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«In “Winday” racconto i pensieri della gente che scruta l’acciaieria da lontano»

Intervista a Daniela Stallo
Daniela Stallo

Daniela Stallo, avvocato, giornalista, docente, scrittrice e tant’altro ancora. Ha pubblicato recentemente il romanzo con diverse venature, quella più pregnante è di denuncia intimistico-nostalgica: “Winday”, Armando editore, 2022; un titolo emblematico per i tarantini, che indica quel paradosso tutto jonico, in cui quando soffia il maestrale si chiudono scuole, case, giardini pubblici, perché il vento sposta sulla città le polveri dai parchi minerali del vecchio Siderugico italiano.

Intanto le chiedo da quanto tempo è lontana dalla sua città natale e in quanto tempo ha scritto il suo romanzo. La prego, racconti.
«Sono lontana da Taranto da trent’anni. Ma come mi piace dire, sono tarantina, penso in tarantino e vivo altrove da tarantina., anche se la Toscana mi ha adottato e io ho adottato lei con gioia. Da trent’anni, quando sono via, penso a Taranto in continuazione (Puoi sentire qualcuno dentro l’anima in ogni istante anche senza pensarlo. Nei supermercati forestieri, riempiendo il carrello, Taranto mi stava nel doppiofondo del cervello, ogni momento, ogni passo, sapevo di provenire da un altrove attaccato addosso). Eppure, appena rientrata, non vedo l’ora di scappare, di tornare a casa. Che è quella la questione, dov’è casa? Se ne possono avere più di una? Il romanzo ha avuto una genesi plurima. Se penso a come è nata l’idea del romanzo potrei dire che venuto dal “ti immagini se”: ti immagini se quello a cui siamo abituati, a un certo punto, non accadesse, senza spiegazione, senza preavviso. Ti immagini se a un certo punto l’Ilva, per incanto, si spegnesse? Ti immagini se la processione del giovedì santo a Taranto non uscisse? Pensavo questo, quando sapevo che solo la guerra l’aveva fermata e non immaginavo che il Covid ci sarebbe riuscito di nuovo. Il “ti immagini se” è rimasto lì. Avevo già trovato dei manoscritti, anni prima. Poi un amico, studioso di storia locale, mi parlò degli anni Settanta all’Italsider di Taranto. Ho fatto delle ricerche. Giornali dell’epoca, qualche pubblicazione. Gli anni Settanta sono quelli, i fatti li ho modificati, scompigliati, ma sono rimasti una buona traccia E le cose si sono incastrate in un’idea unica. Un po’ di tempo è stato necessario, i diversi livelli dell’intreccio non erano semplici da gestire».

La cornice del diario ritrovato, come lei scrive nel “prologo”, è reale o una trovata letteraria?
«I diari sono reali, e la fotografia, nella seconda copertina, come mi piace chiamarla, ne è la prova. Facevo il curatore di eredità giacenti, quando ancora credevo di poter fare l’avvocato (sono ex avvocato!), dovevo trovare, su incarico gli eredi di defunti spesso soli, vedovi, orfani o mai sposati, a volte ricoverati in case di riposo. Lontani cugini, nipoti, zii, che, spesso, del defunto non avevano mai sentito parlare, si ritrovavano a ereditare il patrimonio o una sua quota. Insieme a un notaio e a un professionista si stimavano i beni mobili, spesso con l’accesso alla casa di abitazione. Li ho trovati in una di quelle case, sarebbero andati al macero, così li ho tenuti. Sono quaderni di migliaia di pagina, una vertigine. Da tempo volevo dare loro voce, e li ho incastrati nell’intreccio del romanzo».

Nel suo romanzo fa riferimento a fatti di cronaca, personaggi, luoghi reali, pur sotto un velo molto trasparente di finzione letteraria; ora, quale ruolo potrebbe giocare la narrazione contro una industria inquinante? E se lei non fosse emigrata, cosa avrebbe fatto per la città?
«Winday è un romanzo che non parla di Ilva, la fabbrica è solo un palcoscenico, il titolo poteva essere diverso, forse doveva esserlo, per non creare equivoci, doveva intitolarsi “Considera il vento”. Per un attimo è stato valutato, in redazione, perché il vento, nella trama, è una variabile importante, una circostanza che cambia gli eventi. In un romanzo, dunque, secondo me è fondamentale la scrittura prima della storia, delle storie. A volte tendiamo a dimenticarlo, diamo più importanza ai personaggi e meno alle parole, alla voce scritta. La ri cerca delle mie parole e il lavoro sul testo sono primari, l’aspetto più affascinante del processo creativo. E che vado a cercare anche quando sono lettrice. Questo libro dunque è un’opera di narrativa, non un saggio, non un’inchiesta, non ne ha le velleità. Ci sono libri eccellenti, anche recenti, che analizzano questi aspetti. Volevo raccontare una storia, delle storie. Raccontare con una voce diversa il rapporto che ha Taranto con l’Ilva. Da bambina era l’ultima cosa che vedevo uscendo da Taranto, nei viaggi in cinquecento con mio padre, e la prima che incontravo tornando. E così negli autobus ai tempi dell’università.

