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A ogni persona il diritto all’identità. Ricordando Alessandro Leogrande

Lo sviluppo di ogni essere umano deve evitare di esporsi al rischio di una koinè appiattente
Alessandro Leogrande

Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infinitiattraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la Frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento che coincidono con la possibilità di finireda una parte o rimanere nell’altra.
A. Leogrande La frontiera, Feltrinelli

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Lo sviluppo di ogni essere umano deve evitare di esporsi al rischio di una koinè appiattente, priva di senso e di fondamenti critici fino ad avviarsi al pericoloso approdo a una omologazione totale in cui si cancellano le differenze. Nei rapporti interpersonali l’imperativo è porsi come realtà di persona di fronte a un’altra realtà altrettanto personale, senza negarsi e senza rinunciare alla propria proposta impegnativa di valori e di significati.

L’identità cammina nella libertà, ma non può sostenersi nel vuoto, cioè senza valori identificati e senza senso individuato. Le frontiere (dal latino frons-frontis: fronte) sono i luoghi in cui i Paesi e gli uomini che li abitano stanno di fronte e si incontrano. Questo essere di fronte può significare molte cose: guardare l’altro, acquisirne conoscenza, confrontarsi, capire che cosa ci si può attendere da lui o da lei. Solo la diversità/differenza ci pone, ci sollecita a interrogarci, a porci le domande. L’identità si guadagna nell’incontro/scontro con le differenze: con gli altri esseri umani, con le altre culture, con le altre tradizioni etniche. Non si può avere consapevolezza di sé al di fuori dell’esperienza dell’incontro e del conseguente confronto. Senza relazione con la differenza vi può essere solo indeterminazione: una vaga, confusa, errata riduzione del mondo a se stessi. Da qui non rari i deliri di onnipotenza, ma anche di inanità. Allargando lo sguardo affermava Nietzsche: «Il privilegio della nostra civiltà è il confronto. Noi possiamo raccogliere i più differenti prodotti delle civiltà antiche e confrontarne il valore; fare bene tutto ciò è il nostro compito» (Così parlò Zarathustra, 1883- 85, tr.it., Adelphi, 1976).

Nell’incontro/scontro,nella reciprocità, si ringiovanisce, si affina la capacità di socializzazione. Le altre culture non sono pensate come specie o razze zoologiche da cui guardarsi, ma come possibilità più ampie di scelta per migliorare la propria vita cominciando a rifocalizzare il proprio punto di vista. La comunicazione interculturale può costruire i ponti su cui transitano significati, strutture magari provvisorie, ma efficaci per estendere il mondo. Le frontiere sono anche luoghi di divisione e di contrapposizione, luoghi di esseri umani – soprattutto donne e bambini – che stanno di fronte, ognuno dei quali vigila ciascun altro. Stare di fronte allora significa badare, sorvegliare, non dare le spalle, che si danno solo a coloro che si respingono. Essere di fronte all’altro può essere, talvolta, anche un’insidia. Non a caso la parola fronte viene usata anche per rappresentare il massimo dell’ostilità, “il fronte”, la prima linea della guerra: è anche all’origine di fronteggiare (che è un verbo che si usa appunto per le battaglie), di affrontare, di affronto e di frontale, un aggettivo, quest’ultimo, che si usa quasi soltanto per parlare di scontri (bellici o automobilistici). Ci si può guardare e stare di fronte come i giovani americani che facevano il cosiddetto “gioco del pollo”, un’auto contro l’altra lanciate a folle velocità, vince chi non scarta e non si sposta rispetto all’altro. Come nella dialettica delle “autocoscienze opposte” di Hegel: in questo star di fronte è in palio il riconoscimento. Le frontiere più inquiete sono quelle che non vengono riconosciute. La categoria dell’altro non ha a che fare con una definizione sostanziale: non corrisponde a un’entità autonoma e individuabile in positivo, ma, al contrario, è sempre inserita in una relazione, generalmente di dominazione-subordinazione. I migranti, a differenza di come vengono per lo più rappresentati, non sono avatar della loro cultura.

La migrazione è allontanamento, distacco, è soprattutto ricerca affannosa di altre possibilità: il migrante spesso porta acqua al mulino della laicità culturale. Parole di questa nota che sarebbero state condivise e approfondite da Alessandro. La sua opera di scrittore umanante ci interpella e ci sollecita a non consegnarci all’alibi della scotomizzazione dell’altro, specie se migrante, né abbandonarci al facile abbraccio del disconoscimento della diversità, la quale è il solo antidoto al male della banalità, che è una nuova versione della “banalità del male”.