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Il San Francesco di Dante nel canto XI del Paradiso

Secondo il Sommo Poeta la santità di Francesco consisterebbe nella povertà e con questa vocazione si presenta come “alter Christus”, perchè primo marito della Povertà fu Cristo
“Francesco sposa la povertà”, il dipinto di Giotto conservato nella Basilica Inferiore di Assisi (1316 - 13189)

Recentemente è stata pubblicata, a cura di Guglielmo Matichecchia, una corposa antologia di commenti al canto undicesimo del Paradiso di Dante: il canto di San Francesco. Il volume, pubblicato dalla Editrice Scorpione di Taranto, si intitola “Quel padre e quel maestro – Il San Francesco di Dante”. Ora, mi sia consentito aggiungere, a quanto espresso nelle 37 relazioni degli autorevoli commentatori, un piccolo tassello, perché ritengo che Francesco di Assisi non sia stato ancora scoperto, cioè che il suo messaggio non sia stato ancora del tutto compreso.

Secondo Dante Alighieri la santità di Francesco consisterebbe nella povertà; con questa vocazione il santo si presenta come “alter Christus”, perchè primo marito della Povertà fu Cristo. Nelle parole di Dante è la Povertà che sale sulla croce a soffrire con Cristo crocifisso: “si che, dove Maria rimase giuso/ ella con Cristo pianse in su la croce”. Alla povertà, va aggiunta la “perfetta letizia”, descritta nei Fioretti: quando in una notte di inverno bussi al convento, intirizzito, piagato ed affamato, e il padre guardiano non ti apre la porta, e poi stizzito dalle tue suppliche ti prende per la collottola, ti getta nella neve, e ti percuote ripetutamente con un nodoso bastone, quella per Francesco è la perfetta letizia. Accettazione del dolore e della umiliazione pensando alle sofferenze patite da Cristo sulla croce. Ma non è questo che rende santo Francesco, o che lo distingue dagli altri campioni della fede; se guardiamo alla storia della Chiesa troviamo esempi e di povertà e di martirio anche più spettacolari. San Simeone rimase per 37 anni appollaiato su una colonna, immobile, esposto al caldo e al gelo. San Pietro d’Alcantara, come ci narra Santa Teresa appariva come una radice rinsecchita, mangiava due volte la settimana e non aveva mai accettato un letto, limitandosi a sedere con la fronte poggiata al muro.

Francesco a mortificazione della carne si avvolgeva nudo nella neve, frate Egidio da Laterza lavava con la lingua le piaghe purulente di vermi degli infermi, ma non fu fatto santo. Non parliamo di San Lorenzo alla graticola che invitava il suo carnefice a cuocerlo per bene da una parte e dall’altra. No, non è la povertà, la umiliazione, o la sofferenza, cristianamente accettata, a rendere unico Francesco di Assisi. Vi sono due aspetti della sua personalità che vanno indagati, il primo è stato ampiamente esplorato, il secondo richiede ancora una esplicita rivelazione. Per il primo aspetto Francesco si presenta come “alter Christus”: ha le mani e i piedi forati dai chiodi della crocifissione, ha la ferita al costato che duole e sanguina. Compie gli stessi miracoli di Cristo: tramuta l’acqua in vino (T. de Celano, Vita prima 1,60), moltiplica i pani (1,55), resuscita i morti (Tractatus 1,39 ).

Ma Francesco /Cristo non torna invano sulla terra. Veniamo al secondo aspetto, quello inesplorato. Bisogna decidersi se Francesco sia pazzo o sano di mente. Predica agli uccelli: fin qui si potrebbe trovare qualche giustificazione razionale, anche se con molto sforzo, gli uccelli sono creature estremamente intelligenti, e se non comprendevano le parole potevano sentire la vicinanza di quel frate, percepire l’amore e la fratellanza di una creatura ad essi diversa, ma Francesco predica anche ai pesci, ai fiori, al vento. E al vento e alle pietre raccomanda di non trascurare la preghiera mattutina della domenica, ed amorevolmente ubbidire a Dio (1,81), “Come si imbatteva in un campo di fiori predicava loro e li invitava alle lodi domenicali come se fossero dotati di ragione. E così con purezza di cuore, le vigne, le pietre, le selve e tutte le cose mirabili dei campi, le fonti irrigue degli orti, i vireti, anche la terra e il fuoco, l’aria e il vento, esortava ad amare Dio e amorevolmente ubbidirgli”. La chiesa non lo ha ritenuto pazzo, ma se pazzo non è, se si presenta come “alter Christus”, dobbiamo pur interrogarci sul significato profondo del suo messaggio. Francesco è l’inventore del presepio, in una grotta a Greccio nel Natale del 1223, tre anni prima della morte, volle allestire una sacra rappresentazione: fatta riempire di fieno la grotta vi collocò un bue e un asino, gli animali che avevano confortato col fiato caldo il bambino Gesù in una fredda notte di inverno. Nessuna altra figura entrava nella scena, nemmeno la Madonna, solo un bue e un asino che attendono nella grotta il salvatore del mondo. Tutti i frati e i contadini dei dintorni vi accorrono portando ceri e fiaccole.

