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Giovanni Verga: siamo tutti dei “poveri diavoli”

Giovanni Verga

Per comprendere e studiare con attenta sensibilità personale e con acutezza di intenti, Giovanni Verga e il suo pensiero creativo, nel ricordo della sua fine terrena, avvenuta nel gennaio di 100 anni or sono, è necessario, per il più accorto degli studiosi, tenere presenti due saggi di indubbio valore esegetico e compiutamente estetico: lo studio di Benedetto Croce che si può trovare nel terzo volume de “La letteratura della nuova Italia” Bari, Laterza 1949 pagine 5- 32 (ma il primo studio crociano è in “Critica”, I, 1903) e il saggio di Luigi Russo sul “Verga” del 1919 e poi ristampato con aggiunta ed un intero capitolo sulla lingua del Verga, in anni successivi, 1963 (Bari Laterza) e nel 1966 (Universale Laterza Bari).

La quarta edizione è del 1947 (Bari Laterza) con ampia bibliografica appendice. Ci siamo mantenuti un po’ di tempo per riferire che ogni studio successivo sull’opera del primo e secondo Verga, (e la successiva bibliografia è veramente vasta) non può se non partire degli studi del Croce e soprattutto da quello di Luigi Russo, anche per il rapporto o il disegno storico poetico fra Manzoni e il realismo e Verga e il verismo. Scrisse Luigi Russo: “uno scrittore cristiano, come il Manzoni, può accompagnarci per tutto il racconto o con una parola di fede, o con un sorriso di indulgente ironia, o con un lieve abbandono di rassegnazione, fiduciosa, perché il Dio, il Dio personale, il Dio passione, è nel cuore dello scrittore, ma nel Verga, quello che è sentimento cristiano per i poveri diavoli, ha un tono depresso e una punta di ritrosia, e la volontà di Dio, perde ogni contorno per diventare l’anonimo “Destino”. Ecco quell’anonimo destino, aggiungiamo noi, a lettura ultimata, delle “Novelle” e dei “Romanzi” ed anche delle opere prime, prima di “Nedda” (1874), per intenderci, altro non è che il “Fato”, proprio il “Fato” greco, diventato nel siculo Verga il “Vinto”, meglio negli uomini: i “Vinti”. E noi tutti siamo, alla fine dei “Vinti”, ricchi o poveri, illustri o miseri, momentaneamente fortunati o meno.

Ma codesto concetto, o visione della vita o del reale, non è momento estetico di un nuovo sentimento dell’arte, ovvero del “verismo”, ma è connaturato alla creatività verghiana, al suo personale sentire o vivere la vita: il “verismo” del Verga è la “mens adulta” verghiana; e qui Croce scrive parole di logica assoluta. “Un forte sentimento di dolore e tristezza compenetrava tutte queste immagini e dava loro significato e coerenza”. Non lontano erano state le parole dello stesso Verga: “il cammino fatale, immanente, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano”. E qui, accanto o sopra lo stesso concetto del “fatale progresso”, Verga parla di un’opera d’arte che deve essere “impersonale” seguendo i canoni del “verismo”. E non accettava che, proprio come l’ampia novella “Nedda”, era agli occhi degli altri un lavoro “verista”, ma in realtà, e Croce qui ha pienamente ragione, una svolta artistica che era già nell’animo dello scrittore. Il “Verismo” venne incontro a quel progetto del Verga di perfezionare, affinare la sua scrittura di narratore dal convenzionale delle prime opere; da una Peccatrice, Eva, Tigre Reale, Eros, Storia di una capinera, ad una sua più matura espressione artistica che già gli pulsava nel petto: essere il narratore poeta di quella povera gente, quei “poveri diavoli” che vivevano nei campi, attraverso una vita rusticana, in paesi come Acitrezza, paesi di poveri pescatori.

