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La corrispondenza tra Pierri e Betocchi

Michele Pierri nel 1924 a Parigi

Nel numero 12 del bimestrale di poesia “Il sarto di Ulm”, edito da Macabor, in distribuzione in questi giorni, riporto alla luce un interessante documento sul rapporto di amicizia tra il poeta tarantino Michele Pierri, più noto al grande pubblico come secondo marito di Alda Merini, e un protagonista della letteratura italiana del Novecento, il poeta piemontese Carlo Betocchi. Lo loro amicizia, della quale fu tramite il critico e poeta tarantino Giacinto Spagnoletti, risale ai primi anni Cinquanta.

Betocchi e Pierri, con lo stesso Giacinto Spagnoletti, Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Alda Merini furono i sei autori della storica collana “Campionario” del 1952/53, che Spagnoletti diresse per le edizioni di Arturo Schwarz (il multiforme uomo di cultura scomparso il 23 giugno scorso a 97 anni e del quale ci siamo occupati in quei giorni), oggi prezioso oggetto da collezione. L’amicizia tra Carlo Betocchi e Michele Pierri fu molto solida e duratura. Il loro affetto a prova degli anni, reso forse più solido dalla comune sorte di dover far fronte alla lunghissima malattia delle rispettive mogli, Betocchi della musicista Emilia De Palma, Pierri di Aminta Baffi, e fu caratterizzata da una familiarità di rapporti, che sopravvisse anche alla lontananza. E dal comune rafforzamento che la sofferenza portò alla dimensione religiosa della poesia che ne conseguì. Carlo Betocchi, considerato padre morale degli ermetici, vincitore del Viareggio nel 1955, autore di punta della Mondadori, particolarmente prolifico, in una lettera a Spagnoletti, definì Ritratto di donna di Pierri, apparso nel 1982: “una nuova Divina Commedia”. D’altra parte, fui anche testimone del rapporto di amicizia che legò i due poeti e la stessa Alda Merini, perché alla morte di Carlo Betocchi, nel maggio 1986, Pierri e Merini composero due poesie che loro stessi vennero a portare, assieme all’amico Piero Mandrillo, nella redazione del settimanale “Nuovo Dialogo”, di cui già da anni facevo parte, e che pubblicammo nel numero successivo. Le due poesie, disperse, le proposi all’editore Manni col materiale inedito della Merini che egli pubblicò nel libro: Furibonda cresce la notte, del 2016, di cui curai l’introduzione.

La lunga lettera di Betocchi, riemersa dalle carte di Giuseppe Pierri, ultimo dei dieci figli di Michele, è datata 21 dicembre 1955, la risposta di Pierri è del 5 gennaio successivo. Vi si legge tutta la nostalgia per il “Natale di una volta”, che fa un certo effetto e conferma che in tutti i periodi della storia dell’umanità vi è rimpianto per qualcosa che si è perso, per i tempi andati, cioè, che per chi quei tempi li viveva erano già motivo di rimpianto, a loro volta, per quelli precedenti. E così, evidentemente, di generazione in generazione. Scrive, tra l’altro Betocchi: “Mio caro Michele, torno dalla Novena della Chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. (…) Alla novena, quasi sempre, e non solo stasera che era serata buia, piovosa e fredda, c’è poca gente. Se la confronto con le mie novene di ragazzo, un mortorio. Ma le novene di ragazzo le prendevo, a mano della mamma, in una linda e nuova chiesina ministrata dalle monache. Quindi fiori e candele, cinquant’anni fa, che splendevano per tutto. O erano i miei occhi che splendevano? Non so. Il cuore è lo stesso. Tra i fedeli, ora, le più son donne; e non delle giovani: bambini, oltre la Silvia, in duecento persone, forse non ce n’erano: inoltre pochi vecchi, dalla voce roca, qualcuno ancora robusta. Allora, cinquant’anni fa, tutte le madri coi loro figlioli: e moltissimi padri. I figlioli li ricordo bene: si sentiva per strada (e le strade allora erano più buie) l’acciottolio delle scarpe coi chiodi. Rimpianti? No, non sono discorsi di rimpianto. La verità è sempre la stessa: dico che nel mio cuore cresceva una poderosa malinconia, e un più furioso amore.

Torno a casa e penso di scrivere a te. Tu sei il caro poeta lontano, credo anche il più candido, credo anche il più generoso, e il più vicino a Gesù. (…) Michele mio. Senza nasconderci nulla. Siamo addirittura sempliciotti. Così tu mi mandi una poesia: All’autunno. È bella (…) ribatte quei miei pensieri, puntualmente, così bene scandita: “…Autunno /così ritto sugli olmi e quel che c’è di verde, nell’uomo, come un vecchio demonio” o meglio, quel che c’è di vitale, indurito nel mucchio (bellissimo, col verso precedente). Eh, sì! caro mio, è una bella poesia pulitissima, che bisogna leggerla con l’anima nuda, e non ti si dà per nulla, ciò che è giusto: tu l’hai pagata ben tanti dolori, tu carissimo. (…) Da quanti Natali ci scriviamo? Già son più di qualcuno. Questa lettera sarà quella di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. T’ho detto che la serata era buia e piovosa. Ma al “Tantum ergo” da una finestra alta della chiesa è apparso, lucidissimo, il quarto di luna. Quando siamo usciti, fra strappi di nuvole, splendevano le stelle. Così, sul nostro poco, o sul nostro molto d’amore, e verso Iddio, e verso il prossimo, generosamente s’accompagna la varietà universale della natura: e non siamo più soli ad essere ora in alto ora in basso. Ma è sicuro l’eterno. E in questo pensiero tenerissimo ti abbraccio coi tuoi, unito ai miei, coi più intimi pensieri dell’anno. Il tuo Carlo”.Questa la prima parte della risposta di Pierri: “Carissimo Carlo, Con questi buoni annunzi e presagi rispondo dunque alla tua bella e tenera lettera di Natale; né alcuna tua preghiera, nella Chiesa che m’hai descritta raffrontandola a quella della tua infanzia, è andata perduta; avremo, è sicuro, anche quest’anno la nostra parte di bene, da sostentarci, da poveri come siamo, per dolorosa predilezione di Chi ci ama come se il tempo non esistesse. Bisogna rassegnarsi a esser misurati con la misura del suo amore infinito, tranne che non si voglia come la tua Santa Maria M. de’ Pazzi amarla, la straziante misura, e non morire! Per mio conto, non ci siamo”. E questa è la poesia di Pierri a cui fa riferimento la lettera di Betocchi:

ALL’AUTUNNO

Strappi il cielo le rondini

e si spogli ogni cosa

per obbedirti, autunno,

così ritto sugli olmi;

come un vecchio demonio

ti resisto, io nell’uomo,

indurendo un dolore

nell’altro, nel suo mucchio;

un inverno che a Dio

si assomiglia …

a simili orizzonti,

non con te la misura,

e l’amore.