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È necessario che tutto cambi perchè tutto rimanga com’è?

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del “Gattopardo”

Caro direttore è di questi giorni, per motivi professionali, una mia rilettura del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un’opera ormai famosa, com’è noto, nel clima letterario della nostra letteratura novecentesca. Un’opera che, rileggendola e ripresentandola, o meglio riflettendoci sopra, proprio in questo nostro momento storico, acquista una più densa e pensosa attualità. Quelle parole del principe Salina, don Fabrizio, rivolte al piemontese che è Chevalley, inviato dal governo sabaudo e che il principe potesse essere nominato Senatore del Regno d’Italia appena nato dalla divisione di tanti altri Stati o staterelli secolari, mi sono tornate alla mente con insistenza.

“Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò: noi siamo avvezzi da una lunga lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua per arrivare alla massima che se si vuole che tutto rimanga com’era è necessario che tutto cambi”. Caro direttore, è un paradosso, ma con un fondo di triste verità. Ora, non vorrei, non vorremmo che un’aria gattopardesca alitasse per il cielo delle nostre città, o della nostra città al fine di voler cambiare quasi tutto come è auspicabile o come è stato auspicabile da tanti votanti di ogni virtù politica ma che dopo tante promesse e premesse tutto ritornasse quasi come prima alle antiche e anti popolari coalizioni e che, sotto il grande ombrello, si rifugiassero tutti coloro che nel protagonismo della votazione si sentissero come scriveva Giuseppe Giusti: “porto la casa su di me e non la cambio” (La chiocciola). Ora i tempi sono storicamente cambiati? Come è noto si è giunti politicamente alla formazione di partiti e partitini ma non tutti, mi voglio augurare, possono essere nella sintonia di un gattopardismo che di fronte ad una realtà che deve essere differente dalla precedente, rimanga machiavellicamente quasi la medesima.

Caro direttore, un’altra considerazione piuttosto amara ma storicamente accaduta: in mezzo secolo di politica repubblicana e di conseguenza anche tarantina, abbiamo visto cambiare o cancellarsi segni e simboli che avevano fatto le nostre piazze o i nostri cortei pieni di cittadini e di vessilli scomparsi. È necessario dire che molti partiti sono scomparsi, hanno cambiato nome e bandiera, uomini e situazioni e tuttavia già si vedono aperture di nuovi partiti come di chi voglia saltare da una formazione a un’altra politicamente parlando, ad una visione della vita che sembra diversa ma è utilisticamente la stessa; come voler cambiare il ritmo e la sostanza della politica o nazionale o cittadina e il dovuto cambiamento, pensato, ideato e promesso, non vorrei che si riduca nella gattopardesca frase di don Fabrizio.Ricordo una massima dell’etica e della politica che già ai suoi tempi tanto Croce quanto Einaudi riflettevano e dichiaravano. Ed era un passo dell’opera etica e politica proprio di Croce.

“Nell’operare politico, nel procurare di conseguire un determinato fine, tutto diventa mezzo di politica, di idee, di sentimenti e persino istituti morali e religiosi”. Ora lo spirito della politica se non è fondamentalmente uno spirito di cultura etica, diventa strumento solo di incerta quanto desolante attività politica. Per cui è necessario ed è anche fondamentale ripetere che non sono le idee politiche che fanno gli uomini di destra, di centro, di sinistra, ma sono soprattutto gli uomini che fanno gli stessi cosiddetti partiti politici. Taranto, per rimanere a noi, si appresta a grandi opere di recupero e di resurrezione ambientale, morale, turistica ma se non si incentra nella vera e sana cultura che è stile di vita nella vita di una città a cominciare dall’autodisciplina dei cittadini stessi, il fuoco diventerà scintilla laddove, dove diceva Giovanbattista Vico, è la scintilla che produce il fuoco e non viceversa. A bene intendere, ben si agisce.