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Una città costruita da giganti, abitata da pigmei

Allorché Giacomo Leopardi arrivò a Roma dal suo “borgo selvaggio”, Recanati, era il novembre del 1822. Si recava dallo zio materno, Carlo Antici che lo amava molto e moltissimo lo ammirava. Fu una grande delusione! A Roma avrebbe conosciuto il grande filosofo tedesco Nietzsche, del quale aveva già letto non pochi suoi libri. A Roma ebbe tuttavia accoglienze calorose, ma tutto gli sembrò brutto, vile, cattivo; anche le donne prive di affetto e di grazia.

Quel mondo grande che aveva concepito al di là di Recanati, fu per lui una terribile delusione. Si fermò ad ammirare i grandi monumenti dell’epoca romana e, tuttavia, pronunciò quella frase che è rimasta celebre. “Roma è una città costruita da giganti, ma abitata da pigmei”. La vita sociale era pessima e pessimo era il governo Vaticano, codino, per niente risorgimentale, dimentico della gloria antica pur avendo tanti monumenti della Roma antica. C’erano cittadini, non c’erano italiani nel senso patriottico della parola; non c’era quella patria che lui, Leopardi, tanto aveva agognato. C’era uno stato confessionale. Aveva scritto: “O patria mia, vedo le mura e gli archi / ma la gloria non vedo”. “E l’Italia gioventude? / Pugnan per altre terre, gli itali acciari”. E non può dir morendo: “Alma terra natia, / che la vita che mi vesti, ecco, ti rendo”. Aveva anche celebrato il monumento a Dante che “si preparava a Firenze”. A Roma c’erano ancora tanti “codardi”, era meglio “rimaner vedova e sola”. Andò a Roma con il cuore di trovarvi, almeno “fra i letterati e gli studiosi”, uno scatto di orgoglio, nulla! Allo zio Carlo aveva più volte manifestato che l’Italia, la vera patria, non era ancora nazione.

I “pigmei” che vivevano ricavavano vantaggi senza dare alla città di Roma un qualche aiuto etico e morale. Ovunque opportunismo, corruzione, conformismo, svuotamento d’animo e di pensiero. Ipocrisia fra governanti e cittadini! Credeva in Roma; e Roma, quella Roma, lo deludeva e lo sconfortava. Avanti a sè c’era quel Dante che aveva nella lingua creato una nazione. “Piangi che ben ne hai donde Italia mia, / le genti a vincer nata / e nella fausta sorte e nella ria”. Con Dante aveva nel pensiero Giuseppe Parini al quale, anni dopo, dedicherà una sua “Operetta morale” dal titolo “Il Parini, ovvero della gloria”. Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi italiani che, nell’eccellenza delle lettere, congiunsero la profondità dei pensieri. Agli occhi e alla mente del Leopardi Parini era stato un vero educatore e restauratore del costume morale dopo le accademie arcadiche e i minuetti ambigui. Con Parini c’era Foscolo che ne “I sepolcri” aveva non solo consacrato la poesia come vincitrice nei secoli con la sua armonia, ma aveva creato un mito universale: la morte non distrugge la vita, la perpetua quando l’uomo della vita è stato degno di esemplari traguardi.

Con questi grandi poeti Leopardi si rifugiava nell’amicizia Di Pietro Giordani, l’unico letterato capace di ammirarlo e di seguirlo. Roma non era, riportava, la Roma antica; e la sua sofferenza l’aveva manifestata allo zio Carlo. I giganti di un tempo erano scomparsi, restavano i “pigmei”, i tanti “Marchesi del Grillo”. Dopo Roma andò a Firenze e lì, in quella città d’arte e di gloria, scrisse quel canto “A Silvia” che è la più alta e nobile voce poetica sulla giovinezza scomparsa per morte atroce: trovò qualche consolazione, trovò anche non poche delusioni. Conobbe Antonio Ranieri e con lui si trasferì a Napoli per ivi morire. Aveva anche scritto sulla società del tempo; diversa da quella francese; ancora c’era tanto da fare, un popolo da creare, una nobiltà spesso ipocrita e conformista. Goffredo Mameli e Mazzini e Garibaldi erano ancora lontani da una patria redenta. Mameli moriva sotto le mura di Roma. Ma siamo già nel Risorgimento romantico! Caro direttore, dal 1822 al 2022 sono trascorsi 200 anni! Leopardi è presente? Storicamente no, umanisticamente sì! Oggi l’Italia, diventata nazione, è in Europa: ma l’Europa ha dimenticato le sue origini culturali, etiche e religiose. Il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa non è del tutto scomparso. Quanti “pigmei” di leopardiana memoria ancora vivono fra noi; e fra noi fanno affari e creano morali macerie. E i pigmei sono ancora tanti, e sono pochi i “giganti”. Purtroppo.

Paolo De Stefano