Ti entra nell’occhio, la registri, diventa paesaggio, panorama. Poi l’ho focalizzata, a distanza, e nel libro parlo, raccontandolo, del dilemma eterno tra salute e lavoro, e il rancore per le famiglie e gli enti che ne hanno avuto la proprietà. Lo dico, che è causa dei nostri mali, non c’è una famiglia tarantina che non ne sia stata ferita. L’Ilva ti lavora dentro in silenzio quando ci vivi, nel paesaggio, e poi ti viene dietro, quando te ne vai. Nel romanzo ho raccontato i pensieri della gente che scruta l’acciaieria da lontano, di chi la combatte, di chi si rassegna, ma da lontano. Un libro è la maniera per parlarne, ma i personaggi sono più centrali, Maigret è importante, che passeggia sulla marina e mangia pane e salame in una casa di via Cariati, la protagonista, che parla con Maigret, consulta i codici di diritto penale italiano e francese, fotografa senza apparente risultato la città. I padri dei personaggi sono importanti, gli attentati lo sono, quelli veri, e anche un po’ di poesia. C’è una storia d’amore, infatti, e della poesia, ci tengo particolarmente. La scrittura salva, ha salvato me, lo fa ancora, può essere uno strumento per chi legge. Che cosa avrei fatto se fossi rimasta? Ma io sono rimasta, sono qui. E forse avrei fatto la stessa cosa, quella che al momento so fare, scrivere. Ma chi può saperlo».

Nel romanzo, lei dice, a proposito di coloro che manifestano sul Ponte Girevole, che tanto sarebbe andata via. È un modo per giustificare una impotenza umana di fronte ad un mostro famelico?
«Come dicevo prima, l’Ilva è solo una cornice. Nessuna giustificazione, nessun sottotesto. Da Taranto, Lucrezia se ne vuole andare sul serio (Lucrezia, la protagonista, vuole andarsene, il libro è solo a tratti autobiografico), lo ha fatto per un periodo, poi è tornata. Lo scrivo, il rapporto con Taranto è come una storia d’amore, se diventa reale e i giorni allontanano la precarietà, se ogni ora diventa possibile, si teme che la passione si spenga. La città spinge via Lucrezia, e queste strade sono il suo amore più forte, le piazze, i negozi a Natale, il tanfo di bruciato, il dialetto, e pure i panni stesi che appaiono a sorpresa, i circoli chiusi, l’ufficio di collocamento traboccante di gente, le comparse e i personaggi vari, il calore d’agosto che soffoca, e l’umidità di settembre, (…perdonavo le sconcezze di un’edilizia bastarda a un posto che non fosse Taranto, carogna, madre che non impara, figlia ingrata, finzione d’amante, da lei mi aspetto il meglio, ogni volta mi delude, se mi allontano forse salvo l’amore).

Ecco, Lucrezia voleva salvare l’amore, voleva che restasse impossibile. Da parte mia la guardo da lontano, non vedo l’ora di tornarci e appena arrivata fremo per andare via. Un prototipo anch’io, malata come molti della città, di un male particolare, quell’altalenarsi se andare o restare; una volta distanti, la voglia di rientrare e, appena tornati, l’impellenza di fuggire. Una maledizione. Taranto è la città dei ricordi, che confondo, che si modificano, diventano abnormi o talmente piccoli che non riesco più a vederli. È il desiderio, quello che avrei voluto fosse stata, e mi avesse dato. La amo, un amore irrazionale, e non la sopporto».

Una volta che gli abitanti, i politici, il mondo che conta hanno preso coscienza del problema, cosa si aspetta che succeda?
«Vorrei che l’Ilva chiudesse, l’ho fatta esplodere, nel romanzo, dopotutto. Vorrei che Taranto si riqualificasse, che non si debba scegliere tra lavoro e salute e ambiente. Ma non è quello che si dice da tante parti? Troppo semplicistico, non ho le competenze, non sarebbe una risposta seria. Ci sono menti, e impegni politici, qui, che perdono il sonno, che lavorano seriamente per questo. Io scrivo storie e, da lontano, spero».

Lei vive lontano; al nord la città jonica è vista come una terra desolata, una terra del rimorso, una città che può rinascere?
«Mi dicono sempre che è bellissima, chi l’ha visitata, chi desidera andarci, chi l’ha sentita raccontare. Hanno lo sguardo felice, ammirato, uno sguardo che si apre, quelli che parlano di Taranto. Poi c’è la questione dell’Ilva, mi dicono, peccato, ma si chiude lì, la bellezza, l’imponenza della bellezza, la superbia della bellezza tarantina supera qualunque altra eco. Nessuno pensa che debba rinascere, esiste, è viva. Anche questo è uno sguardo limitato, ma lo preferisco a un’idea di città avvelenata. Dico a tutti che Taranto è una città complessa, spero che si intenda quanto sia multiforme ».

Qual è il messaggio che un lettore potrebbe trarre dalla lettura del romanzo? Cosa si aspetta che il suo romanzo susciti nell’opinione pubblica?
«Nessun messaggio, nessuna aspettativa. I libri portano delle storie, il mio ne porta alcune intrecciate. Anche con ironia. Mi piacerebbe che il libro fosse letto, due o tre sere a fare compagnia in qualche casa. Non scrivo se non per questo, e non con un fine, ma per necessità, per impellenza. I lettori trovano i messaggi, e ognuno diverso. Certi messaggi che mai avrei creduto di aver confezionato: volevo dire questo?, mi chiedo quando, a lettura conclusa, qualcuno mi racconta le sensazioni. Del resto siamo sicuri che gli autori che abbiamo studiato a scuola, attraverso pagine e pagine di critica, volevano proprio dire tutto quello che gli abbiamo messo nella penna?»

Un pensiero finale che valga anche come saluto?
«Ironico, posso? Con la chiusa del romanzo: Inoltre c’è vento, settimo wind day dell’anno. Col vento abbiamo cominciato, col vento abbiamo finito».