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Buonasera

Dal vecchio ponte in muratura al Ponte girevole. La storia

Questo articolo costituisce il proseguimento del precedente, “Storia di una città e di un castello”, pubblicato lo scorso 17 novembre.

La conformazione urbana di Taranto sino alla unità d’Italia nel 1861 era rimasta sostanzialmente invariata dall’epoca Bizantina. La città era tutta raccolta entro i confini della antica acropoli, resa isola e racchiusa da alte mura fortificate. Ad Oriente il Castello aragonese, utilizzato come carcere e presidiato da un battaglione della riserva formata da soldati anziani ed invalidi, per questo chiamati dai tarantini col nomignolo dei “cicatieddi”. Seguivano, sempre sul lato orientale, quello che dava sul Fosso, il torrione di Sant’angelo che era stato inglobato nel Castello e le mura civiche , rafforzate dalle torri Mater Dei, Monacelle e del Vasto. A nord lungo la spiaggia della Marina le mura erano presidiate dalla Torre Nova e dal Bastione di San Nicola. Ad occidente, verso piazza Fontana, si ergeva la Cittadella e la torre fatta costruire da Raimondello Orsini, presidiata questa da pochi soldati, che avevano anche incarico di aprire e chiudere la pesante porta costruita sul ponte di Pietra per controllare l’entrata e l’uscita della via di Napoli; a seguire il Bastione del Porto e la Torre della Catena.

Ad occidente lungo Mar Grande si ergeva una ininterrotta cortina di mura alte 5 o 6 metri con i bastioni Carducci ed Episcopio. All’interno, lungo quelle mura, correva una stretta strada, via delle Mura, percorribile stentatamente solo per un tratto, da piazza Municipio al Seminario, lì la strada si interrompeva perchè palazzo Amati e palazzo Cordiglia si sporgevano sul mare. Le condizioni igieniche erano pietose, endemico era il tifo, la tubercolosi, il tracoma, la sifilide. Nel 1886 vi avrebbe infierito il colera, nel 1656 la peste aveva ucciso più di mille abitanti. Nel luglio del 1861, appena formatosi lo stato unitario, il senatore Cataldo Nitti pubblicava con l’Editore Cannone a Bari un opuscolo dal titolo “del porto di Taranto nelle future condizioni d’Italia”, attraverso il quale lanciava l’idea di installare in Taranto una grande base navale per il controllo delle coste meridionali del regno e per la sorveglianza del Mediterraneo, in contrapposizione all’Oriente ottomano. Per un altro verso nel 1862 il Comune aveva presentato istanza al Ministero della Guerra per ottenere che Taranto fosse finalmente dichiarata città aperta e libera, con l’abolizione delle porte e delle servitù militari.

Nel contempo si rinnovava la domanda per ottenere il nulla osta ad espandere la città oltre le mura, con la costruzione di due borghi ad oriente e ad occidente dell’isola. Entrambi i progetti dovevano trovare realizzazione. il Ministero accolse l’istanza del Comune per l’abbattimento delle mura e l’allargamento della città, purché negli spazi delle fortificazioni abbattute non si costruisse, e che fosse lasciato ad Est e ad Ovest, dal lato della terraferma, uno spazio di 40 metri lungo i due canali per permettere eventualmente il loro allargamento. Di converso l’istallazione della base navale e dell’arsenale militare doveva ampiamente creare nuove servitù militari e modificare profondamente la geografia del territorio, la struttura urbana, l’economia, la composizione sociale della città. La posizione geografica di Taranto offriva vantaggiose condizioni sia per la sorveglianza delle coste meridionali che per la vicinanza al canale di Suez, in costruzione, che sarebbe stato inaugurato nel 1869. Era soprattutto il grande porto naturale con le rade interne a rendere appetibile il sito come stazione navale e base militare. La conformazione del luogo era strategicamente ottimale per le tecnologie belliche dell’epoca, le navi potevano trovare riparo dietro la città, protette dalla barriera delle isole e dalla strettoia del Canale Navigabile, inattaccabili per qualsiasi flotta nemica, in un’epoca che non conosceva ancora aerei e missili. Ci vollero tuttavia diversi anni di discussione e complicati iter parlamentari per addivenire ad una decisione favorevole a Taranto, dove il progetto aveva sedotto l’intera città. Portavoci della perorazione in parlamento si fecero soprattutto Cataldo Nitti e Giuseppe Pisanelli. Unica voce dissenziente quella del Barone di Santacroce, più convinto della opportunità di uno sviluppo autoctono della economia della città. Per la realizzazione della grande opera bisognava tuttavia affrontare problemi finanziari, e la contrarietà dei parlamentari partenopei, che peroravano per il rafforzamento della base di Napoli.

