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Giovanni Verga, i vinti e la rappresentazione della vita

Lo scrittore italiano morì a Catania il 27 gennaio 1922
Giovanni Verga

Del 1919 è la prima edizione del saggio di Luigi Russo su Giovanni Verga, una pietra miliare nella esegesi artistica del grande scrittore siciliano. Prima di quel saggio nessun critico aveva posto così bene a fuoco i diversi problemi dell’arte verghiana.

Russo, non solo esplorò in lungo e in largo tutta la produzione del Verga e ne approfondì i caratteri, ma anche, da buon siciliano, penetrò con acume critico impareggiabile, con potenza di analisi introspettiva nell’anima dei personaggi, li scrutò nelle profonde pieghe, ne colse i battiti più reconditi, andò oltre quello che gli altri avevano superficialmente scoperto; insomma comprese tutto quel vasto mondo delle creature “verghiane” per cui lo scrittore siciliano uscì dalla oscura posizione provinciale ed entrò a far parte dei grandi narratori dell’umanità. “Orbene”, scriveva il Russo “se un merito ebbe il Verga che muoveva in mezzo alla letteratura egoistica temporanea, fu quello di abolire ogni spunto di personalismo o di dissimulato autobiografismo nei suoi racconti, instaurando una rappresentazione obiettiva della vita; ciò che non significa negazione o assenza di un’ideale soggettivo del narratore; che anzi per tal via si conferma quella che è la sua fondamentale esperienza, quell’esperienza per la quale le lacrime degli uomini sono le stesse “lacrimae rerum”, e nel mondo non risaltano individui perché tirannica domina una legge che tutti eguaglia ed umilia e non si distinguono i buoni dai cattivi, perché tutti sono dei “vinti”, e la passione, più che azione, è passività, è un patimento fatale o, se si vuole, una impassibile pazienza.

I metodi oggettivi del Verga, dunque, non sono dovuti a proposti estrinseci di tecnica letteraria, ma procedono da un’essenziale problema di umanità: l’impersonalità del Verga e la stessa umiltà e impersonalità del destino umano. Uno scrittore cristiano come il Manzoni, può accompagnarci per tutto il racconto, e con una parola di fede, o con un sorriso di indulgente ironia, o con un lieve abbandono di rassegnazione, fiduciosa, perché Dio, il Dio personale, il Dio passione, è nel cuore dello scrittore, ma nel nostro Verga e il sentimento cristiano per i poveri diavoli ha un tono depresso ed una punta di ritrosia, e la volontà di Dio perde ogni contorno personale per diventare l’anonimo Destino, e la rassegnazione si circonfonde in una triste sfumatura di fatalismo. Anche il dramma dell’amore è sempre negativo, ed è soffocato dalle miserie e dal sangue. Nel Manzoni i terrestri ardori debbano conciliarsi in un pensiero di offerta all’Eterno, nel Verga la passione amorosa, essendo considerata anch’essa eticamente, trova i suoi limiti nella religione del focolare domestico o della roba. Codesta visione della vita ha precisamente tutta la forza di una religione. Codesta religiosità che è al fondo dell’anima verghiana, ci autorizza a concludere che anche il Verga è a suo modo cristiano. Il suo è un cristianesimo elementare, ma profondo. Il Verga, infatti, crea l’uomo dove gli altri vedevano i bruti; e Jeli il pastore e Rosso Malpelo sono come la trasfigurazione cristiana del barbaro.

Quei derelitti, quei bruti, – gli umili assunti per la prima volta nel regno dell’arte del credente Manzoni! – che dai veristi di maniera erano studiati nella loro animalità, passano nei racconti dello scrittore siciliano vibranti di una loro umanità religiosa. Per tal via, il verismo fu sconfessato nelle tendenze intellettualistiche, fondamentalmente, per opera dello stesso Verga verista”. Il saggio su Giovanni Verga, dal quale ho tratto un ben lungo passo, come si è detto, puntualizzò il profondo significato umano e poetico dell’arte verghiana, ma non per questo Russo volle presentarci il Verga come uno scrittore sorretto da motivi di polemica sociale; e quando, presentando nel 1955 l’antologia verghiana per i Classici Ricciardi, egli scriveva: “Verga ci viene incontro simile ad alcuni scrittori dell’Ottocento, come Gogol, che non profetizzano un nuovo assetto sociale, ma lo preparano intanto e ne suggeriscono dolorosamente la fatale necessità. Non voleva assolutamente che si confondesse l’arte con la politica, convinto, come egli era che esistesse un mondo metapolitico nel quale lo scrittore identificava la sua propria storicità indipendentemente da quello che potesse essere il significato occasionale di una professione politica, o l’adesione all’ideale di un partito.