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La produzione dei poeti del Sud, di nicchia e trasparente

La copertina dell’antologia “Braci - La poesia italiana contemporanea” curata da Arnaldo Colasanti

Partiamo da un dato recente. Arnaldo Colasanti ha pubblicato: “Braci”, un’antologia con sessantatre poeti trascelti, di cui uno di Taranto trapiantato altrove, uno di Foggia ma romano di adozione, infine, uno di Catania. Qui finiscono i nomi dei meridionali nella nutrita rosa antologica; si potrebbe dire, dunque, che i seguaci di Calliope si sono fermati al di là della linea Gustav.

L’antologia, pur del bravo critico (anche televisivo) Colasanti, comunque non è che l’epifenomeno della realtà; una tendenza, infatti, confermata dagli studi accademici da cui si dipanano le antologie nazionali (così è a Padova, con Afribo, allievo di Mengaldo, a Bologna con l’influenza di Anceschi, a Pavia già di Cesare Segre, a Roma già di Ferrone…). Si vuol dire che la storia si ripete con la riproposizione sempre dello stesso errore, originato non già da imperizia critica, ma, suppongo, da una sostanziale pigrizia, di avvalersi unicamente di testi pubblicati da medi e grandi editori. Questa impostazione fa giungere evidentemente a conclusioni parziali, creando un vulnus nella geografia poetica italiana e privando il grande (seppur piccolo) pubblico delle peculiarità della poesia meridionale. Un problema che ha radici sia interne sia esterne al Sud. Le radici esterne sono quelle appena evidenziate che vanno dalla critica ufficiale spesso strabica, al peso importante delle case editrici tutte delle nord, alla consistenza delle collane editoriali, agli spazi sui Media…

Le ragioni interne, non meno pregnanti, vanno dall’incapacità degli scrittori di fare rete, alla mancanza di riferimenti editoriali-imprenditoriali al sud, dall’assenza di una convalida critica, univoca e intelligibile, alla piaggerie di alcuni autori locali che scimmiottano i poeti del nord cercando semi di quelli in questi del sud, generando problemi di ordine identitario e di carattere lirico. Partendo dall’idea montaliana che senza la realtà non ci sarebbe poesia, la realtà meridionale, dunque, offre naturalmente un campionario da cui trarre idee per la creazione poetica. Sicchè, pur ammettendo che esista una tecnologia che ha reso ogni evento presente, una rete che ha dato pervasività a opinioni e modi di fare (presumendo di uniformare la risposta umana), esiste pure la cornice esterna, quel contenuto fattuale che si impiglia sempre in ogni manufatto artistico, quella della realtà fisica del Sud fatta di tramonti lunghi, di odori della macchia mediterranea, di paesi di calce, di visi combusti sui campi coltivati, di reddito ancora inferiore alla metà di quello del nord, di malavita e di pizzo….

Sarebbe a dire che il Sud ha una realtà che volente o nolente condiziona il farsi delle idee elaborate dallo scrittore. Così, questa ricchezza sanguigna, dai forti chiaroscuri, dai destini incrociati, dalla fatalità misteriosa e atavica, scritta anche nelle pietre e che permane, nonostante la globalizzazione, è stata sottratta dal contesto generale della critica ufficiale, quella critica che pur suggerisce strade e stabilisce canoni. Ecco, il vulnus; e la produzione dei poeti del Sud continua ad essere di nicchia e continua la maledizione della marginalizzazione culturale tout court, dopo quella economica e sociale (per andare da Milano a Roma si impiegano due ore e 59 minuti; per andare da Agrigento a Palermo ci vuole più di una giornata lavorativa). Questi sono i fatti. Ribadirli potrebbe essere un piccolo passo in avanti? Forse. Chissà!