La Pasqua Ebraica e la cerimonia “Seder”

Quest’anno Pèsach, la Pasqua ebraica (sette giorni in Israele, otto nei Paesi della diaspora), inizia in Italia al tramonto di venerdi 15 aprile (dopo il tramonto per gli Ebrei è già iniziato il giorno successivo) e finisce al crepuscolo di sabato 23 aprile. La Settimana santa cristiana, o meglio cattolica, che inizia con la Domenica delle palme e si conclude il Sabato santo, trovando il culmine il giorno dopo, con la Pasqua di resurrezione, va quest’anno da domenica 10 aprile a sabato 16 aprile, mentre la Pasqua si celebra domenica 17 aprile (per le Chiese ortodosse, invece, la Pasqua cade domenica 24 aprile, e la Settimana santa inizia con il Sabato di Lazzaro, quest’anno il 16 aprile).

Anche se quasi omofone, attraverso la mediazione dell’Aramaico, in cui Pesach divenne Pascha, traslitterato tanto in Greco quanto in Latino come Pascha, le due festività – feste mobili che qualche volta coincidono, e comunque cadono in periodi molto vicini – sono molto differenti, anche se il significato originale del “passare oltre” di Pesach (collegato all’angelo della morte che prima dell’Esodo uccise i primogeniti degli Egiziani ma passò oltre le case degli Ebrei, che avevano contrassegnato gli stipiti della porta spruzzandovi il sangue dell’agnello sacrificale) in qualche modo rimane nella Pasqua cristiana, la maggiore festa cristiana, fondatrice della nuova religione attraverso la passione, morte e resurrezione del Cristo. Commemorativa della fuga degli Ebrei dall’Egitto, Pesach inizia la sera del 14 Nissan (mese del calendario lunare ebraico che corrisponde più o meno ad aprile), che per la tradizione ebraica è già il 15, con una cerimonia chiamata “Seder”. Per rivivere il momento della liberazione dalla schiavitù e della loro nascita a popolo libero, gli Ebrei mangiano a Pesach, per sette giorni (fuori di Israele otto), il pane azzimo.

Non solo: devono eliminare dalla casa ogni traccia di lievito o sostanza lievitata, il che obbliga le donne ad una rigorosa e minuziosa pulizia (da qui l’espressione “pulizie di Pasqua”). Eseguita a fondo la pulizia, con l’aiuto dei bambini che si dedicano ad una istruttiva “caccia alle briciole” (che poi vengono ritualmente bruciate) si introduce nelle case il pane azzimo (non lievitato), che in Ebraico si chiama “matzah” (come la “maza” dei Greci, una sorta di piadina di farina d’orzo non lievitata che ha preceduto il pane, più costoso e raffinato, a base di frumento). Per tutta la settimana, anche pentole e stoviglie devono essere esenti da contaminazione coi lieviti: quelle usate nel corso dell’anno vengono addirittura “vendute” simbolicamente a non Ebrei, e poi riacquistate al termine della festività. Il Seder contempla letture edificanti alle quali fa seguito la cena. Sul tavolo apparecchiato viene posto un cesto contenente tre pane azzimi (“matzah”), in ricordo del pane non lievitato mangiato nel deserto, una zampa d’agnello (“pesach”), in ricordo del “zevach pesach”, il sacrificio pasquale compiuto dal popolo che si accingeva a uscire dalla schiavitù, e verdure amare (“maror”), diverse in base a tradizioni e provenienza di chi celebra il Seder, in ricordo dell’amarezza patita dagli Ebrei in schiavitù.

Nel cesto vi sono poi un uovo sodo e il “charoseth”, un impasto preparato anch’esso secondo ricette che variano a seconda dei vari luoghi di provenienza, che simboleggia la malta che gli Ebrei schiavi erano costretti a preparare in Egitto per edificare la città del Faraone, e consiste in un dolce impasto di frutti: datteri, noci, mandorle e altro. E ancora del sedano (“carpas”), che viene intinto in acqua e sale, o in acqua e aceto. “Sul tavolo viene posto, oltre al bicchiere destinato al Kiddush, alla santificazione della festa attraverso il vino e il pane, un altro bicchiere d’argento pieno di vino destinato al profeta Elia. La tradizione vuole infatti – si legge nel sito della Comunità ebraica di Bologna – che il profeta, durante la prima sera di Pesach, si aggiri fra le case degli Ebrei per portare i suoi voti augurali alle famiglie che celebrano il Seder. E ogni ebreo vive la speranza che l’Epoca messianica, della pace, dell’armonia, dell’amore fra tutti i popoli, sia proprio lì, dietro la porta di casa, porta che infatti, durante il Seder, viene lasciata aperta anche perché è detto: “chi vuole entri, mangi e celebri Pesach”.

Nella Pasqua ebraica il giorno di chiusura è meno importante di quello di apertura, ma vi si celebra egualmente un banchetto rituale, nel quale, come per tutta la settimana, sono rigorosamente banditi i cibi lievitati (dal pane alla birra; ma come abbiamo visto il vino è ammesso, anche se si tratta di un vino particolare, non solo kasher ma privo di qualsiasi traccia di pane o cereali). Ba’àl Shem Tov, fondatore del Chassidismo, introdusse l’usanza di un pasto speciale nell’ultimo giorno di Pesach, la Seudàt Mashiach, nel corso del quale si bevono quattro bicchieri di vino e si mangiano 30 grammi di pane azzimo.

Giuseppe Mazzarino

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