma è caduta; Mameli è morto sotto fuoco nemico; Mameli, il primo degli eroi risorgimentali: “A noi le pugne inutili. / Tu cadevi, o Mameli, / con la pupilla cerula fisa agli eterni celi, / tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior / ti rideva da l’anima la fede, allor che il bello / e biondo capo languido chinavi, e te, fratello, / copria l’ombra siderea di Roma e i tre color”. Immagine monumentale e, al tempo stesso, elegiaca. Mameli, ancor giovinetto, moriva per un santo ideale; restituire Roma alla patria futura. Carducci ha trasfigurato la morte del giovane eroe; e non è retorica, ma sentimento di vero amore di patria; quel capo biondo, quegli occhi cerulei, quell’ombra fulgida di stelle parve al poeta che avvolgesse Mameli di una bandiera a tre colori; il futuro simbolo dell’unità italiana: il Tricolore! In pochi versi il Carducci, vero poeta della Storia, ha saputo restituire alla coscienza degli italiani del tempo e futura, il senso di una patria che in Mameli aveva già il primo Eroe! E a noi pare, ancora oggi, di vedere quel capo biondo e quegli occhi azzurri a significare che la patria è fede, è religione del cuore, è sospiro dell’anima. Oggi più di ieri. Proprio oggi!

Paolo De Stefano