I primi rilievi topografici della città e delle spiagge lungo Mar Grande e Mar Piccolo vennero effettuati dal capitano del Genio Giuseppe Bifezzi, che soggiornò a Taranto nel ’63 e 64’. Nel 1865 giunse la commissione Valfrè che dopo aver visitato gli altri porti candidati ad ospitare la nuova base militare, (Castellammare, Augusta, Brindisi, Siracusa), optò decisamente per Taranto, proponendo di dislocare la base navale e l’arsenale in mar Piccolo sulla spiaggia di Santa Lucia. Proponeva inoltre di chiudere a pelo d’acqua con una gettata di massi gli ingressi in Mar Grande tra le due isole, e tra san Pietro e punta Rondinella, lasciando libero il solo passaggio tra l’isola di San Paolo e Capo san Vito. Riprendendo poi il progetto di piazzaforte concepito in epoca napoleonica, prospettava la necessità di costruire una serie di fortificazioni con batterie a Capo San Vito, sull’isola di San Paolo, l’isola di San Pietro e capo Rondinella, per prevenire qualsiasi tentativo di avvicinamento alla città. Il progetto piacque, fu approvato, e si mandò a Taranto il giovane capitano di fregata Simone Pacoret di Saint Bon per completare gli studi necessari a predisporre un progetto di dettaglio degli impianti, e a calcolare un preventivo di spesa. In questa missione il Seint Bon per entrare in Mar Piccolo ed eseguire gli scandagli, forzò con la pirocannoniera Vinzaglio il passaggio attraverso il fosso prospiciente il Castello. Entusiasmato dalla conformazione topografica di Taranto e dalla disponibilità di spazi, elaborò un grandioso progetto con sette bacini di carenaggio e sette scali di costruzione navale, rete ferroviaria, acquedotto indipendente, vie larghe ed alberate, caserme di marina e fanteria, ospedale, ecc. Il comando Marina avrebbe dovuto installarsi nel palazzo dell’orfanatrofio, oggi palazzo degli Uffici.

La spesa ammontava a sessantacinque milioni. Per il momento non se ne fece nulla, cominciavano i preparativi per la guerra con l’Austria. Nella rada di Taranto nel giugno 1866 si radunò la flotta navale al Comando del Persano per la sfortunata spedizione a Lissa. Altre incombenze urgevano e scarseggiavano le risorse, dopo un lungo iter parlamentare che dette luogo anche alla caduta del governo Lanza, sostenitore delle economie all’osso e per questo avverso al progetto Taranto, grazie anche all’opera del Seint Bon, divenuto nel 1874 ministro della Marina, nel giugno 1882 fu deliberato un primo stanziamento di nove milioni per iniziare le opere. In quell’epoca i due canali esistenti di Porta Napoli e di Porta Lecce erano ambedue attraversati da ponti in muratura, ed avevano una profondità assai limitata, appena adatta al passaggio di piccole barche. Si decise di aprire il nuovo canale attraverso il fossato di Porta Lecce dove affacciava il Castello Aragonese, perché l’entrata dal canale di Porta Napoli avrebbe richiesto un canale lungo non meno di 1.660 metri, con una curvatura nella traiettoria di imbocco difficile da eseguire da parte delle grandi navi, e pericolosa in caso di mare mosso. La localizzazione a Porta Napoli era anche sconsigliata dalla presenza della stazione ferroviaria, che sarebbe stata separata dalla città ad ogni passaggio delle navi. Si decise dunque di aprire il canale navigabile lungo la linea del vecchio fosso allineandolo in parallelo alla prima linea di fabbricati del nascente Borgo, oggi Città nuova.

