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Dalla letteratura alla poesia, alla musica e all’economia: nuova veste per “L’Arengo”

Paolo De Stefano, fondatore della rivista “I Quaderni de L’Arengo”
Paolo De Stefano

Fresco di stampa è nelle nostre mani l’ultimo in ordine di tempo (ma non ultimo per importanza numero de I Quaderni de L’Arengo nella sua solita, sobria ed elegante veste tipografica curata, come sempre da par suo, dalla Casa Editrice Scorpione di Piero Massafra. Il titolo: I contemporanei. La prestigiosa rivista, come è noto, è in libreria da 45 anni, cioè da quando a Paolo De Stefano nel 1977 venne l’idea di fondare L’Arengo come braccio operativo del Centro studi di Italianistica fondato dallo stesso De Stefano presso il Liceo classico Quinto Ennio di Taranto di cui era preside.

Già perché sono ormai 45 anni che L’Arengo arricchisce la nostra cultura, e non solo la nostra, con saggi, interventi, ricerche di altissimo livello redatti da esperti, studiosi, ricercatori, docenti universitari che si sono cimentati con passione e dedizione a questo impegno culturale e scientifico. Insomma uno scrigno di studia humanitatis al quale i tarantini hanno potuto attingere a piene mani in quasi mezzo secolo di vita della rivista e per il quale debbono rendere merito a Paolo De Stefano infaticabile coordinatore e sollecitatore di un gruppo prestigioso di intellettuali e studiosi che ancora oggi sono in trincea, magari con qualche capello bianco in più, ma sempre animati dalla stessa passione e dallo stesso impegno per la crescita culturale e civile della nostra città. A curare il volume i Comitati scientifici e di redazione da Bari Ruggero Stefanelli, Domenico Lassandro, Riccardo Pagano e Nicoletta F. Berrino, da Lecce Luigi Scorrano,Antonio Resta e Raffaele De Tommaso e da Taranto oltre allo stesso Paolo De Stefano da Alberto Altamura e Lucio Pierri. Tutti coordinati dal segretario di redazione, quell’altro infaticabile studioso di letterature classiche che è Mario Lazzarini.

Questo numero 15 della rivista ha per titolo I Contemporanei e si distingue dagli altri quaderni, pubblicati dal 2005 ad oggi, per una peculiarità innovativa. Per la prima volta da 17 anni la rivista non è monografica, ma spazia in campi e argomenti diversi. Infatti mentre finora si è caratterizzata come una monografia su un autore, Croce, Pascoli, Carducci, D’Annunzio, Pirandello, Leopardi, Manzoni, Foscolo, Petrarca ecc. o su un argomento specifico come il Risorgimento o Il secondo ‘900, questo numero si occupa di argomenti diversi tutti attuali, tutti importanti e di grande interesse che spaziano dalla letteratura, alla storia, all’economia, alla musica d’autore, alla scienza. È questa una scelta intelligente, innovativa e al passo con i tempi poichè esce da quell’ambito di nicchia che è il pubblico dei cultori delle belle lettere e della poesia e si rivolge ad un pubblico più vasto. Insomma un’apertura al nuovo e alla diversità. È lo stesso Paolo De Stefano che nella presentazione spiega le ragioni della scelta di passare dal volume monotematico a quello politematico con una miscellanea di argomenti di varia umanità. Ricorrendo ad una metafora musicale De Stefano definisce la sua presentazione un Preludio.

“Al posto della presentazione, scrive De Stefano, c’è un “Preludio”. Perché? Perché il Preludio o Ouverture è una grandiosa sinfonia con la quale il musicista apre la sua opera; ma quelle note sono la sintesi di precedenti momenti musicali che illuminano lo svolgimento della trama intessuta attraverso i diversi atti della composizione… Analogamente la molteplice partecipazione degli studiosi e degli ammiratori de L’Arengo ha consentito una varietà di argomenti che sono avvenimenti, ricordi, fantasie, memorie autentiche ed altro del genere, tale da creare proprio un Preludio… Musica come musica del cuore e dello spirito”. Certamente è come dice De Stefano. Per una tale sinfonia di argomenti il termine Presentazione sarebbe stato banale e non esaustivo della complessità, profondità e diversità dei temi che vengono trattati. Certamente meglio quindi e più appropriato concettualmente il termine Preludio. Ma io ci aggiungo, sempre servendomi della metafora da opera lirica suggerita da Paolo, che questo volume non è solo una sinfonia d’autore ma è anche l’armonizzazione di voci e strumenti diversi di una grande orchestra diretta da un grande maestro e direttore d’orchestra, per cui De Stefano più che Puccini è un Arturo Toscanini o un Riccardo Muti delle lettere che riesce con grandissima maestria a tenere insieme e a condurre a sintesi note diverse armonizzandole in una sinfonia unica straordinaria. I nostri grandi perdoneranno me e Paolo per questi accostamenti arditi ma la metafora del paragone tra questo volume e un’opera lirica ci sta tutta.

