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Raffaele La Capria, scrittore acuto e raffinato

In lui si rispecchia un secolo di vita italiana; la sua visione del lavoro letterario come lo stile dell’anitra
Raffaele La Capria

Il Decano degli scrittori italiani ci ha lasciato pochi pesi prima di raggiungere l’ambito traguardo dei cent’anni ( ottobre 2022), ricevendo, per volontà della figlia Alexandra, l’ultimo saluto in quell’atmosfera d’incanto della sua abitazione che si affaccia sulla cupola attorcigliata di Sant’Ivo alla Sapienza e da cui si scorgono i tetti romani, dipinti dai colori delle tegole, e che è irrorata dal profumo dei tanti fiori e dei limoni.

Classe, amabilità, finezza – scrivevo in altra sede – per il profilo dell’ uomo; piacere, acutezza, ricerca della “parola che dice” per l’identikit dello scrittore. Nell’ultimo incontro che ho avuto con Lui ricordo la pacatezza, l’elegante disponibilità ad ascoltare e a rispondere, ma anche conscio di una vita che ormai stava per concludersi. Non stanco di vivere, ma profondamente consapevole dei tratti terminali della propria parabola esistenziale. In Lui si rispecchia un secolo di vita italiana: il nostro Sud, il nostro Nord. Il dolore della guerra e la vitalità del benessere. Mi torna alla mente la giovanile narrazione: La “Bella confusione” (primo titolo de La Dolce Vita di Fellini) che gli rivelò la sottile angoscia che nascostamente pervadeva il vivere e che, del resto già in Otto e mezzo di Fellini e in molti film di Antonioni, si tradusse in alienazione e l’alienazione in ideologia. Da sempre convinto del piacere di vivere («Brevi furono gli anni felici della Dolce Vita e breve la mia giovinezza che li attraversò»): ma anche consapevole di non potersi proiettare in un’attività senza fine e soprattutto di non essere più quello di prima, quando scriveva senza sosta. La pagina richiede energie che non era più capace di esprimere.

Assai soddisfatto della vita vissuta, non rivolgeva attenzione a quella passata: continuava ad amare la vita che lo faceva stare al mondo. È soprattutto il presente (anche del Paese, ma non solo) che ancora lo attirava. Ha vissuto l’ultimo anno leggendo, ma non lasciandosi prendere dalla nostalgia. Mi piace rimarcare che per La Capria la lingua dello scrittore -come il gesto dell’artista – è un campo di tensioni polari, i cui estremi sono stile e maniera. Lo stile è «abito de l’arte», il possesso pieno dei mezzi linguistici; la maniera quel tremito, un’intima vacillazione, in cui lo stile tracima: la materia si aggruma, le parole balbettano, i colori si stingono. Dante ha compendiato in un sol verso lo status dello scrittore: l’artista ch’a l’abito de l’arte ha man che trema (Par.,XIII,77-78). Sempre presenti nella mia memoria le Sue parole: «… se dovessi proprio dire lo stile che preferisco, dirò che è quello dell’anatra, che senza sforzo apparente fila via tranquilla e impassibile sulla corrente del fiume, mentre sott’acqua le zampette palmate tumultuosamente e faticosamente si agitano : ma non si vedono» (Lo stile dell’anatra, 2010) È la sua visione del lavoro letterario in particolare, e intellettuale in generale, in cui la fatica si deve svolgere in profondità, mentre in superficie tutto deve scorrere fluidamente, come accade appunto all’anitra che fila sul pelo dell’acqua ma agita sotto le sue zampette.