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Massimo Rendina, giornalista partigiano e… goliardia

Fra i protagonisti delle massime gesta goliardiche dell’immediato secondo dopoguerra mondiale, fra le quali il rapimento da parte dei goliardi bolognesi della Secchia rapita e, soprattutto, la famosa, tentata invasione di San Marino per dichiarare decaduta la Repubblica ed instaurare sul Monte Titano la Monarchia (proprio mentre l’Italia trapassava da Monarchia a Repubblica…), con incidente internazionale fra il governo (repubblicano) sanmarinese e quello (neo-repubblicano) italiano, spicca una singolare figura di studente universitario e giornalista, Massimo Rendina, che nel governo monarchico sanmarinese doveva assumere l’incarico di Primo Ministro. Se ne parla in libri sulla Goliardia come il pionieristico “Bacco Tabacco e Venere” di Franco Cristofori, o in altri più “memorialistici”, come “Storie della goliardia bolognese dall’orbace alla contestazione” (capitolo sul mancato golpe sanmarinese a firma di F. Bergonzoni), mettendo in risalto (Bergonzoni con un pizzico di malignità) il ruolo del padre di Rendina, questore di Bologna, amico e difensore dei goliardi quando questi si mettevano nei guai…

Nessuno, però, ricorda chi fosse Massimo Rendina, già negli anni ‘40, oltre che goliarda, giovane giornalista (compagno di lavoro di un altro giovane di belle speranze, Enzo Biagi) non solo “figlio del questore”. Io stesso l’ho scoperto troppo tardi, dopo che Rendina era scomparso (2015), e dopo aver licenziato il mio libro sulla Goliardia, “Carmina Burina” (non è un errore di stampa: Burina in luogo di Burana è un disdicevole, goliardico gioco di parole), grazie a Silvia Resta ed al suo agile libro “Il giornalista partigiano. Conversazioni sul giornalismo con Massimo Rendina” (edizioni All Around; pp. 160, 15,00 euro). Rendina, intanto, classe 1920, era un giovane cronista: ma sarebbe diventato il primo direttore del telegiornale Rai (perché nelle more della creazione del “nuovo” mezzo di informazione Veltroni padre era precocemente scomparso), rimosso da Tambroni perché non in linea ma promosso man mano nella gerarchia interna della Rai. E poi era vicepresidente nazionale dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani. Perché, durante la guerra civile, il giovane sottotenente Rendina Massimo, classe 1920, rifiutò di aderire alla Repubblica sociale italiana ed entrò a far parte della 19^ brigata Garibaldi del Piemonte, diventando capo di stato maggiore della 19^ e poi comandante e capo di stato maggiore della 103^ brigata della divisione Garibaldi. Aderì al Partito comunista, curò l’uscita dei primi numeri dell’Unità dopo la liberazione; poi ruppe col Pci (espulso perché ne criticava l’acquiescienza all’Unione sovietica) ed aderì alla Democrazia cristiana.

Tornò nell’immediato dopoguerra a Bologna, riprese l’attività giornalistica nel Giornale dell’Emilia (il nome col quale per un certo tempo fu pubblicato il de-fascistizzato Resto del Carlino) e riprese a far Goliardia. Goliardia che in quegli anni, nonostante fosse stata costretta al “sonno” dal regime fascista, che aveva vietato le Feriae Matricularum e sciolto d’autorità gli Ordini goliardici, era vista con acredine e sospetto, quando non fisica contrapposizione, dalle sinistre in genere, e dai comunisti in particolare. Che accusavano i goliardi di essere “fascisti”. E Bologna “la rossa” non faceva certo eccezione. Ma è chiaro che a “difendere” i goliardi non era tanto la protezione del questore padre quanto il ruolo del comandante “Max il giornalista” (tale il nome di battaglia di Rendina); che probabilmente, oltretutto, qualche cimelio della Resistenza perfettamente funzionante ce l’aveva ancora… Insomma, andare a sfruculiare (o, peggio, minacciare…) l’aspirante premier del Regno di San Marino già comandante e capo di stato maggiore, e non goliardicamente, della 103^ brigata Garibaldi era poco raccomandabile. Nel libro di Silvia Resta si parla solo di giornalismo, e non si accenna alla Goliardia. Peccato. Come è un peccato non aver saputo prima che il Rendina giornalista e vicepresidente nazionale dell’Anpi era lo stesso Rendina delle clamorose gesta goliardiche degli anni ‘40: lo avrei intervistato io, proprio a proposito di quegli anni e di quegli episodi. Per chi si interessa di giornalismo, comunque, il libro di Silvia Resta è molto interessante. Lui aveva combattuto per una stampa libera e indipendente (e anche per questo era prestissimo uscito dal Partito comunista).

Nelle conversazioni con Silvia Resta Rendina parla di questioni nodali per lo stato e la sorte dell’informazione in Italia: dalla mancanza di un editore puro al controllo della politica, dalle pressioni dei gruppi di potere al conflitto di interessi, al ruolo che dovrebbe avere il servizio pubblico. Ma non si considerava una vittima: “mi hanno aumentato lo stipendio e promosso condirettore cenrtale” della Rai, ricordava; e poi sarebbe stato amministratore delegato dell’ERI (la casa editrice “cartacea” della Rai) e direttore centrale per lo sviluppo tecnologico.

Giuseppe Mazzarino