Francesco, vestito dei paramenti sacri, dopo aver cantato il Vangelo , narrava al popolo la notte santa quando a Betlemme in una simile grotta era nato il pargolo divino. Quando deve nominare il bambino di Betlemme (puerum Bethlehem), o pronunciare il nome di Gesù, con la sua voce imita il belato di una pecora, e come una pecora belando lambiva con la lingua le labbra, come se gustasse e ingoiasse quelle dolci parole. Compiuta la cerimonia ognuno tornava allietato alla propria abitazione. Uno degli astanti, uomo degno di fede, che aveva ascoltato le fervide parole di Francesco, disse di aver visto apparire Gesù bambino tra il bue e l’asino. Il bambino sembrava esanime, come morto, Francesco lo sollevava tra le braccia e gli rendeva la vita, a significare la morte e la resurrezione di Cristo nel cuore degli uomini. Il fieno del presepio gelosamente conservato dai frati serviva a guarire dalle malattie uomini ed animali, le donne gravide che lo ponevano sul ventre felicemente partorivano.

Quella grotta venne consacrata come tempio e su di essa si costruì una chiesa e un altare, “affinché là dove gli animali avevano mangiato il fieno, anche gli uomini potessero mangiare, a sanità dell’anima e del corpo la carne dell’agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro signore” (1,87). Anche gli animali attraverso la paglia, loro cibo, comunicavano con il Signore; quella chiesa veniva costruita affinché nello stesso luogo ,anche gli uomini, con il loro cibo, il pane e il vino, entrassero in comunione con il Signore. A salire e a confortare Cristo sulla croce, non è la povertà, come immaginava Dante, sono i fiori, il vento, gli uccelli, tutto il creato, per la cui salvezza si immola Cristo, affinché il Mondo, gloria di Dio, che ha creato sorella acqua e frate Sole, non svanisca nel nulla. Erroneamente si crede (peccato terribile dell’antropocentrismo), che Dio abbia creato il mondo per l’uomo e dopo averlo creato abbia detto, sempre all’uomo: Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra. Quel comandamento, nel quinto giorno della creazione, prima ancora che fosse creato Adamo, era già stato dato agli animali. Il crescete e moltiplicatevi e riempite la terra, era rivolto a tutte le creature, a tutti i figli del padre. Accanto al Dio della legge, spietato e vendicatore, sin dall’inizio, nel Genesi, compare questo Dio creatore, e per questo padre amorevole di tutte le creature.

La sua immagine si era delineata nitida, essenziale. Come nelle grotte di Altamira la prima pittura rupestre tracciata dall’uomo era apparsa nitida, perfetta ed inimitabile dall’arte successiva, così all’inizio di tutto nella Bibbia compare questo Dio che crea, si compiace del suo operato e con semplici parole detta la legge fondamentale di carità e giustizia per le sue creature: “ Lavorerai per sei giorni, nel settimo cesserai dal lavoro, perché riposi il bue e il tuo asino, e trovi refrigerio il figlio della tua schiava, e lo straniero (Esodo XXIII,12)”. Il riposo del sabato non era per l’uomo, ma per gli animali e gli schiavi, non considerati uomini, ma semplici strumenti di lavoro, accomunati alle bestie. Certo, Francesco può aver meditato su questi passi della Bibbia, ma c’è qualcosa di più, non si può predicare ai fiori e al vento senza una ragione profonda, una illuminazione. Francesco è andato in Terrasanta, avrà ascoltato o potrà aver avuto tra le mani quel Cantico delle creature, trasmesso dai fedeli di Gerusalemme, che ancora si recitava durante la messa da qualche comunità orientale? “Ricordati Signore dell’aria, delle piogge, della rugiada, dei frutti della terra, del volgere delle stagioni, gli occhi di tutti in te sperano, dà loro Signore nutrimento nel tempo opportuno. Apri la tua mano per tutti sufficiente e sazia ogni animale con la tua buona volontà.”

È un cantico delle creature, un Padre nostro recitato per tutto il creato, una “pietas” immensa che accomuna nella preghiera tutti i figli del Padre: uomini, animali, piante e natura. E si voleva dai fedeli di Gerusalemme che quella preghiera, non riportata nei Vangeli, e non inserita nel canone della Messa, fosse stata insegnata da Giacomo fratello nella carne di Cristo. Ma qui si apre uno scenario che richiede più ampia riflessione e più ampio spazio. 1. – Le citazioni di Tommaso da Celano, Biografo di Francesco di Assisi, sono tratte e tradotte da: “(Fr.) THOMAS DE CELANO, O.F.M.- Tractatus de Miraculis S. Francisci Assisiensis, edita a PP. Collegii S. Bonaventurae. Ad Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1928. “La preghiera di Giacomo è tratta da: Codicis Apocryphi NOVI TESTAMENTI, Pars tertia, nunc primum edita curante Jo. Alberto Fabricio. – Hamburgi, Sumptu Viduae Benjamin Schilleri, 1719”.