Come in tutte le grandi operazioni culturali questo volume de L’Arengo è caratterizzato dall’evidente ossimoro della unità nella diversità. Gli argomenti trattati, apparentemente diversi l’uno dall’altro e che sembrano non avere a che fare l’uno con l’altro, sono legati invece da un unico filo conduttore, un file rouge che li accomuna e che rende unitario il volume: l’amore per la cultura e per la ricerca, il gusto della bellezza, il culto dell’intelligenza, il desiderio della conoscenza, la curiositas del ricercatore e dello studioso caratteristiche che sono sempre le stesse sia che si tratti di matematica, di lettere, di scienza, di poesia, di musica o di pittura. Questa è la disposizione d’animo che traspare in questi scritti e di cui sono intrisi i saggi pubblicati in questo volume. Certo si parte dalla letteratura e dalla poesia ma ci sono anche l’economia, la storia, la musica, la pedagogia e la scienza. L’incipit è un bellissimo saggio di Ruggero Stefanelli sul metodo e la critica di Aldo Vallone nel quale Stefanelli si sofferma sul Vallone storico della critica dantesca e sul Vallone egli stesso illustre lettore di Dante, seguono il saggio di Anna Paola Petrone Albanese che insegue i propri percorsi di vita e va con la memoria agli incontri intellettuali con poeti, filosofi e artisti che hanno presieduto alla sua formazione culturale, quello di Alberto Altamura su Maria Corti, filologa, scrittrice, docente di letteratura italiana, accademica della Crusca e dei Lincei a vent’anni dalla sua scomparsa, e quello dello stesso Paolo De Stefano che, nel suo saggio su Giacinto Spagnoletti, eccellenza tarantina di cui la città deve andare fiera, racconta lo Spagnoletti critico letterario de I nostri contemporanei (19979, il romanziere del Il fiato materno scritto nella sua prima stesura tra il 1941 e il 1944 e il poeta di Poesie raccolte (1940-1990).

E poi seguono i saggi di Egidia La Neve su Giovanni Giudici, il poeta della difficile quotidianità, quello di Titina Laserra su Alberto Moravia dal titolo significativo L’uomo come fine nel quale Laserra analizza la concezione secondo Moravia dell’intellettuale considerato come un lavoratore intellettuale assimilato al lavoratore proletario “pur entro la società borghese, “già uomo in partenza”, individuo eccezionale che ha il privilegio di creare dal nulla, nella libertà della sua mente”. Profondo e documentato è il saggio di Josè Minervini su Miti e mitografia in alcune opere del ‘900, nel quale Minervini ci dice che il mito “come la storia, è interpretazione, ricostruzione e presentazione…. codice culturale che influenza il modo di pensare e di esprimersi, sollecita il pensiero creativo e fa scattare scintille di nuova poesia”. E Minervini scova per esempio i miti di Orfeo, di Medea, di Enea in tanta poesia e letteratura del ‘900 da Luigi Santucci a Robert Graves a Giorgio Caproni a Sebastiano Vassalli. E ancora come non citare i saggi di Lucio Pierri su Ettore Toscano, uomo di teatro e soprattutto poeta egli stesso, la cui poesia “animata da una forte tensione etica” faceva del Toscano uomo, aduso a rifiutare “ogni forma di conformismo o asservimento al potere dominante nell’arte nella politica e nella società”, pur nella dolcezza del carattere, un esule in patria per il suo carattere aspro nei giudizi, spesso scontroso e puntiglioso, quello di Silvano Trevisani su Mario Pomilio definito “scrittore cattolico e praticante non può neanche considerarsi un interprete fedele dell’ortodossia cattolica dal momento che è un interprete delle irrequietezze che il tempo impone…”, e quello di Piero Massafra sul Paradiso di Dante nel quale Massafra legge, cerca e trova i segni e perfino le strutture delle basiliche medioevali.

