Cristo nella Commedia di Dante Alighieri

Osiamo subito dire ciò che Agostino scrisse della fede cristiana: una rivelazione che fu rivoluzione e una rivoluzione che si può definire: “Follia”. Perché “follia”? Perché Cristo ha umanizzato il divino; ha reso l’umano finito, infinito; ha fatto sì che la parola sua, verbo divino, fosse, con il sacrificio del patibolo in Croce, espressione del martirio umano e del riscatto da ogni peccato dell’uomo. Insomma Cristo-Dio ha redento l’uomo. E Dante ha subìto questa parola e l’ha trasmessa nei canti del suo poema “divino” e pur tutto umano.

La prima figurazione di Cristo, anche se in un impianto retorico e da prosopopea, è al principio dell’Inferno, in quella iscrizione che afferma l’eternità del luogo. Al verso sesto del canto III il poeta scrive: “fecemi la somma sapienza”. E quella somma sapienza è proprio il figlio del Creatore Dio, cioè Cristo. Il padre è “la divina potestate”, lo Spirito Santo è “il primo amore”. Così il Sapegno riferendosi al “Convivio” (II, V, 8); ma tutta la commedia dantesca, poi definita dal Boccaccio “Divina” (si vedano le ultime pagine del “Trattatello in laude di Dante”) è opera di divinazione; profetica, oltre che rigorosamente intessuta di sapienza biblica, evangelica e teologica. E, a tal punto, aveva ragione il Pascoli nella sua “Mirabile visione”: opera profetica perché la voce è di Dio attraverso la parola; del Figlio venuto a redimere; l’uomo nelle sembianze, di un uomo. Cristo è sempre presente nell’opera totale, ma nel Paradiso Dante, più volte, lascia ogni precedente metafora relativa all’immagine terrena e direttamente nomina Cristo; ma nella terzina facendo sempre rimare Cristo con Cristo. Non trova “voce” degna ad una rima nel finale endecasillabo, se non quella onomastica.

Ed ecco che, nel Paradiso, al canto dodicesimo, al verso 71, elogiando San Domenico, paragona il Santo ad un agricoltore che Cristo chiamò nel suo “orto”, come collaboratore, per aiutarlo nell’opera redentrice. “Domenico fu detto; ed io ne parlo / sì come dell’agricola che Cristo elesse all’orto suo per aiutarlo”. E Cristo stesso, in Giovanni XVI, è definito “agricola” e nel Vangelo: “le messi sono \ molte, gli operai sono pochi”. (Luca, X, 2). Ma Dante, nello stesso XII del Paradiso elogia ancor più forte Domenico definendolo inviato da Cristo e fedele esecutore della missione affidatagli. “Ben parve messo e famigliar di Cristo; che il primo amor che in lui: fu manifesto fu al primo consiglio che diè Cristo”. Ma quale era stato il primo consiglio dato da Cristo? Quello della povertà e materiale e dello spirito; spoliazione di beni e umiltà dello spirito. A proposito della rima in “Cristo”, il D’Ovidio, critico positivista della fine ‘800, pensa ad un atto di pentimento di Dante per avere in una “tenzone” con Forese Donati rimato “Cristo” con “tristo”. In questo seguendo anche il Tommaseo, illustre commentatore della Commedia. Nel XIV del Paradiso torna la figura di Cristo: “che in quella Croce lampeggiava Cristo”. Siamo nel passaggio dal cielo: del sole a quello di Marte. La croce è alta di fronte alla vista di Dante che la contempla. In quel cielo nel quale il poeta troverà il suo trisavolo, morto per la fede, quella Croce è il simbolo della umana sofferenza: “Ma chi prende sua Croce e segue Cristo / ancor mi scuserà di quel ch’io lasso / vedendo in quell’albor balenar Cristo”.

Ancora nel canto XIX, sempre del Paradiso, torna Cristo, ma questa volta è l’anima del Poeta che si ribella, proprio nel nome di Cristo, contro quei cristiani che a parole lo seguono, ma non con il cuore e la vera fede. È il passo più acerbo della Cantica, quello che più da vicino rammenta le parole di Matteo (VII, 21) con le quali l’apostolo grida ai seguaci quello che il Maestro lasciò in eredità morale: “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli”. Una sferzata che sa oggi di forte attualità. E ancora troviamo la rima in Cristo al canto XXXII ai versi 85-87, nonché ai versi 20,24,27, dello stesso canto. Ma il mistero della Fede sarà nell’ultimo canto, in quella effigie umana che parve dipinta nella “circolazion”; ovvero nella triplice forma della “luce eterna”, sforzo titanico di dare un volto al figlio di Dio, mediante l’uno e trino. Ma quale è l’immagine storica che Dante crea di Cristo? È una immagine che molto riflette il carattere stesso del poeta; un aspetto fermo, deciso, evangelicamente misericordioso con gli afflitti, i poveri, i derelitti, ma severo contro i farisei della vita, i “pastori” negligenti, i ladri presso il tempio. Quando Cristo scese nel Limbo i diavoli sbarrarono la porta; Cristo la infranse con un terremoto e quella porta, con quella fatidica scritta, “sanza serrame; ancor si trova”.

Ma il Cristo veramente dantesco è quello che San Francesco incarna nell’undicesimo del Paradiso. Il Santo della povertà che pianse sulla Croce il Maestro, il Francesco condottiero delle genti che non teme il Pontefice e vuole che si approvi la sua “regola”; il Francesco che “comanda” e “raccomanda” la sua donna più cara; l’umiltà e la povertà; ma è anche il Santo che va in Oriente a predicare di fronte al Sultano la fede del Vangelo. Insomma Francesco è l’immagine dantesca del Cristo dantesco. L’umanità del cristianesimo è la sua stessa divinità.

Paolo De Stefano

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