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La ricerca della verità nella filosofia. In memoria di Berti, studioso del pensiero antico

La Giornata mondiale della filosofia
Il professor Aldo Siciliano

Anche quest’anno, come è sua consuetudine, la sezione di Taranto della Società Filosofica Italiana ha inaugurato le sue attività annuali in occasione della Giornata Mondiale della Filosofia. Due i momenti importanti organizzati per celebrarla. In primo luogo è stata indetta un’assemblea, che ha conferito la nomina di presidente onorario della nostra sezione al professor Aldo Siciliano, eletto per acclamazione dai soci e socie presenti.

Questo incarico conferma la stima e l’affetto verso una personalità prestigiosa della nostra cultura, già nostro socio onorario, e testimonia la vicinanza della SFI all’Istituto degli Studi per la Magna Grecia, di cui il professore è presidente. La celebrazione della Giornata Mondiale è proseguita con una conferenza del professor Ennio De Bellis, dedicata alla memoria del compianto Enrico Berti, sul tema della ricerca della verità in filosofia. Berti, insigne studioso del pensiero antico, in special modo di quello aristotelico, è stato un pensatore di alto livello ben noto in ambito internazionale. Con la sua chiarezza, ha aiutato molti nella comprensione del pensiero greco ed è stato un apprezzato conferenziere, illuminante per la capacità di sintesi e per la gentilezza del suo “filosofare insieme” agli interlocutori. De Bellis, docente dell’Università del Salento e allievo di Berti, ha messo in evidenza come il grande interesse che lo studioso italiano ha rivolto ad Aristotele possa essere considerato un ininterrotto invito alla filosofia. Partendo dalle molteplici motivazioni della disciplina – esistenziali, religiose, etiche, scientifiche, politiche – e dal sentimento che la anima, la meraviglia, la ricerca filosofica ancor oggi ha il compito di problematizzare tutto il sapere.

Con Platone e Aristotele la domanda iniziale sulla meraviglia, suscitata dalle cose e dal mondo, diventa una ricerca che non ha fine e si rigorizza nel metodo dialettico-confutatorio. L’indagine fondamentale della filosofia verte sulla verità. Filosofare è un ricercare costantemente la verità delle cose e dei principi che le animano. Tale ricerca, se ambisce a diventare scienza, non può prescindere dalla conoscenza delle cause. In particolare, seguendo il ragionamento aristotelico, dovrà definire la causa prima, dunque fornirà una spiegazione complessiva dell’essere che dia ragione del tutto. Questa prospettiva, che è all’origine della metafisica, potrebbe far pensare all’esistenza di una verità unica, ingombrante e non più richiesta, anzi oggi addirittura temuta come una forma di violenza. Un timore che spesso è dovuto a una concezione ideologica della verità, presentata come valore assoluto da imporre a tutti, mentre è del tutto ingiustificato rispetto alla concezione classica. Nelle teorie degli antichi si danno infatti diversi tipi di verità, alcune facili da scoprire, altre implicanti ricerche complesse e faticose.

Oggi noi attribuiamo particolare valore alla verità scientifica, ma tutte le scienze odierne, e ancor di più le scienze umane – ci fa osservare De Bellis, chiosando l’opera di Berti – si reggono prevalentemente su quella che in termini aristotelici si chiama la “causa finale”, una spiegazione alla quale si deve ricorrere se si vuole giustificare l’agire umano. “E’ probabile” – scrive Berti nel suo Invito alla filosofia – “che psicologia e psicanalisi, sociologia, economia, demografia, giurisprudenza, abbiano a che fare con cause finali, come l’autoaffermazione, il benessere, il profitto, la riproduzione, la ricerca della felicità”. Le singole scienze raggiungono verità parziali, che descrivono le finalità del loro oggetto di ricerca e presentano un limite: sono sempre “avalutative”, ossia non esprimono giudizi di valore sui loro risultati. La conoscenza scientifica si rivela così incapace di valutare che cosa è bene e che cosa è male, che cosa si deve fare e che cosa bisogna evitare. I filosofi, invece, non si accontentano di risposte parziali, di spiegazioni contenute nei limiti di una scienza particolare, ma “si fanno una domanda in più e cercano una risposta in più”. La loro ricerca della verità verte su un “domandare tutto che è un tutto domandare”.

Si tratta di un interrogarsi consapevole che non potrà più approdare a una spiegazione complessiva di tipo metafisico e trascendente, come quella aristotelica. La metafisica era per Aristotele la scienza che “aveva diritto al titolo di filosofia prima, perché aspirava a conoscere le cause prime, le cause che non erano causate da altro” e che dunque erano poste al di fuori dell’esperienza. Oggi non abbiamo più la pretesa di conoscere qualcosa che stia al di fuori della nostra esperienza, qualcosa che la trascenda come “cosa in sé”. Ma non possiamo non accorgerci che lo stesso mondo dell’esperienza è problematico, vale a dire che non si spiega interamente da sé, non contiene in sé tutte le ragioni.

“Per riconoscere tale problematicità” – scrive Berti – “non c’è bisogno di molti ragionamenti, né di molte parole: basti rifarsi al vissuto quotidiano, che è fatto di continue insoddisfazioni, delusioni, sofferenze, e questa è la metafisica implicita che tutti possono professare”. Il filosofo deve fare uno sforzo in più, deve cogliere nel suo discorso quell’istanza che trascende l’esperienza quotidiana e che cerca la risposta alla domanda sul tutto “che è tutto domandare”. Berti, dunque, ha cercato di proporre nel nostro tempo una “metafisica leggera”, ossia un pensiero che abbandona le pretese della metafisica classica, ma conserva la consapevolezza dell’insufficienza del mondo dell’esperienza a rendere conto di sé stesso. Questa concezione esalta il carattere eminentemente pratico dei concetti logico-metafisici di Aristotele, che non sono affatto obsoleti ma ci consentono ancora di pensare la realtà e di orientarci nella vita di tutti i giorni. E ci aiutano anche a sviluppare le nostre facoltà superiori, l’intelligenza e la volontà, che rappresentano il nostro fine, il compimento dello sviluppo umano.

“A conferma di questo risultato” – ci ricorda Berti – “Aristotele cita i detti di Pitagora e di Anassagora, secondo i quali la natura e gli dei ci hanno generato affinché potessimo scrutare il cielo”. L’ampiezza di tale visione ha reso Enrico Berti uno dei maggiori pensatori italiani contemporanei, che lasciandoci ci ha consegnato una preziosa eredità. Il Centro Studi Filosofici di Gallarate, prestigiosa istituzione di ricerca risalente al Medioevo, ha voluto ricordarlo con un convegno a lui intitolato; mentre il professor Ennio DeBellis, relatore del convegno e curatore degli atti, ha voluto consegnare alla Società Filosofica di Taranto questa memoria, che rinvigorisce e attualizza la riflessione dei filosofi antichi.

Ida Russo
Presidente Società Filosofica Italiana – sezione di Taranto