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Quel Palazzo tornerà a splendere

Il Palazzo degli Uffici

Dal X secolo all’unità d’Italia Taranto è stata una città murata, rinserrata nell’acropoli della città greca, diventata una vera e propria isola, dopo che gli Aragonesi, per proteggere il castello, avevano scavato un “fosso” tra i due mari. Ad Est dell’isola sorgevano pochi edifici: i ruderi dell’anfiteatro, nel giardino del convento con annessa chiesa di San Giovanni di Dio, edificati a partire dal 1696: il quattrocentesco convento di Sant’Antonio (odierna sede principale della Soprintendenza di Taranto); i resti del lazzaretto e della chiesa poi divenuta del Carmine; il convento di San Francesco di Paola, circondato dai suoi vigneti; il tardo-settecentesco convento degli Alcantarini (oggi sede del MArTA) con la chiesa di San Pasquale; la settecentesca villa fatta erigere sul Mar Piccolo da monsignor Capecelatro, arcivescovo di Taranto.

il tutto in uno scenario collinoso, pieno di saliscendi e ricco di vegetazione. Ma a fine XVIII secolo nasce in quella campagna extraurbana un colossale fabbricato, che pur avendo subito numerose traversie impronterà di sé tutto il futuro Borgo, l’espansione cioè della città di Taranto fuori delle antiche mura: l’Orfanotrofio (voluto nel 1787 da Ferdinando IV di Borbone, che contribuì largamente alle spese), la cui costruzione iniziò nel 1791; il re stesso visitò il cantiere nel 1797. Ultimo frutto di un riformismo borbonico stroncato dalle invasioni francesi e dalla cosiddetta “rivoluzione napoletana” del 1799, la costruzione di Palazzo Orfanotrofio – che non espletò mai l’originaria funzione – rimase interrotta al solo primo piano; né con la restaurazione i lavori ripresero, sicché, murati alcuni ingressi, ridotti altri locali a covi di malaffare, l’edificio cominciò ad andare in rovina, tanto che veniva definito “fabbrico derelitto”. Solo nel 1872, più di dieci anni dopo l’annessione di Taranto al Regno d’Italia, ad oltre 70 dall’interruzione, i lavori ripresero. Già a fine ‘700 per realizzare l’edificio era stata in parte spianata la collinetta boscosa che portava il suggestivo nome di Montedoro: già in quell’occasione erano stati rinvenuti resti di un sepolcreto ebraico e di uno cristiano. Le lapidi ebraiche, ritenute di nessun valore artistico, erano state accatastate vicino agli sterri.

E lì furono ritrovate, insieme con nuove tombe, nel 1872. Sono oggi al MArTA, altre in custodia della ripristinata Soprintendenza. Sempre nel 1872 fu ulteriormente intaccato lo sperone roccioso sul quale poggiava il fabbricato, per l’apertura di botteghe sull’affaccio stradale di via d’Aquino. Solo parzialmente, perché parte del primo piano fu edificata sul banco di roccia (e nel 2006 sotto i pavimenti di un corridoio sarebbero state rinvenute sepolture ebraiche con scheletri ancora in situ). Nel 1869, con l’edificazione di Palazzo Savino (oggi Ameglio), nasceva la Città Nuova, i cui isolati vengono disegnati, come scrive Davidde Conversano illustrando il Progetto di Ampliazione, su multipli e sottomultipli del Palazzo (m 112 x 60), che persa ormai la destinazione ad Orfanotrofio iniziò ad essere chiamato “degli Uffizi”, perché lì il Comune decise di installare, a lavori ancora in corso, Sottoprefettura, Tribunale, e, dal 1° gennaio 1876, il più celebre e duraturo inquilino, l’allora Ginnasio comunale Archita (fondato il 9 aprile 1872; sarà in seguito il liceo di Aldo Moro, al quale è intitolata l’Associazione ex alunni ed ex docenti).

La malasorte continuava ad essere in agguato: il 31 dicembre 1893, di pomeriggio (nella malasorte ci fu fortuna, perché non si registrarono vittime) crollò un’ala del palazzo. Che nel 1943 fu occupato e devastato dagli Inglesi, e restituito solo a fine ’45. Negli anni ’70 il Palazzo comincia ad accusare acciacchi; il Comune patrocina progetti sempre più astrusi di ristrutturazione. Nel 2003 inizia lo svuotamento: viene sfrattato l’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, e l’Archita si trasferisce su piazza Archita; i lavori procedono con stop and go, nell’estate 2013 anche l’ultimo presidio dell’Archita lascia l’edificio, che resta abbandonato. Un incendio devasta nel 2016 un’aula su corso Umberto; vengono rimosse le tettoie di eternit, ma per molti mesi i muri di tufo restano esposti a piogge ed intemperie. Finalmente almeno i tetti vengono ripristinati. Ora si attende una pronuncia del Consiglio di Stato sulla titolarità dei lavori di progettazione, e finalmente i lavori potranno ripartire. Dovranno tener conto, beninteso, della preservazione del sepolcreto ebraico, e del reinsediamento di un cospicuo nucleo (non poche stanzette) dell’Archita. Ed il maestoso, rosso edificio tornerà a splendere, contenitore culturale e monumento insigne esso stesso.