Questo allineamento determinò la demolizione delle vecchie mura civiche sporgenti sul fosso con i torrioni di Mater Dei, Monacella e del Vasto. Si decise anche di mutilare il Castello demolendo il Torrione di Sant’Angelo, non perché sporgesse anche esso sul fosso, ma per allineare la “spalla”, che doveva sorreggere il Ponte girevole, con via Matteotti; se il ponte fosse stato costruito più a nord, all’altezza di Corso Umberto, si sarebbe risparmiato questo scempio. I lavori di scavo, eseguiti dalla impresa Queirolo, richiesero più di due anni di lavoro, dal 1884 al 1886. Si trattava di scavare parte in asciutto e parte in acqua un canale profondo 12 metri , lungo 810. La parte di mezzo del canale, quella visibile, scavalcata dal Ponte Girevole e fiancheggiata da banchine e alte sponde è lunga 380 metri. Le altre due parti sono subacquee , una a Sud nella rada di Mar Grande lunga 280 metri, l’altra a Nord in Mar Piccolo di metri 150. Per permettere ai cavafondi e alle drage montate su pontoni galleggianti di operare nella parte centrale, in buona parte sopraelevata sul livello marino, si dovette procedere a scavare in asciutto per ribassarne il fondo sino a due metri sotto il livello del mare. Per questo si rese necessario costruire due spesse ture, una all’ingresso da Mar Grande all’altezza del torrione di San Cristoforo, ed una all’uscita allo sbocco in Mar Piccolo. Svuotato con pompe idrauliche il fosso dall’acqua marina, si procedè a scavare, sino ad arrivare ad una profondità che permettesse il galleggiamento dei pontoni una volta reimmessa l’acqua. Arrivati alla quota prestabilita, circa 2 metri sotto il livello del mare, si aprì un varco nella tura meridionale per riempire l’invaso e permettere il passaggio dei macchinari galleggianti che dovevano proseguire lo scavo dei fondali sino alla quota di 12 metri.

Un’altra apertura venne operata nella tura settentrionale per permettere la circolazione delle acque onde evitare ristagni, e si dette mano al completamento dei lavori di sbancamento , e di sistemazione delle sponde e delle pareti del canale. A lavori ultimati la distanza tra le due sponde del Canale risultava di 73,50 metri, che si riduceva a 59,40 metri tra le due piattaforme centrali che sorreggono le spalle del ponte. Durante i lavori di scavo non vennero trovati, a detta del Viola, reperti archeologici interessanti, perché l’area, malgrado posta al centro della città antica, risultava sconvolta dai precedenti lavori di allargamento del Fosso, e dalla costruzione del Castello, per il quale si era proceduto ad ampi scavi per estrarre il materiale di costruzione. “Si poté constatare la esistenza di poche tombe di epoca romana senza alcun oggetto neppure di mediocre importanza. In vicinanza poi del ponte distrutto si scoprirono gli avanzi di una cripta con dipinti a fresco ed iscrizioni del secolo XVI”. Che fine abbiano fatto quei reperti non so, se mai furono conservati.

Quasi certamente si trattava della antica chiesa di San Pietro alla porta, demolita nel 1577 durante i lavori di allargamento del Fosso. Di quella chiesa, dove secondo la tradizione San Pietro, sbarcato a Taranto insieme a Marco, avrebbe celebrato la prima messa in Italia ed operato i primi battesimi, si salvarono, ad opera dell’arcivescovo del tempo Tommaso Caracciolo, solo un ritratto su tavola del santo e una piccola colonna ; reperti oggi custoditi nella chiesa del Carmine in Città nuova. La iscrizione trovata nella cripta dal Viola probabilmente era una lapide che ricordava quell’avvenimento. Ne conosciamo il testo riportato dal Merodio nella sua “Istoria tarantina”, scritta intorno al 1680. La iscrizione così recitava:” Tres Petrus Andrea et Marcus nomine Christi huius sancti templi factores firmiter, isti tres tria fundarunt altaria manu benigna. Hicque oblata Deo fuit hostia sacraque digna. Ad templum veniens acquirit premia tanta quanta pedes Romae tendunt qui cernere Sancta. (I tre Pietro Andrea e Marco eressero in nome di Cristo stabilmente questo sacro tempio, loro tre con amorevole mano fondarono tre altari. Qui fu offerto a Dio il sacrificio e i sacri doni. Venendo a questo tempio si acquisiscono tanti premi quanti ne ottengono i pellegrini che si recano a Roma per visitare i luoghi santi).

