L’amore mi rincorre, la nuova silloge di Maria Teresa Tedde

Da alcuni giorni è uscito in libreria, per i tipi della G. C. L. edizioni di Pulsano, “L’amore mi rincorre” di Maria Teresa Tedde. Il titolo è esplicativo e forse spiega già tutto e, probabilmente, non spiega nulla. Il quesito è il medesimo dalla notte dei tempi e Maria Antonietta Macciocu – giornalista e critica letteraria – si cimenta, nella prefazione, a dare una propria chiave di lettura al significato delle poesie contenute nella silloge: “È l’autrice che rincorre l’amore o è l’amore che la tallona ben oltre la sua volontà? E quanto questo amore compulsivo e onnivoro è rifugio in una dimensione personale o apertura verso il mondo? Quanto è astrazione mentale, ansia di riempire vuoti o ponte con le persone? “L’Amore mi rincorre”, nuova silloge di Maria Teresa Tedde, ci costringe a inseguire un cerchio che non si chiude mai, anzi si dirama in innumerevoli strade, ci trascina in anfratti per poi aprirci su strade lineari sempre pronte a deviare in altri altrove.

Sono, l’autrice e l’amore, due fuggitivi inseparabili, dominati dall’oscura luce dell’attrazione e del desiderio che non tollerano distanze, due naufraghi che stanno a galla opponendosi alla vita comune che li vorrebbe vinti, obbedienti alle leggi della costrizione e della ragione. […] Tedde parte dall’esigenza di amore totale come essenza della vita, della sua vita, per troppo tempo stretta in passioni di politica sociale e rivendicativa, ostacolo ad approfondire dimensioni più intime della sua personalità. Un amore con la A maiuscola che non ha paura di far rima con cuore, si nutre di stelle complici che trafiggono con fili di luci, invade illimitato, è capace di vincere malinconie e lacrime, superare ostacoli, essere presente nell’assenza, alimentare illusioni, scansare il buon senso, aggirare la realtà, un amore che ha sapore d’eternità, nutre la fantasia, impregna i sogni, sprigiona i sensi: aspirazione a un assoluto che tutto sana, tanto caro ai poeti e ai visionari, ma cosa sono i poeti se non dei visionari? L’idea d’amore di Tedde vuole comunque tenersi ancorata alla realtà, uscire dalle stanze di una “solitudine affollata” solo da presenze individuali per abbracciare l’umanità, arricchirsi dello sguardo verso gli altri, vincere l’indifferenza, esercitare la pazienza, diventare universale.

Vuole controllare le emozioni chiudendo la saracinesca su “pensieri scarmigliati” per creare un ponte con gli altri, navigare tra le persone, le donne innanzitutto, quelle che riescono a liberarsi e quelle ancora in catene, azzerare la falsa comunicazione tra cellulari, farsi portatore di pace e giustizia, cantore indignato di una terra, la Sardegna, non esente dallo stupro globale dell’ambiente in nome di un menzognero progresso. Ma questa dimensione più realistica contrasta con il cuore anarchico che non sopporta costrizioni, sempre in fuga verso un ignoto che sfugge a qualsiasi formula, moltiplicatore di sensazioni ed emozioni. La rotta s’inverte facilmente per ritornare alla sua fonte originaria, un flusso creativo personale capace di immaginarsi divino, di contagiare libertà e amore salvifici a tutto il mondo senza il bisogno di comprendere tutto. Un’utopia che salva da debacle personali ma, aggiungiamo noi, non da quelle collettive. E comunque molto seduttiva. Come è seduttivo il linguaggio di cui sono fatte le poesie, dove le parole comuni vengono utilizzate per accostamenti non comuni, dando vita a metafore che diventano materia viva e pulsante e offrono diversi registri di lettura anche a situazioni apparentemente banali”. Maria Teresa Tedde ha dichiarato che “La poesia è un mezzo di espressione, comprensione e condivisione con coloro che si sintonizzano”… e sintonizzarsi sui versi di questa autrice è un’esperienza che deve essere sperimentata.

Gian Carlo Lisi

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