Pascoli e la sua poesia cosmica

Nella settimana Santa dell’aprile 1912 e, precisamente, tra il sette e l’otto del mese, dopo sofferenze indicibili, Giovanni Pascoli moriva in Bologna. L’Italia, come si evince dal “Corriere della Sera” di quel giorno, prese il lutto e il giornale milanese, nel dare la notizia, occupò tutta la prima pagina con più articoli fra i quali quello di Ettore Janni. Certo Pascoli era stato il poeta che aveva cantato o scoperto il volo degli uccelli e il loro significativo gridio: aveva celebrato la purezza dei campi e il lavoro della umile gente; aveva esaltato la natura nei suoi colori, solari o nebulosi, e poi aveva pianto per la morte dei suoi Cari, per l’uccisione del padre, per la madre che lo avrebbe atteso “là sotto il verde ombrello della mimosa in fiore”.

Il maestro dei suoi studi era stato il Carducci, ma lui in “Myricae” e ne “Canti di Castelvecchio” se ne era distaccato, attraverso una poesia – poetica delle piccole cose, che tuttavia sono sempre ricche di umane risorse: aveva creato una nuova poesia dalla quale molti decenni dopo dovevano prendere forme di pensiero e struttura di tecnica poeti quali Ungaretti, Montale, Saba e i crepuscolari Gozzano e Corazzini. A Pascoli guardavano per la purezza dello stile e per quella poesia che, nella sua brevità, incantava e possedeva lo spirito. Ma, caro direttore, c’è un altro Pascoli, poco noto sino ai saggi e agli studi dello Squarotti, del Flora, del Getto, del Vallone, dell’Ebani, per citarne alcuni. Quale Pascoli? Pascoli cosmico, astrale; Pascoli, che canta la terra, come “atomo opaco della male”. (X agosto). Questo atomo opaco del male che è, ripeto, il suolo in cui viviamo, è un punto che gira in se stesso da sempre nel mentre altri mondi, altri pianeti, altri immense stelle e comete lo attraversano senza toccarlo, senza distruggerlo: quel nostro atomo è illuminato dal sole, che è, a sua volta, un astro “dell’infinito sfolgorio delle stelle”.

E al di sopra dello stesso universo dell’essere cosa c’è? Il niente, il tutto! Dio? Anche Dante è poeta del cielo, ma è il cielo di Dio; ove la luce e l’amore sono i suoi confini; anche Dante è poeta cosmico, ma il suo cosmo è quello di Agostino, di Tommaso, di Paolo, dei teologi medievali ed anche di quelli arabi. Non in Pascoli; in lui c’è l’antivirgiliano concetto della sapienza che supera i limiti della terra. La conoscenza per Virgilio è gioia, è letizia, è felicità. “Felix, qui potuit rerum cognoscere causas”. (Georgiche II, 489). Nel Pascoli quella conoscenza produce paura, tremito, tremore, terrore; c’è in lui un concetto lucreziano: tutto nel mondo universale è atmosfera incognita, tutto è soggetto alla distruzione che nel tempo completerà il tempo stesso. Nato l’universo da un atomo, con l’atomo finirà. Pascoli scriverà nel “Il bolide”: “E la terra sentii nell’universo / sentii fremendo, ch’è del cielo anch’ella. / E mi vidi quaggiù piccolo e sperso, errare tra le stelle, in una stella”.

La poesia astrale nel Pascoli nasce con la poesia “Il ciocco” (Canti di Castelvecchio) ove da un tronco di albero bruciato si staccano mille e mille scintille che vanno verso l’alto; e al poeta quel nugolo di scintille sembrano esseri infiniti astri del cielo e nel cielo infinito, immenso, senza luce. Ma la grande poesia cosmica è ne “La Pecorella smarrita”; nella “Cometa di Halley” e soprattutto nella “Vertigine” e nel “Il bolide”. C’è un senso (ma non dimentichiamo gli studi positivistici in materia nel secondo 800) cosmico del tutto nel nulla, c’è la fine dell’uomo, se le forze astrali dovessero colpire la terra; in quell’immenso sfolgorio di stelle, in quel continuo espandersi non del cielo, ma dei cieli, la visione di stelle randagie, di astri che girano nell’infinito dell’etere. I confini del nostro pianeta sono non i confini del mondo, ma i semplici limiti di un globo che gira fra i globi universali, sempre lo stesso, anzi sempre più dominato dalla forza centrifuga del suo cammino. E’ nel “Il bolide” che Pascoli raggiunse, nella dimensione ancora umana, la realtà immane e perduta della velocità di un “bolide” quale “globo d’oro” che “che si tuffò muto /nelle campagne, come in nebbie vane, / vano: ed illuminò nel suo minuto / siepi, solchi, capanne, e le fiumane / erranti al buio, e gruppi di foreste, / e bianchi ammassi di città lontane”. Un minuto! Poi il cielo, ritornò pieno di grandi stelle; e la terra? La terra rimane un atomo opaco di male nel quale lui, il poeta, sente di essere “piccolo e sperso” e “di errare tra le stelle in una stella”.

Dirà la stessa voce nella cosmica poesia “La vertigine”. Caro direttore, nell’anniversario centenario (cento più uno) della morte del Pascoli era anche rendere omaggio alla sua poesia cosmica, astrale: una poesia tardi riconosciuta dai critici del 900. Poeta sì, degli umili campi e della voce degli alati, ma anche poeta dell’universo, quello che al solo pensarlo dà brividi ed ansie al cuore dell’uomo. Che, oggi, arrivato sulla luna, tende a Marte, a Giove. E poi? Astri infiniti nell’infinito tremolio delle stelle; astri ancora per l’uomo in un cupo ed attonito vortice di mondi.

Paolo De Stefano

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