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Pasolini a Gramsci: «Me ne vado, ti lascio nella sera»

L'intervento
Pier Paolo Pasolini

“A Gramsci”

Me ne vado, ti lascio nella sera

che, benché triste così dolce scende

per noi viventi, con la luce cerea che,

al quartiere in penombra si rapprende,

e lo sommuove.

Lo fa più grande il vuoto,

intorno, e, più lontano lo riaccende,

di una vita smaniosa che dal roco

rotolio dei tram di gridi umani,

dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto. E scruti come quei lontani

esseri che, in vita, gridano, ridono,

in quei loro viali, in quei grami

caseggiati, quella vita non è che

un brivido, non vita, ma sopravvivenza.

Ma io, con il cuore cosciente

potrò mai più sperare se non che la nostra storia è finita?”

Conoscere, comprendere il poemetto “Le ceneri di Gramsci” significa conoscere e capire l’ “animus e la mens” di Pasolini. Scrittore che nasce quando già Moravia ha scritto “Gli indifferenti” (1929). Un’opera voluta a vent’anni che vuole rappresentare l’indifferenza di una classe borghese perché tutti si converti nella consuetudine di una logica della convenienza e della nascosta corruzione. Moravia toccava quel mondo del perbenismo che di perbene non aveva che il nome perché il suo rapporto era nella falsità e nel torpore mortale della convenienza. Ma quale era il rapporto di Pasolini con la cultura economica e sociale del suo tempo? Per la sua capacità inventiva dobbiamo dire subito che Pasolini fu il maggiore esponente dello “Sperimentalismo”; lo fu per la sua originalità linguistica che gli permetteva, proprio attraverso lo sperimentalismo del dialetto friulano, di avvertire la realtà; e la Storia dei modi che poi gli furono congeniali nella scrittura; soprattutto nei romanzi.

La travagliata vita del nostro fu la travagliata vita del suo pensiero: sentimento prerazionale, intuitivo; un immediato, ma non confuso, senso della vita che dovevasi razionalizzare per diventare un sentimento della Storia. E cosa era per Pasolini la Storia? Doveva essere coscienza che doveva superare e vincere il problema di quei reietti, dei senzatetto, di una misera visione non ancora redentrice della realtà. Di qui il suo conflitto con il partito comunista del tempo che andava avanti con “il programmatico” e non con il risolutivo. Donde il suo costante riferimento più che a Marx a Gramsci al quale, un riconoscimento dava per quell’influsso liberale tipicamente crociano, ma ancor lontano nella dialettica dell’azione che doveva risolvere, non solo il dramma della sua coscienza, ma anche quello di una vita innaturale che aveva condotto sino all’abbrutimento la reietta gente. Al cospetto del sepolcro del martire Gramsci, Pasolini denunciava lo “scandalo del contraddirmi / dell’essere con te e contro di te; / con te nel cuore / in luce, contro te nel buio vivere”. Pasolini da un lato avvertiva una sua allegrezza col vivere con quella antistorica esistenza dei poveri di quei borghi, ma dall’altro avvertiva anche un sentimento che era obbligo di redimere quella povera gente; un prepotente ideale di libertà (qui era Croce) e un sentimento di combattere quella miseria, quel non vivere, quel sopravvivere (qui era Gramsci). I suoi romanzi, tanto “Ragazzi di vita” quanto “Una vita violenta”, sono una costante contraddizione tra quei due sentimenti che erano anche sensazione, sensibilità, di una forza umana che doveva redimere un’altra povera forza umana, come egli scriveva nel 1956 nella rivista “Officina” della quale era direttore e redattore.

Ricordo di aver anni or sono letto su codesta contrastante spiritualità del Pasolini un saggio del compianto collega Tommaso Anzoino e di averne tratto, se non in maniera generale, quella pagina favorevole al pensiero stesso dello scrittore. “Ragazzi di vita” (1955) esprime la vita violenta ed istintiva dei ragazzi delle borgate romane che non conoscono diritti perché non hanno doveri. Un sottoproletariato che parla una lingua influenzata dal dialetto popolaresco romano, ma che non raggiunge una organicità nel contesto narrativo.

Nel 1959 Pasolini scrive “Una vita violenta” con la quale volle rappresentare nel protagonista Tommaso una propria consapevolezza di un risveglio umano e sociale che doveva essere sostenuto da un regime politico che purtroppo era venuto meno nei risultati confortevoli e positivi. Questo secondo romanzo non è privo di belle parti descrittive ma non raggiunge l’esito che lui e certa successiva critica avrebbe voluto. Lui che era anche critico letterario, giornalista, regista cinematografico; uomo e scrittore e ideatore di varie presenze culturali e di efficaci interventi sulla realtà di quei quartieri romani abbruttiti dalla miseria e dall’incuria politica. E di tanto basterebbero le numerose pagine sull’opera di Pasolini di Guido Santato con amplissima bibliografia nel “Dizionario critico della letteratura italiana” volume III UTET (1986, ristampa 1990). Caro direttore a giorni l’istituto Righi di Taranto vorrà in biblioteca ricordare lo scrittore Pasolini nato nel 1922 e la “lectio prima” o presentazione sarà la mia.

Preso da altri impegni culturali confesso di avere con ritardo conosciuto più da vicino il poeta e lo scrittore Pasolini, nella sua tragica vita di pensiero e nel suo sogno di redenzione sociale della misera gente. Non era l’ideologia gramsciana che combatteva ma era quel “programmatismo” che non solo non fa storia ma che si allontana dalla vera essenza e dalla meta sicura che quell’idea comportava. Pasolini constatava che molti aderenti al partito erano ben lontani dal concetto che egli si proponeva di attuare; non pochi di loro si erano arricchiti ed erano passati ad essere borghesi anche nelle istituzioni statali, allontanando da se stessi il concetto fondamentale di una rivoluzione socialista. E allora diventava un “mito” la redenzione dalla miseria di quella povera gente. E poteva dire al suo Gramsci “nel buio della sera io ti lascio”. Fu la tragedia pasoliniana culturale e politica e fu anche la fine personale in una anche dolorosissima tragedia.