Quella che si è definita la impersonalità dello scrittore, altro non era che la sua stessa nuova vocazione artistica. Ma l’arte è sempre personale; l’impersonalità è, scrive Croce, un concetto impreciso e, al tempo stesso, illogico. Concetto poi ripreso dal Russo “Orbene”, scrisse, “se merito ebbe il Verga, fu quello di abolire ogni spunto di personalismo o di dissimulato autobiografismo nei suoi racconti instaurando una rappresentazione obiettiva della vita. L’impersonalità del Verga è la stessa impersonalità e umiltà del destino umano”. Dietro Verga non c’è letteratura di altri paesi, non c’è il francese Zola o il russo Gogol, ma c’è la storia o il destino umano della povera gente. Gli umili nel Manzoni sono in Verga “diavoli” della povera gente. Verga crea l’uomo dove gli altri vedevano i derelitti; Rosso malpelo, Jeli il pastore, il carbonaio della novella rusticana “Libertà”, gli stessi protagonisti de “I Malavoglia”, l’antica casa del nespolo, lo stesso mastro don Gesualdo dell’omonimo romanzo, poveri o ricchi, altro non sono che poveri diavoli, sono dei “vinti” dall’ incombente Fato o Destino. Un “dolore” non “nudo” come quello leopardiano, né “provvida sventura” come quello manzoniano, ma un dolore sventura, uno dolore che è nelle stesse pieghe della vita, della storia dell’uomo; una “Marea” travolge l’essere umano che sconvolge il focolare dei poveri e la “roba” dei ricchi. In ultima analisi il vecchio padrone N’toni e don Gesualdo sono vinti dallo stesso “fato” sono anche loro poveri diavoli. E la vita è un’enorme fatica e il dolore incombe su di essa. Il destino sovrasta, ripeto, come una fatalità e gli uomini, tutti gli uomini, miseri o ricchi, potenti ne escono come vinti, ma proprio dal loro attaccamento alla vita, o alle cose della vita, si attua un certo progresso, che vien fuori da precedenti delusioni e sofferenze.

I personaggi verghiani sanno eroicamente patire, silenziosamente soffrire e non vengono meno ai loro sentimenti o domestici o di regale affermazione. Sono personaggi senza leopardiana angoscia e senza ricordi mutevoli o illusori, ma sono uomini, direi anche con cristiana umiltà, che vanno avanti, pur nel calvario dei dolori, fino alla morte. E in ciò fa luogo la sapienza dei proverbi che Verga pone in bocca alla povera gente. I suoi capolavori, “I Malavoglia”, “Mastro don Gesualdo”, le novelle “Vita dei campi” o le “Novelle rusticane” sono regionalismo angusto e limitato, ma è la nostra eterna umanità, sempre legata al miglior vivere e sempre destinata al peggior soffrire, meglio al greco “destino”; a quella nemesi storica che eguaglia le regge, i palazzi nobiliari alle umili capanne. Verga sconvolge la lingua tradizionale e in questo è ben lontano dal Manzoni, crea un linguaggio scarno, preciso, con inflessione a volte dialettale ma non per questo meno legato alla “poesia”, che nasce dall’anima delle cose. Il capitolo di Luigi Russo sulla “lingua” del Verga è ancora oggi l’unico ad intendere il linguaggio eternamente antico e nuovo dei suoi personaggi.

Il neorealismo novecentesco ha in Verga il suo antico padre e non c’è prosa moderna che non debba anche fare i conti con quella del grande siciliano. Scriveva Natalino Sapegno: “quel linguaggio del Verga, dopo Manzoni, è l’apporto più nuovo e di più alto rigore stilistico nella storia della nostra letteratura, ad oggi”. Verga, due anni prima della sua morte, fu da Vittorio Emanuele III onorato del titolo di senatore a vita, ma non fu uomo politico; egli rimase uno scrittore, un narratore. Poeta della sua e nostra povera gente; e la poesia della vita nasceva come “un fiore su una ecatombe di storia”. A cento anni dalla morte di Verga, quel fiore continua a nascere su questo povero nostro umano mondo. Così era per lui, e per noi? Quel manzoniano Dio che atterra e suscita, che ha fame e che consola, era in Verga il destino degli uomini, amaro e vero. Il Destino, il Fato; l’Uno? O Dio? Un segreto che ad oggi gli stessi critici non hanno compiutamente sciolto. Un segreto che è vero simbolo della sua e a noi lontana e vicina umanità. Che noi oggi, nel centenario della morte del grande scrittore siciliano, ricordiamo, commemoriamo e al tempo stesso sentiamo vicino al nostro umano incedere.

Paolo De Stefano