Nel ricordo di Pier Paolo Pasolini

Non avrei mai pensato di approfondire la conoscenza di Pier Paolo Pasolini, se non ne fossi stata costretta in occasione dell’esame di abilitazione. Ho iniziato questo studio con perplessità e con un certo malumore: perplessità perché dovevo accostarmi ad un autore, seppure famoso, a me sostanzialmente sconosciuto; malumore perché ero convinta a priori che non sarei mai riuscita ad entrare nel suo mondo, il mondo di un “diverso”, e ad interpretarlo. Man mano che mi sono inoltrata, ho modificato il mio atteggiamento dapprima in funzione di una grande pietà per quest’uomo che dice di sé:

“Come i poveri povero, mi attacco come loro a umilianti speranze, come loro per vivere mi batto ogni giorno”.

Successivamente quell’iniziale senso di pietà si è trasformato in un profondo rispetto per una personalità così eclettica, per un uomo che, politicamente impegnato, puntualmente presente, con sincera e diretta testimonianza, agli avvenimenti culturali e sociali del tempo, ha saputo così mirabilmente coglierne i problemi, rielaborali ed approfondirli nella sua intensa attività artistica di poeta, narratore, regista, drammaturgo, oltre che negli interventi, spesso polemici, di saggista. Già dalle prime letture ogni mio pregiudizio nei confronti della sua “diversità” è crollato; non è stato difficile riconoscere nei dati biografici le linee di un grande conflitto edipico di cui Pasolini era pienamente consapevole. Sin dall’infanzia, il padre e la madre avevano esercitato su di lui influenze opposte e decisive: il padre, che egli stesso definiva “passionale e violento”, appariva ai suoi occhi tirannico e temibile, mentre la mite, la dolcissima madre, costante oggetto del suo amore, fu la vera figura dominante nella sua vita:

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data. E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima. Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù (da “Supplica a mia madre”).

E proprio questo conflitto aveva determinato in lui una sensibilità così grande, un bisogno di attenzione, comprensione e amore, non esenti da quel mito della “passione” che lo portarono poi alla tragica morte avvenuta, stando a quel che si dice, per mano di uno di quei “ragazzi di vita” da lui tanto amati e messi al centro della sua opera. Lo stesso Pasolini in un’intervista aveva affermato:

“Amo la vita così ferocemente, così disperatamente che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l’erba, la giovinezza: è un vizio molto più tremendo di quello della cocaina, non mi costa nulla, e ce n’è un’abbondanza sconfinata, senza limiti: e io divoro, divoro …. Come andrà a finire non lo so…

Noi invece lo sappiamo! E ci emozioniamo dinanzi a questa profezia!

Alba Nigro
Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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