Altri reperti a cui fa accenno il Viola riguardano in quel luogo un edificio databile al quinto secolo a.C. del quale rimanevano cinque file di grossi blocchi di carparo, che correvano da settentrione a mezzogiorno. Il vecchio ponte in muratura venne sostituto con un moderno ponte girevole in acciaio, dotato di un efficiente sistema ad energia idraulica che permetteva l’apertura in circa 5 minuti; con le parti mobili che potessero girare in un senso o nell’altro, per permettere anche il passaggio a grosse navi che si presentassero in emergenza all’imboccatura del canale. L’energia idraulica era ottenuta dalla pressione di un cassone di 600 metri cubi di acqua collocato sul torrione settentrionale del Castello, il torrione di San Lorenzo. Per far arrivare l’acqua in pressione anche ai macchinari posti alla sponda opposta del canale, fu costruita una galleria sottomarina dove passavano, oltre la conduttura con l’acqua a pressione necessaria alla movimentazione del braccio orientale del ponte, anche i servizi per gli usi civici, acqua potabile e gas. Dal punto di vista ingegneristico rappresentava un’opera ardita, affidata con contratto “integrato”, si direbbe oggi, cioè con una commessa che prevedeva anche la progettazione di dettaglio dell’opera. La gara venne vinta dalla Impresa Industriale Italiana, con sede a Napoli, che si aggiudicò i lavori per la somma di lire 400.000.

Il costo complessivo dell’opera comprese le spese per i meccanismi, turbine, contrappesi in ferro e ghisa, serbatoio dell’acqua ecc, ammontò complessivamente ad 1.157.000. Il 22 maggio 1887, dopo aver effettuato il collaudo con un carico di 450 chilogrammi a metro quadro sulla sede stradale e pedonale, il ponte venne solennemente inaugurato; a ricordare l’avvenimento, sulla testata della spalla occidentale venne apposta una lapide, infelicemente rimossa, che recitava: “Ardita opera di nazionale industria questo ponte le edificazioni per l’arsenale della Regia Marina iniziando aprivasi al pubblico transito il XXII maggio MDCCCLXXXVII”. Era il secondo ponte girevole costruito al mondo, il primo quello di Brest inaugurato nel 1861. Quello di Taranto misurava 67 metri di lunghezza tra i due centri di rotazione dei bracci, quello di Brest 117, più impegnativo certo dal punto di vista strutturale, ma tecnologicamente inferiore perché manovrabile solo a forza di braccia, mentre quello di Taranto era azionato da meccanismi a pressione idraulica e manovrabile anche a braccia in caso di necessità. Nel 1958, dopo 71 anni di servizio, quel ponte dovette essere sostituito da una nuovo, simile al primo, ma azionato con energia elettrica. Quel Canale, con il Ponte girevole e il Castello, rappresentano oggi l’emblema di Taranto, il paesaggio più suggestivo. Tutto, tranne qualche improvvida sostituzione edilizia lungo il Corso ai Due Mari, è rimasto inalterato nel tempo: i rivestimenti delle alte pareti con conci di carparo ricavato dagli scavi, il coronamento e i pilastrini che reggono le ringhiere con pietra da taglio di Gioia del Colle, le sponde a contatto con l’acqua della cava di Puro a Trani.

Nel frattempo si era dato inizio all’abbattimento delle mura che circondavano la città. nel 1869 si dette mano alla demolizione delle mura lungo Mar Grande, i lavori terminarono nel 1889, con l’allargamento a sbalzo della sede stradale, la costruzione del marciapiede e l’installazione della ringhiera. In previsione, 1886, erano stati espropriati i palazzi che avrebbero occupato la sede stradale. Le facciate che sporgevano lungo il nuovo tracciato furono tagliate e ricostruite più addentro. I portoni obliterati furono ripristinati al lato opposto degli edifici. Nel 1871 un violento temporale aveva scardinato i battenti della pesante porta installata sul Ponte di Pietra; nel 1884 si procedé ad abbattere la cittadella e la Torre di Raimondello Orsini, anche essa danneggiata dalla famosa alluvione del 14 settembre 1883 che aveva abbattuto il Ponte di Pietra; si procedé anche all’abbattimento del Torrione della catena e il Bastione del Porto. Nel 1896 si demolirono le mura sul Mar Piccolo. Di tutte le fortificazione rimase in piedi solo il Castello Aragonese, mutilo del Torrione dell’Angelo, e Torre Nova alla Marina, abbattuta negli anni trenta del ‘900. Per chi volesse approfondire le specifiche tecniche del Canale e del Ponte Girevole si rimanda all’opera di Giuseppe Messina: Il Canale Navigabile fra la rada di Mar Grande ed il Mar Piccolo di Taranto. Roma 1888.

Lucio Pierri

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