x

x

Labirintiti, la silloge sperimentale di Bux

Il volume del poeta pubblicato da Edit@ ha segnato l’avvio della collana “Calliròe” affidata a Barbara Gortan
Antonio Bux

Che il giovane ma già autorevole poeta foggiano Antonio Bux (alle spalle anche una finale al premio Viareggio), abbia scelto di pubblicare con un editore locale, come Edit@, il più sperimentale dei suoi volumi di poesia, ormai numerosi, la dice lunga sia sulla sua apertura mentale, sia sulla capacità di un territorio come Taranto di sperimentare strade impervie e rischiose come quelle della poesia contemporanea. La silloge “Labirintiti” ha segnato, infatti, l’avvio di una nuova, ambiziosa collana di poesia contemporanea, “Calliròe” che Edit@ ha affidato alla cura di Barbara Gortan, con il proposito di “restituire eterna grazia e giovinezza alla Poesia, iacere e meraviglia in chiunque la legga”.

È un’opera complessa, questo “Labirintiti” che di certezze ne dà ben poche al lettore, e tra queste vi è la sua struttura: si tratta di cinquantadue componimenti equamente divisi tra prose poetiche e poesie. Le prose hanno tutte la stessa dimensione, circa 1.500 battute: anche le poesie hanno tutte la stessa dimensione: tre terzine ognuna delle quali impaginata a scalare verso destra. E non può non stupire, per iniziare, proprio questa scelta di dimensionare con precisione i versi e i testi che poi, per quanto riguarda il contenuto, sono totalmente anarchici, sia dal punto di vista concettuale che da quello formale. “La totale mancanza di punteggiatura – scrive Barbara Gortan nella sua introduzione – forgia questa scrittura automatica, così dalla prosa poetica si va a perdifiato fino a giungere alla poesia più scandita, in modo da creare un vortice di sensi e di suoni al limite dell’ipnosi. La sonorità così modulata attiva sinapsi, apre a nuove epifanie in chi viene coinvolto nella vorticosa lettura”.

Un “labirinto di echi e rimandi” che si rappresenta come “scioglilingua emotivo”, ma è anche una costruzione consapevole elaborata attraverso la sfida costante del nonsenso. Vi si nascondono anche costruzioni logiche “prova a deporre il calice che senti berti se non provi d’acqua la sete chiusa se non provi a trasformare in vino la tua realtà di vetro se non provi a colorare di viola il tempo così asciutto così strano velluto in te la tua pelle…”(50) che puntano presto alla dispersione evocativa. È evidente che la scrittura fluttua costantemente al di qua e al di là della coscienza e compone un labirinto di senso fatto di parole, di un concatenarsi ininterrotto di metafore, di sineddoche, di sinapsi, di paradossi, di anacronismi, di allitterazioni… Di verità nascoste: “Mi vedo diverso da come ero adesso da come sono stato ieri da come sono oggi sono sempre diverso ma uguale infondo alle catene…” (44) anche se l’estrapolazione di brani da un testo che costruisce e decostruisce il senso nella sua strutturazione, rischia di essere sempre arbitrario. Ma anche tutta la lettura, labirintica nella struttura, ma labirintitica nella perdita di equilibrio che dall’orecchio medio passa a tutta la coscienza figurale, espone a un totale arbitrariato. E questo vale anche per i versi che, a dispetto della loro struttura formale esatta, costruiscono significati tendenziosi, apparentemente aleatori, comunque complessi: “…l’amore rovesciavo il disegnare sempre arbusti / che parlino per gli uomini sulla carta la stranezza / del mondo il suo circolare come un fiato addosso / e poi di colpo l’immagine un ricancellarsi l’ombra…”.

Penetrare negli anfratti di una testificazione che è tutta un assemblaggio di tessere che rimandando a temi precisi, ma provocatoriamente resi evanescenti: “Cieco spegnere l’idea cieco spegnere l’odore dell’idea cieco spegnere l’amore cieco splendere per spegnere un’idea ma se l’idea non spegne ma ciecamente ama chi vuole in lei lasciapassare o bomba o rimanere una premessa o una promessa o forse il mare spezzato dentro o solo il nome di un fiore morto o solo il lume di un viale mai attraversato quel viale cieco che dell’idea non sa le rose che di una rosa non sa il profumo ma sa l’odore che qui si spegne…” Come in una sinfonia di Stravinskij addita il tema musicale, in questo caso la cecità, e la intreccia con tutto l’effluvio di flashback, di svisati, di scale inaspettate, di accordi apparentemente dissonanti. Insomma: è evidente che questo testo, adatto ad esperti e amanti della poesia, va letto (meglio parlato) con la disponibilità a lasciarsi trasportare in una miriade di luoghi attraverso parabole anche ardite, perché il suono ha prevalenza assoluta sul senso, la traccia ha prevalenza sul tracciato. Perché Bux intende qui il senso come impressione artificiosa e residuale, decostruito per essere liberamente ricomposto nella mente di ognuno di noi.