In esse, come nel Paradiso “Senza un Dio Pantocratore che ordina il cosmo come una perfetta basilica percorsa per gradi e secondo un’esatta misura, Dante non potrebbe “trasumanare” superare cioè i limiti della materia umana ascendendo alla luce ma si perderebbe nel caos, nel sagrato infernale e nell’imbroglio reso periferico delle navate. Sarebbe fermo, imprigionato nella materia”. Insomma Massafra disegna l’ascendere dell’uomo al divino raccontato nel Paradiso come il procedere di un uomo che dal sagrato esterno di una basilica medioevale attraverso le navate e l’abside procede verso la cupola “che contiene il simbolismo di Dio nel cerchio senza inizio e senza fine…”. E poi c’è la storia con un mio ritratto di Zio Ben, il Duce, ed in particolare degli ultimi momenti della sua vicenda umana, raccontati in tono tra l’ironico e il serio, attraverso l’escamotage di una improbabile intervista. Ma nel volume non ci sono solo letteratura, poesia e storia, ci sono anche musica, economia e scienza. Enzo Ferrari, direttore di Taranto Buonasera, nel suo saggio su Franco Battiato racconta il viaggio del grande cantautore, musicista, filosofo e poeta verso la ricerca delle libertà che non sono quelle civili e politiche ma hanno una “dimensione altra” che il musicistapoeta cosmico “vuole scoprire, delle quali sente un’esigenza profonda, non ne ha paura e le ricerca in quel suo viaggio introspettivo che conduce oltre i confini di una esistenza ordinaria. E quel viaggio, conclude Ferrari, Battiato lo ha compiuto per tutta la vita”. Ci sono poi l’Economia con un saggio di Emanuele De Palma, direttore della BCC di San Marzano, meritorio sponsor della rivista, che affronta storicizzandolo il tema dibattuto dello spread del luglio 2012 quando il Consiglio d’Europa, per proteggere l’Europa dal disastro che quella impennata avrebbe provocato, fu capace di uno scatto d’orgoglio unitario che le fece approvare in una notte, quella tra il giovedi 31 giugno e il venerdi 1 luglio 2012, il Piano Salva Stati, cioè lo scudo anti spread, che salvò l’Europa dal disastro. Dall’economia si passa alla pedagogia come scienza per lo sviluppo sociale e quindi nel suo rapporto strettamente interconnesso con la cultura e la storia nel saggio di Riccardo Pagano su Gaetano Santomauro.

In proposito Pagano scrive “Lo stretto legame tra la teoria e la prassi rimanda ad uno dei punti forti della pedagogia di Gaetano Santomauro, ovvero all’analisi del rapporto biunivoco “pedagogia-cultura nella sua stratificazione storica”. Non ultima c’è la scienza che si affaccia nella rivista con lo studio di Nicola Baldi che ormai, proprio sulle colonne de I quaderni dell’Arengo, ci ha abituato a queste incursioni della scienza nella letteratura con le sue lecturae Dantis nelle quali non sai mai dove finisce lo scienziato e dove inizi il dantista. In questo volume Baldi ci racconta l’avventura intrapresa da Silvio Garattini con l’Istituto di Ricerche farmacologiche “Mario Negri”, la sua filosofia della ricerca scientifica, il rapporto tra sanità pubblica e privata e la riforma della medicina generale. Significativo è l’incipit del saggio che si sofferma proprio sul noto e ostentato inestetismo dell’”abito” pubblico di Garattini “Lo si riconosce subito, scrive Baldi, per il maglione rigorosamente bianco a collo alto. L’abbigliamento potrebbe suggerire il cedimento ad un vezzo o un segno di riconoscimento….” mentre ”Il suo percorso professionale fa, invece, pensare ad una uniforme che impone, come per i militari fedeltà, nel suo caso, alla scienza e rigore etico testimoniato da una intera esistenza dedicata alla ricerca e, da intellettuale a tutto campo, a frequenti interventi scritti a sostegno di una sanità pubblica”. Un volume prezioso quindi, tutto da leggere e da centellinare nella lettura perché ogni saggio oltre che un notevole arricchimento dello spirito è un invito a non fermarsi, una provocazione e una sollecitazione alla ricerca, allo studio, all’approfondimento.